Creatività al potere, intervista ad Armando Fumagalli

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di Laura Guadalupi

Creatività al potere. Da Hollywood alla Pixar, passando per l’Italia è il titolo del nuovo libro di Armando Fumagalli, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e direttore del master universitario in Scrittura e produzione per la fiction e il cinema.
Abbiamo incontrato l’autore, che ci presenta il volume e ci parla anche del mestiere dello sceneggiatore oggi.

Come nasce l’idea di questo libro? 

Mi interessava entrare nei meccanismi di Hollywood, cioè capire come Hollywood riesce a produrre film che vengono esportati in tutto il mondo. Sempre più di frequente sentiamo dire che il suo primato rischia di essere minacciato dall’India, dalla Cina o da altre potenze emergenti. In realtà, nonostante l’India produca molti film e anche la Cina stia crescendo, Hollywood è ancora superiore a qualsiasi altro sistema di produzione cinematografica. Ebbene, volevo capire le ragioni del suo primato, da una parte, entrando nei meccanismi aziendali, dall’altra, grazie al fatto che conoscevo gente che lavora lì, mi sono accorto che c’è proprio un modo di pensare, di ragionare, uno stile esistenziale tipico di Hollywood. Ho voluto descriverlo, perché secondo me influisce parecchio sul tipo di storie che si producono. Nel libro ripercorro quindi anche la storia culturale di Hollywood, ne analizzo l’identità, il rapporto con il resto dell’America.
C’è, poi, un capitolo dedicato alla Pixar, che dal ’95 ad oggi ha collezionato una dozzina di film dal successo mondiale, pur essendo un completo outsider. La Pixar, infatti, è un’azienda che non si trova ad Hollywood, ma a San Francisco. Nasce in un contesto completamente diverso, quello della Silicon Valley, e nasce da gente che non è né di Los Angeles né di New York, ma viene dall’America del middle west e non appartiene al mondo dello show business. Ormai si è integrata con Hollywood, però continua a mantenere la sua autonomia creativa. Se per certi aspetti è innovativa, dal punto di vista dei contenuti potremmo dire che è molto tradizionale. Ad esempio, negli Incredibili è rappresentata un’immagine assolutamente classica della famiglia, così come il rapporto padre-figlio de Alla ricerca di Nemo è solido, tipico. Forse è questo il motivo dei grandi incassi al botteghino.

Da Hollywood alla Pixar, passando per l’Italia. Cosa si scopre, passando per il nostro Paese? 

Ho cercato di dare uno sguardo ottimista. L’industria del cinema e della televisione in Italia è senz’altro cresciuta rispetto a 10-15 anni fa. Ci sono maggiori contatti con l’estero, alcune aziende hanno acquisito un know how di cui prima erano sprovviste. Il cinema, pian piano, sta uscendo da un circolo chiuso, si sta avvicinando al mondo dell’industria, inizia a esserci maggior interazione con altri ambiti produttivi importanti. Se un domani le nostre case di moda volessero veramente dialogare con la produzione cinematografica, potrebbero aiutarla a crescere. Insomma, ad aver avuto un’industria del cinema matura, Il diavolo veste Prada l’avremmo fatto noi.
Paradossalmente, questo dialogo c’è stato finora con la tv, con alcune miniserie italiane della Rai esportate in molti Paesi, ad esempio quella su Coco Chanel, che ha avuto due nomination all’Emmy, oppure si riesce a fare delle coproduzioni internazionali importanti, come con Guerra e Pace.

Come vede la fiction italiana? 

Secondo me c’è un modo ingiusto, oggi, di considerarla. È vero che alcune serie sono un po’ banali, però ci sono anche produzioni di qualità. Non capisco perché siamo sempre esterofili. A volte dimentichiamo che, per esempio, le serie tv americane sono molto sofisticate, ma proprio per questo hanno delle nicchie di telespettatori ridotte, mentre noi abbiamo dei prodotti che fanno il 26% di share, percentuali che in America ormai non fa più nessuno. È un merito riuscire a radunare davanti allo schermo una famiglia, fare dei prodotti come Don Matteo, Che Dio ci aiuti, Ho sposato uno sbirro, che dopo tante stagioni ancora tengono. Ciò significa capacità di raccontare, coinvolgere, divertire.

A proposito della capacità di raccontare, il mestiere dello sceneggiatore, oggi. 

È un mestiere che non si impara in cinque minuti. Capita spesso di ripeterlo, la gente si illude che basti poco per scrivere e girare un film. Invece no, se un ragazzo è bravo ha bisogno di almeno uno o due anni di scuola specifica e poi 3-4-5 anni di lavoro intenso. Solo allora inizia ad essere in grado di scrivere delle sceneggiature. Ciò che sembra semplice, in realtà è frutto di un enorme lavoro: ogni parola, ogni secondo, ogni immagine è assolutamente pensata strategicamente per raggiungere determinati risultati. Ecco, alla Pixar dicono “dare to be stupid”, cioè osa essere stupido, osa pensare che quella che è la tua quarta soluzione, che pensavi fosse la migliore, forse è stupida rispetto alla quinta, che è ancora migliore o rispetto alla sesta o alla decima, che forse è quella veramente giusta. Ci vuole tanto lavoro, però si può imparare.

Il mercato è saturo oppure c’è ancora richiesta di questa figura professionale? 

Oggi c’è un po’ di contrazione del mercato, ovviamente. Tuttavia vedo che chi è davvero bravo potrà fare un po’ di fatica, non troverà magari lavoro subito, però se sei bravo, se insisti, se in qualche modo riesci a farti leggere da qualcuno, alla fine se sei capace e perseverante, il lavoro lo trovi. Attenzione: bisogna essere bravi, non basta dirlo a se stessi, ma avere dei feedback reali da qualcuno del mestiere, serio, che dice se è il caso di andare avanti oppure no.

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