CinemaSpagna – Lo sguardo degli altri: tra Europa ed America Latina

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di Beatrice De Caro Carella

Torna in questi giorni a Roma, ospite presso la storica cornice del Cinema Farnese Persol uno degli appuntamenti fissi degli ultimi anni: CinemaSpagna, festival attento alle nuove proposte e a successi di critica e pubblico a noi vicini e lontani, sia nel tempo che nello spazio. L’accurata selezione operata da Martín-Peralta e Sartori prevede infatti incontri di qualità, non solo col cinema del presente, ma anche con quello del passato, intervallando vituperati classici come El Verdugo, con Nino Manfredi, a piccoli sconosciuti o perduti gioielli d’una tradizione cinematografica vitale e peculiare.

Ecco dunque che a precedere la proiezione d’apertura della Nueva Ola, sono due pellicole Locos ’80: Ópera prima, di nome e di fatto, del premio Oscar Fernando Trueba e La Lìnea del cielo, del prolifico Fernando Colomo. Due piccoli cult della commedia anni ’80, difficilissimi da recuperare all’interno del confusionario e disattento mercato italiano.

Sempre attuale la leggiadra e dolcemente ironica Ópera prima è la storia d’un amore a cavallo tra adolescenza ed età adulta che profuma ancora di ’68 ma al tempo stesso originalmente rielabora le coeve suggestioni della nevrotica commedia romantica alla Woody Allen. Proiettata ad apertura dei giochi, Ópera Prima sembra quasi una sorta d’affermazione di poetica, come a volerci ricordare che, in fondo, le passioni del cinema, moventi dell’azione drammaturgica, rimangono sempre le stesse: ma le loro declinazioni sanno essere infinite. Così persino il supremo abusato, l’Amore finisce anche qui per tingersi sempre di nuove sfumature, capaci d’intenerire o donare il sorriso.

Parallelamente, vien da pensare che la proposta de La línea del cielo voglia servire anche da momento di riflessione. L’autobiografica storia d’emigrazione del protagonista, artista madrileno in cerca di rinnovata fortuna negli States, si risolve nel fallimento, sancito fatalisticamente dal ritardo culturale del suo stesso paese d’origine. Il regista Colomo, dal passato, fotografa il nostro presente: di nazioni pericolosamente destinate a procedere a rimorchio del mondo.

Nel segno della riscrittura si muove invece il candidato premio Oscar, Blancanieves omaggio alla poesia visiva e all’espressività del muto, nell’era del 7.1 e del 3D. Proiettato in patria con accompagnamento orchestrale dal vivo, come in uso al tempo, Blancanieves trasla la fiaba all’interno d’un contesto culturalmente connotato e visivamente suggestivo: l’Andalusia degli anni ’20, tra toreri e danzatrici di flamenco. Impreziosito da un dinamismo di regia memore d’Abel Gance, la Biancaneve di Spagna emoziona e rapisce, mentre la sua antagonista, col volto di Maribel Verdú (Y tu mamá también, Il labirinto del fauno), vince il Goya per la sua interpretazione della matrigna più crudele di sempre.

Questa settimana il viaggio prosegue e val la pena fare un salto a Campo de’ Fiori per almeno due delle pellicole in cartellone: il già premiato thriller politico El Estudiante,  dell’esordiente Santiago Mitre, e Ratas, ratones, rateros, commedia nera dell’ecuadoriano Sebastián Cordero, definito “il Tarantino latinoamericano”.

Assolutamente da recuperare, infine, se ve lo siete persi in prima battuta è El mundo es nuestro. Due rapinatori, tamarri e pasticcioni, irrompono in banca, sequestrando i presenti. Segue a ruota Fermìn, disperato padre di famiglia che tappezzato d’esplosivi minaccia di far saltare tutto se non sarà in TV entro un’ora. Tutti in ostaggio dunque, sequestrati e sequestratori, mentre all’esterno la inspectora Jiménez deve vedersela col machismo dei suoi superiori, la surreale follia degli stessi sequestrati – che nel frattempo hanno tra loro intessuto una rete di dinamiche relazionali ai confini dell’impossibile – e gli infervorati devoti della processione religiosa prevista a Sevilla per quel giorno che devono tassativamente procedere per il loro cammino, passando per il luogo del sequestro.

El mundo es nuestro è una commedia irriverente, stilisticamente fresca, ritmata, sagace che regala attimi esilaranti e che al tempo stesso, con ironia, riflette, rifugiandosi nel fiabesco, sul significato della compassione umana e del ruolo rassicurante che potrebbe (e dovrebbe) avere lo stato, quand’è chiamato a confrontarsi con le emergenze sociali generate dalla crisi. (“Vogliono solo un gesto..un gesto da parte dell’autorità”, spiega la Jimenez al suo superiore). L’opera di Sanchez nasce dal fenomeno dell’omonima web-series ed è stata messa in piedi grazie al crowd-funding. Un piccolo successo mediatico: sguardo d’altri su problemi comuni, che tra le risate cela qualche lacrima e tra le battute, velati momenti di disimpegnata saggezza.

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