Amarcord: Dante Bertoneri, il gioiello abbandonato

Print Friendly, PDF & Email
Read Time8 Minute, 48 Second

Ha indossato le maglie numero 7 e numero 10 del Torino, quelle di Gigi Meroni e di Valentino Mazzola, insomma non esattamente le più ininfluenti della storia granata. Eppure di lui oggi esiste appena un vago ricordo, perché di strada, nonostante il talento, ne ha fatta purtroppo molto poca.

Il protagonista è Dante Bertoneri, nato a Massa il 10 agosto 1963, fisico magrolino, 1 metro e 75 di altezza; non un granatiere, ma quanto basta per farsi notare fin da ragazzino perché col pallone fra i piedi ci sa fare, ha estro e talento, inizia a giocare come centrocampista ma possiede tutte le qualità per agire qualche metro più avanti, da fantasista, da colui che illumina gli attaccanti e li manda a rete. “Vai a vedere che la Toscana ha partorito un altro Dante destinato a diventare famoso”, dice più di un osservatore che segue il piccolo Bertoneri durante qualche partita, perché effettivamente il ragazzino ha le caratteristiche giuste per sfondare, o quantomeno per essere messo sotto controllo dagli esperti dei settori giovanili di club importanti. Bertoneri finisce le scuole medie, poi pensa solo a tirar calci al pallone ed appare di gran lunga assai più talentuoso degli altri; lo nota il Torino che lo inserisce nel proprio settore giovanile. Bertoneri entra al Filadelfia, si allena, abita coi compagni, poi la domenica fa il raccattapalle allo stadio Comunale, ammira da vicino Pulici e Graziani sognando di prendere un giorno il loro posto.

Responsabile della Primavera del Torino di fine anni settanta è Sergio Vatta, uno specialista nello scovare e far crescere giovani e promettenti ragazzini che poi i granata lanciano nel calcio dei grandi. La scalata di Bertoneri è rapidissima e Vatta, dopo averlo visionato un paio di volte, lo chiama dalla Berretti e lo inserisce in pianta stabile in Primavera. Durante la settimana la squadra giovanile si allena e disputa partitelle con la prima squadra e Bertoneri mette sovente in difficoltà i difensori del Torino dei grandi che non sanno se essere contenti che il club stia allevando un talento simile, oppure se rammaricarsi per il mal di testa che viene loro dopo finte, dribbling e passaggi filtranti di quel ragazzino terribile. L’allenatore granata Ercole Rabitti inizia a portarlo sovente in panchina, poi il 18 gennaio 1981 lo fa esordire in serie A durante Torino-Ascoli: è un sogno che si avvera per il prodotto delle giovanili toriniste; Bertoneri in quella stagione gioca altre 5 partite più le due finali di Coppa Italia che il Torino (nel frattempo passato sotto la guida di Cazzaniga) perde contro la Roma e in città già in molti prospettano per il centrocampista toscano una carriera luminosa.

I tifosi si innamorano del tocco di palla e delle qualità podistiche di Bertoneri che in campo non si risparmia mai, corre senza freni, consuma tutte le sue energie atletiche e polmonari, anche se inizialmente i giornali lo decantano a metà: parlano di tanto fumo e poco arrosto, di un ragazzo che a volte corre troppo e male, che non si sa ancora gestire. Le qualità, però, gliele riconoscono tutti, a cominciare dalla dirigenza del Torino che ne intravede le stimmate del grande calciatore. Il campionato 1981-82 sembra essere quello della svolta per Bertoneri a cui il nuovo tecnico Giacomini dà estrema fiducia e lo schiera spesso e volentieri dal primo minuto; arrivano i primi gol in serie A contro Catanzaro ed Ascoli, gioca 23 partite sulle 30, oltre a tutta la Coppa Italia (con una rete rifilata alla Sampdoria al 90′) in cui i granata perdono ancora la finale, stavolta contro l’Inter. E la svolta, arriva, putroppo però in negativo e condizionata dal cambio di proprietà del club piemontese: al posto dello storico presidente Pianelli, infatti, il Torino passa nelle mani di Sergio Rossi che riorganizza l’organigramma societario chiamando come direttore generale e factotum Luciano Moggi e come allenatore Eugenio Bersellini.

Bertoneri, nel frattempo, parte per il servizio di leva, è spesso lontano da Torino e si allena meno. Bersellini, che è uno che cede poco ai compromessi, preferisce far giocare Torrisi, appena prelevato dall’Ascoli. Bertoneri inizia a giocare poco, soprattutto non parte quasi mai dal primo minuto, anche se i segnali che lancia sono incoraggianti perché quando entra a partita in corso è spesso determinante per le sorti della sua squadra. L’anno del militare passa in fretta e per Bertoneri, ormai quasi ventunenne, sembra arrivata l’ora di prendersi il Torino sulle spalle, o quantomeno di diventarne un punto fermo della formazione. Invece, poco prima dell’inizio del nuovo campionato, viene convocato in sede nell’ufficio di Luciano Moggi che gli prospetta un prestito in serie B al Cesena da cui i granata stanno acquistando l’attaccante austriaco Walter Schachner. Il modo di fare di Moggi è perentorio, ma Bertoneri non appare convinto: alle sue orecchie sono già arrivate voci dell’interesse di diversi club di serie A, preferirebbe non essere declassato in B, con tutto il rispetto del Cesena. Alla fine prevale la volontà del ragazzo che, nonostante le insistenze di Moggi, dice no al dirigente e al Cesena, si impunta e va sì in prestito ma all’Avellino in serie A.

In viaggio verso la Campania, Bertoneri si chiede per quale motivo il Torino non gli abbia concesso la fiducia che pensava di meritare, eppure è convinto che disputando un ottimo campionato ad Avellino possa guadagnarsi stavolta per davvero la maglia granata e non sfilarsela più di dosso. E il campionato con l’Avellino va effettivamente molto bene: 22 partite, 2 reti, voti quasi sempre alti sui giornali e la ciliegina sulla torta della salvezza degli irpini e degli occhi del commissario tecnico della Nazionale Enzo Bearzot che si posano sul talento nativo di Massa. Ora sì che il Torino lo riporterà a casa e ne farà un titolare fisso della squadra che nell’estate del 1984 si appresta a vivere una stagione da protagonista della serie A, tanto che a fine anno arriverà seconda dietro solo al miracoloso Verona di Bagnoli. E invece no, qualcosa comincia a non tornare: dall’ambiente torinista le voci su Bertoneri non sono buone, tutt’altro, si dice che sia una testa calda, un piantagrane, addirittura qualcuno parla di cocaina senza che la società (incredibilmente) smentisca. Anni dopo, Bertoneri dirà che la colpa è stata di Moggi che non aveva gradito il rifiuto del ragazzo di andare al Cesena e che da allora ha voluto fargliela pagare.

Un’idea, forse, magari Bertoneri si è avvicinato alla realtà, fatto sta che da allora la sua carriera si spegne senza un perché. Il Torino gli volta del tutto le spalle, prima lo spedisce in prestito al Parma in serie B dove il centrocampista gioca poco e male, ancora scosso da un trattamento che non ha né capito e né tantomeno giustificato. In più, Bertoneri convive con qualche problema ad un ginocchio che lo fa correre poco e saltare di testa ancora meno; il tecnico del Parma Carmignani, però, si lamenta coi giornalisti dicendo che il ragazzo non vuole colpire il pallone di testa per paura di spettinarsi la folta chioma. Proseguono le voci che emarginano Bertoneri sempre più, sembra quasi che l’intero pianeta calcistico si sia coalizzato per gettare fango su un ragazzo di 21 anni che dopo essere tornato dal militare non riconosce più quel mondo che tanto lo affascinava. Scaduto il contratto con il Torino, Dante Bertoneri scende in serie C al Perugia dove però ormai lo guardano tutti male, l’etichetta che gli hanno appiccicato addosso è ormai quella dello svogliato, del vizioso, di quello che pensa solo a divertirsi e non a giocare a calcio. Sono voci che pesano, un po’ perché il calciatore è schiacciato dalle responsabilità e sembra che non possa più sbagliare neanche un controllo di palla, un po’ perché i tifosi sono ormai prevenuti nei suoi confronti.

Bertoneri perde la fiducia in sé stesso e nel calcio, ma prova a continuare ripartendo da casa sua: nella stagione 1987-88 gioca infatti nella Massese in C2 dove contribuisce al primo posto e alla promozione dei bianconeri in C1, nonché all’ottimo settimo posto dell’annata successiva. Ma ha ormai perso speranza ed entusiasmo, se ne accorge proprio durante i festeggiamenti per la promozione quando staff tecnico e compagni saltano, ballano e cantano, mentre lui si fa la doccia in silenzio come dopo una partita qualunque. La stagione 1989-90 si trasforma così nell’ultima della carriera di Dante Bertoneri che gioca 25 partite nella Rondinella (la seconda squadra di Firenze) in C2, poi decide a neanche 27 anni di smettere col calcio, si ritira e chiude scarpe, maglie, calzini e tute in una borsa. Per sempre, assieme a quei sogni di bambino che improvvisamente si sono trasformati in un incubo che Bertoneri continua a vivere ogni notte cadendo in una depressione che sembra insostenibile, anche perché l’ormai ex calciatore non sa cosa fare della sua vita ora che non ha più il pallone e continua a chiedersi perché tutto gli sia sfuggito dalle mani in un attimo.

A salvarlo sono la Fede e le preghiere, la consapevolezza di non aver sbagliato nulla nella sua carriera, oltre ad una passione scoperta alla soglia dei 40 anni: la corsa. Bertoneri diventa un podista vero, comincia con qualche corsetta, si accorge che il fiato lo sostiene e allora fa sul serio, si iscrive alle maratone, poi si specializza su corse di breve durata, vince anche qualche premio, riscopre il gusto di fare sport, ringrazia quei polmoni che pompano aria come macchine e che se per il calcio sono durati poco, forse possono fare meglio nell’attività podistica. Ma Dante Bertoneri, dopo qualche problema alla schiena, si ritrova senza contributi per la pensione, prova a chiedere aiuto ai vecchi amici del calcio ma ricevendo poche risposte, le stesse che ancora oggi non permettono di capire come un talento calcistico puro, risorsa dell’intero calcio italiano sia stato abbandonato così, improvvisamente e definitivamente.

Emarginato da quel Torino che lo aveva allevato e coccolato come un figlio. Perché? Risposte che probabilmente oggi servirebbero a poco e che, con tutta probabilità, né Bertoneri e né nessun altro avrà mai. Ci ha riprovato, alla fine, rientrando nel mondo del calcio nel 2018 come osservatore per una squadra toscana satellite proprio del Torino, la Giovani Granata Monsummano, dimettendosi però dopo circa sei mesi con una lettera di rinuncia che verrà pubblicata dai quotidiani locali e che farà tornare alla luce il nome di Dante Bertoneri, un ex talento del calcio che di fortuna ne avuta poca e di aiuti ancora meno, cresciuto col sogno di diventare un campione e finito nell’incubo dell’anonimato.

di Marco Milan

0 0
Happy
Happy
0 %
Sad
Sad
0 %
Excited
Excited
0 %
Sleppy
Sleppy
0 %
Angry
Angry
0 %
Surprise
Surprise
0 %

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close
Social profiles