Trump boccia l’accordo sul nucleare iraniano. La parola al Congresso

Trump decertifica l’accordo sul nucleare concluso nel 2015 da Obama e propone nuove sanzioni

US Republican Presidential hopeful Donald Trump attends a Tea Party rally against the international nuclear agreement with Iran outside the US Capitol in Washington, DC, September 9, 2015. Photo by Olivier Douliery *** Please Use Credit from Credit Field *** (Newscom TagID: sipaphotosfive630507.jpg) [Photo via Newscom]

Mentre il Comitato per il Nobel ha assegnato il Premio Nobel per la Pace 2017 alla Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN), un gruppo di organizzazioni non governative provenienti da oltre cento Paesi del mondo impegnate nell’abolizione delle armi nucleari, qualche giorno dopo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump – durante l’atteso discorso sulla nuova strategia Usa verso l’Iran – ha “decertificato” l’accordo sul nucleare negoziato da Iran e P5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Regno Unito e Germania), promettendo di intensificare la pressione su Teheran attraverso nuove sanzioni verso membri del Corpo dei Guardiani della rivoluzione.

Cosa significa “certificazione”? L’amministrazione statunitense ha l’obbligo giuridico di certificare al Congresso (ogni 90 giorni) che l’Iran si sta attenendo all’accordo. Tale obbligo è stato introdotto da una legge approvata nel 2015 per assicurare che il Congresso avesse potere di supervisione sull’implementazione del trattato.  Il criterio in base al quale il presidente Trump ha giustificato la bocciatura della certificazione è quello soggettivo: che l’accordo rimanga conforme all’interesse nazionale degli Stati Uniti. Data la natura ampia della definizione, il presidente ha la possibilità di dichiarare che il JCPOA non rientri più nell’interesse nazionale di Washington o che l’Iran ha violato “lo spirito dell’accordo” in conseguenza del suo comportamento giudicato da Washington non cooperativo su dossier quali lo sviluppo di missili balistici, i diritti umani, il sostegno ad Assad in Siria.

Decertificazione non significa fine dell’accordo (almeno nell’immediato): se Trump concretizzerà la non certificazione, il Congresso avrà 60 giorni per decidere se reintrodurre le sanzioni, introdurre nuove sanzioni non relative al nucleare (tra le misure che potrebbero essere adottate vi è anche la designazione del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (pasdaran) come organizzazione terroristica), emendare la legge del 2015 che impone l’obbligo di certificazione.

La reintroduzione delle sanzioni relative al nucleare – dopo il discorso di Trump sembra proprio questo ormai lo scenario che si delinea in seguito alla de–certificazione – porterebbe all’abbandono da parte statunitense del JCPOA. Se tecnicamente l’accordo rimarrebbe comunque in vigore per gli altri Stati parte (fino a che questi continuano a implementarlo), le conseguenze per gli Usa potrebbero essere negative in termini di perdita di credibilità e capitale politico. La decisione di abbandonare l’accordo deriverebbe da meri calcoli politici interni al partito repubblicano e alla stessa amministrazione Trump, quest’ultimo impegnato nel tentativo di rovesciare l’eredità obamiana.

Tutti i segnali sembrano indicare che, anche nell’eventualità di un abbandono da parte statunitense del JCPOA, gli altri Stati parte continuerebbero a garantirne l’implementazione. L’Unione europea, e in modo particolare i tre Paesi che hanno preso parte al negoziato con Teheran (Francia, Germania e Regno Unito), sono impegnati in questi giorni in tenace azione di lobbying sull’amministrazione americana e sui membri del Congresso per convincerli a non esacerbare le conseguenze della de–certificazione di Trump.
Dal canto suo, il presidente Hassan Rouhani ha ribadito che l’Iran non intende acconsentire ad alcuna rinegoziazione dell’accordo.

(di Alessandra Esposito)

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