Amarcord: Johnnier Montano, il calciatore che non tornava più dalle ferie

Solitamente quando un calciatore arriva in ritardo ad un allenamento, l’allenatore, di comune accordo con società e dirigenti, applica una multa e, in caso di reiterazione, può scegliere anche punizioni più drastiche che possono portare addirittura all’esclusione dell’atleta dalla squadra. Quanto accaduto ad inizio anni duemila al colombiano Johnnier Montano, però, va oltre le multe e le punizioni, perchè Montano non arrivava in ritardo agli allenamenti, Montano non arrivava proprio.

Il Parma degli anni novanta è una società ricca ed ambiziosa: in meno di dieci anni di serie A (categoria mai vista prima dalla formazione emiliana) ha fatto incetta di trofei in Italia e in Europa, facendosi sfuggire solo quello scudetto che tanto il patron Calisto Tanzi vorrebbe regalare alla città ducale. Per riuscirci, il presidente parmense non bada a spese e compra campioni in tutto il mondo, sperando di inserirsi fra Milan e Juventus e portare a Parma il primo titolo tricolore. Nell’estate del 1999, oltre al capocannoniere del campionato appena concluso, ovvero il brasiliano Marcio Amoroso che il Parma di Malesani preleva dall’Udinese a suon di miliardi, i gialloblu fanno sbarcare in Italia una giovanissima promessa del calcio colombiano, l’attaccante Johnnier Montano, classe 1983, giunto in Emilia a soli 16 anni e con l’etichetta di futuro fenomeno ma anche di ragazzino un po’ troppo esuberante. Montano sale subito alla ribalta perchè nella serie A 1999-2000 sarà il calciatore più giovane del campionato, il Parma scommette molto su di lui, il tecnico Malesani ne esalta le doti, ma avvisa tutti che il suo percorso di maturazione sarà ancora lungo e 16 anni sono troppo pochi per affermarsi in fretta in un torneo come la serie A. Ma il ragazzino colombiano sembra davvero possedere qualità fuori dal normale e in patria ha bruciato le tappe in maniera inverosimile: a 15 anni la squadra del Quilmes lo mette in campo 15 volte e lui segna 3 gol, incurante dei difensori avversari che lo marcano con 10-15 anni di carriera sulle spalle e si vedono questo bambino velocissimo sbucargli ovunque; gioca con la nazionale colombiana il torneo di Tolone che è una manifestazione riservata agli Under 20 e lui non sfigura di fronte a colleghi anche di cinque anni più grandi, anzi, è uno dei talenti che si mette maggiormente in mostra. Il Parma lo nota, se lo litiga con un paio di società estere e nel 1999 lo porta in Italia senza relegarlo nella squadra Primavera: Montano va in ritiro coi grandi, con Buffon, con Amoroso, con Crespo, in allenamento mette in difficoltà Cannavaro e Thuram, non gli ultimi dei fessi.

Eppure, sin dalle prime uscite, Malesani capisce che dietro un talento smisurato, il ragazzo nasconde un carattere ombroso e ribelle, un atteggiamento che lo pone in campo come se giocasse da solo. Fabio Cannavaro lo ribatezza “Ciro” in quanto dotato di furbizia e scaltrezza come un napoletano, ma Malesani si diverte poco perchè il ragazzo non si dimostra all’altezza. Il Parma lo manda a sgobbare nella Primavera e nell’estate del 2000 lo ritrova cresciuto e più maturo, stavolta sì che può essere aggregato alla prima squadra ed esordire in serie A. Nel campionato 2000-2001 gioca 5 partite senza andare in gol, impresa che gli riesce però in Coppa Uefa dove è decisivo nel rocambolesco successo del Parma al Tardini per 3-2 contro il Psv Eindhoven; ma i gialloblu sono troppo forti e troppo impegnati ad alti livelli per far crescere e dar spazio ad un ragazzino minorenne, così per la stagione 2001-2002 Montano va in prestito al Verona che nel frattempo ha assunto come allenatore proprio Alberto Malesani. Il campionato parte bene per i veneti e per il colombiano, impiegato con regolarità dal tecnico veronese, il suo talento pian piano sta emergenfo anche in Italia; fino alle vacanze natalizie, uno spartiacque che si rivelerà decisivo in negativo per lui e per il Verona. Al termine di Milan-Verona 2-1 del 23 dicembre 2001, l’Hellas concede lo sciogliete le righe ai suoi calciatori dando loro appuntamento al centro di allenamento per l’inizio del 2002; al campo si presentano tutti tranne Montano, partito per la Colombia il giorno 24. Malesani chiama il direttore sportivo che prova a rintracciare il colombiano, mai tornato dal Sudamerica: nulla, il cellulare della punta squilla o vuoto oppure è spento. Così per un paio di giorni, il Verona si arrabbia ma è anche preoccupato perchè la Colombia è un paese difficile e nel quale si verificano ogni giorno rapimenti, omicidi ed ogni genere di malefatta. La dirigenza veneta teme sia accaduto qualcosa di grave e di brutto, avvisa il Parma che è la società detentrice del cartellino di Montano e che si preoccupa a sua volta, anche perchè ormai è passata anche la Befana: il presidente parmense dialoga con Arrigo Sacchi, direttore tecnico emiliano, poi spedisce due dirigenti in Colombia, a Calì: “Riportate in Italia quel pazzo”, urla.

Uno dei due dirigenti si chiama Salvatore Scaglia ed è il direttore organizzativo del Parma. Inizalmente prova a parlare col presidente parmense: “Presidente – dice – io ho solo il numero di cellulare di Montano, al massimo possiamo reperire quello di casa, ma una volta sbarcati in Colombia dove lo andiamo a raccattare?”. Ma la risposta è secca e decisa: “Vi arrangiate, smuovete pure il presidente della repubblica, ma non tornate senza di lui”. I due partono all’avventura, rintracciano una delle sorelle di Montano che fornisce loro l’indirizzo di un’officina: “Provate lì”. Ed effettivamente Montano è proprio in questa piccola rimessa di Calì dove si sta facendo montare i vetri oscuranti per la sua macchina; non appena riconosce i dirigenti del Parma ha quasi un mancamento, si scusa e prova a giustificarsi: è orfano di madre e padre, ha 4 fratelli, numerosi nipoti, un’intera e nutrita famiglia che come sostentamento ha quasi esclusivamente i suoi guadagni di calciatore, oltre a numerosi guai in una città pericolosa come Calì. I dirigenti del Parma si impietosiscono, il ragazzo è sincero ed è anche pentito, assicura che l’indomani possono prelevarlo a casa della sorella e ripartire insieme per l’Italia. Puntuali, Scaglia ed il collega si presentano il giorno dopo a casa della sorella, ma di Johnnier Montano non c’è traccia. Altri due giorni di ricerche, poi dalla stessa sorella ecco un’altra dritta, ovvero l’indirizzo di un’amica, forse una fidanzata del calciatore: i due poveri italiani suonano alla porta di questo appartamento sito in un quartiere desolatamente povero e sinistro di Calì; risponde una ragazza, dopodichè Montano, riconosciuta la voce di Scaglia, risponde che si vestirà ed aprirà subito la porta. Macchè, passano oltre venti minuti senza che dall’appartamento esca neppure un suono, quindi la ragazza apre la porta ma di Montano neppure l’ombra, è scappato da una scala antincendio arrampicandosi fino al tetto del palazzo. Scaglia va su tutte le furie, scova il portafoglio dell’attaccante sul tavolo e glielo sequestra, poi si rivolge alla ragazza: “Dì al tuo amico che lo faccio per il suo bene, qui ci sono i suoi soldi e le sue carte di credito, se li rivuole deve venire nel nostro albergo”. Lo stratagemma funziona, Montano si presenta in hotel con tanto di faccia dimessa da bambino che sa di averla fatta grossa; Scaglia vorrebbe prenderlo a sberle, ma si limita a consegnargli il biglietto aereo per l’Italia in partenza il giorno seguente. “Ci vediamo domani in aeroporto, buonaotte”, mormora Montano, ma Scaglia stavolta non si fa gabbare: “Macchè buonanotte – risponde – tu dormi qui, domattina andiamo a prendere i tuoi bagagli e poi partiamo”.

Lo strano trio torna in Italia, Montano si becca due lavate di testa, la prima dal Parma e la seconda dal Verona dove Malesani è parecchio adirato e i compagni perdono un po’ di stima per il ragazzino ribelle che ha allungato le sue vacanze di Natale. La stagione di Montano in Veneto termina in pratica qui, le sue presenze si riducono e saranno in totale 10, il Verona, dopo aver chiuso il girone d’andata in zona Uefa, retrocederà clamorosamente in serie B al termine di una stagione incredibile, chiusa con una caduta verticale con pochi precedenti nel campionato italiano. Montano torna al Parma che non si fida ancora di questo ragazzino e lo gira di nuovo in prestito, stavolta al Piacenza. Il tecnico piacentino è Andrea Agostinelli che in estate afferma: “Montano avrà fatto qualche ragazzata in passato, ma è un talento eccezionale, vedrete che sarà il suo anno”. La fiducia dell’allenatore romano sembra ben riposta e soprattutto è inizialmente ripagata dall’attaccante sudamericano che va in gol alla prima giornata nel successo del Piacenza 2-1 a Brescia; finalmente Montano sta esplodendo, ora gli serve continuità e Piacenza sembra la piazza giusta per lanciarsi definitivamente nel grande calcio, anche perchè la coppia d’attacco che forma con l’esperto bomber Dario Hubner è ben assortita, il colombiano pare aver ritrovato sorriso e voglia di giocare, di divertirsi. Ma col passare del tempo le prestazioni scadono di qualità, Montano non segna e non gioca per la squadra finendo col perdere il posto da titolare ed essere lentamente accantonato da Agostinelli che pure pareva stravedere per lui. A Natale le presenze in campionato sono 11 con una rete, forse c’è ancora tempo per riprendere il filo del discorso con la serie A. Ma nuovamente durante le vacanze natalizie Montano fa perdere le tracce di sè; nuovamente non si presenta al raduno di inizio gennaio, nuovamente stacca il telefonino e per quasi un mese nessuno sa nulla di lui. Stavolta però non partono spedizioni per la Colombia, non avvengono blitz in case di amici e parenti, stavolta Parma e Piacenza proseguono la loro vita e la loro stagione calcistica senza quel calciatore bizzoso, partito per il Sudamerica prima di Natale e ancora oltre oceano ad inizio febbraio. Improvvisamente, ai primi di febbraio, Montano si presenta all’allenamento del Piacenza, qualcuno neanche lo riconosce, l’allenatore ha altri problemi perchè la squadra rischia la retrocessione. La società lo convoca immediatamente negli uffici della dirigenza, lui prova ancora a giustificarsi, parla di minacce ai familiari, ma il Piacenza non gli crede e non si fida, risponde che sarebbe bastata una telefonata, un fax, persino un sms, ma quella sparizione no, non possono accettarla. Quella piacentina è una società semplice ma sicura del fatto suo, non si fa prendere in giro dal primo che passa, così chiama il Parma e straccia il prestito di Montano. Il Parma se lo riprende ma ormai il rapporto è incrinato anche con la società gialloblu che lo schiererà una sola volta all’inizio della stagione 2003-2004, dopodichè lo manderà in prestito in giro per il Sudamerica fino alla scadenza di un contratto che in molti a Parma rimpiangeranno di avergli fatto firmare.

La carriera di Johnnier Montano continua fra Qatar, Turchia, Colombia e soprattutto Perù, forse l’unico paese in cui l’ex parmense riesce a mostrare un minimo del suo talento inespresso. Quasi sempre in sovrappeso, quasi sempre incostante, Montano ancora oggi calca i campi peruviani fra serie A e serie B, le treccine e il pizzetto, un fisico tutt’altro che asciutto, ma il sorriso stampato su quel volto ormai non più da adolescente. Pochi anni in Italia e due fughe in Colombia, perchè, come diceva lui stesso, le vacanze di Natale lo destabilizzavano, la malinconia e la nostalgia del suo paese e del Sudamerica lo portavano a non voler più rientrare in Europa. Montano stava bene lì, fra la sua gente, al caldo, infischiandosene del grande calcio europeo ed italiano. Forse sarebbe bastato lasciarlo lì, il calcio, almeno per una volta, poteva arrendersi all’aria di casa.

di Marco Milan

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