A 50 anni dall’alluvione di Firenze

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Firenze. La folle corsa dell’Arno inondò la città di Michelangelo e Dante. Oggi siamo fuori pericolo da calamità naturali?

Erano le prime ore del mattino del 4 novembre 1966, festa della forze armate e dell’unità nazionale. All’epoca giorno “rosso” sul calendario degli italiani. Firenze, i fiorentini e molti abitanti della Toscana si svegliarono sommersi dalle acque dell’Arno. 35 furono le vittime. Bilancio diffuso soltanto nel 2006 dall’Associazione “Firenze promuove”  in occasione dei 40 dall’accaduto, dopo anni di stime: 17 persone persero le vita a Firenze, e 18 in altre parti della regione.

Ma torniamo a quel 1966. La televisione era nelle case degli italiani da più di un decennio e alla guida della Repubblica c’era Giuseppe Saragat, mentre le immagini della città di Michelangelo inondata della acque del fiume in piena fecero il giro dell’Italia, da nord a sud. Oggi quelle immagini sono arrivate fino a noi, fissate nelle fotografie racchiuse nel  libro “Firenze 1966 l’alluvione” scritto a quattro a mani dai giornalisti Franco Mariani (vaticanista) e Mattia Lattanzi (critico cinematografico), con prefazione di Luca Lotti e interviste alla storica dell’arte Cristina Acidini e ad Antonio Paolucci che, all’epoca ventisettenne, lavorava al gabinetto fotografico della Soprintendenza, nel piazzale degli Uffizi.

Una tragedia forse sottovalutata: già a partire dal tardo pomeriggio del 3 novembre le piogge cominciarono a intensificarsi e l’Arno cresceva sempre di più fino a che i torrenti incominciarono a straripare. I primi problemi si verificarono nella provincia di Arezzo, poi, in serata nella zona sud est di Firenze dove in seguito al crollo di una casa morirono sette persone.

Ma la folle corsa dell’Arno non avrebbe risparmiato niente e nessuno, neppure il patrimonio culturale del capoluogo toscano: a partire dalla mezzanotte le cose peggiorarono in fretta a causa dell’insolito livello dell’acqua. Si allagarono garage, cantine, pezzi di strada persino l’Autostrada del Sole che fu chiusa.

Nei giorni successivi, furono in tanti a prestare soccorso ai cittadini di Firenze e delle città limitrofe, e molti volontari accorsero per recuperare le opere d’arte ricoperte dal fango che giacevano nei magazzini del museo degli Uffizi. I danni più noti e gravi, per quanto riguarda il patrimonio culturale di Firenze, furono quelli alla Biblioteca Nazionale Centrale, in piazza Cavalleggeri, tra la chiesa di Santa Croce e l’Arno. Un Crocefisso dipinto dal Cimabue nel Duecento e conservato a Santa Croce venne a sua volta distrutto, e poi restaurato. Un approfondimento pubblicato da l’Espresso mostra quali sono oggi le 10 città d’arte in Italia che sarebbero seriamente a rischio in caso di alluvione.

Subito dopo l’alluvione venne istituita la Commissione Interministeriale per lo studio della Sistemazione idraulica e della Difesa del suolo e vennero istituite figure come quella del commissario per le emergenze, il dipartimento passò dal Ministero dei Lavori pubblici a quello dell’Interno, e venne creato un sistema per addestrare i volontari civili a gestire situazioni di emergenza.

Oggi, 50 anni dopo, i rischi di essere “strappati” alla nostra vita, al nostro lavoro, ai nostri studi mentre trascorriamo una vita “normale” o dormiamo tranquillamente nelle nostre case, con le persone a noi care, sono ancora alti. Con possibilità di intervento diverse, certamente. Ma ancora i rischi di calamità naturali esistono. Ce lo dimostra il terremoto avvenuto ad agosto e poi, a più riprese, in Centroitalia di cui ancora si contano i morti.

(di Anna Piscopo)

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