Roma, al MAXXI mostra fotografica sui detenuti siriani vittime di torture

Raccontare la tortura per sensibilizzare l’opinione pubblica

L’esposizione “Nome in codice: Caesar. Detenuti siriani vittime di tortura” raccoglie una piccola selezione degli oltre 55.000 scatti realizzati da “Caesar”, lo pseudonimo attribuito a un agente di Polizia militare al servizio del presidente Bashar al-Assad, incaricato dal regime di “documentare la morte”, come ha dichiarato lo stesso Caesar. Fuggito dalla Siria nel 2013, è riuscito a portare all’estero la testimonianza visiva delle atrocità subite dai detenuti nelle carceri siriane tra il 2011 e il 2013, in particolare nelle strutture di detenzione della capitale Damasco.

Già esposta al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite di New York, al museo dell’Olocausto di Washington, al Parlamento Europeo e in altre città europee, la mostra è arrivata per la prima volta in Italia. Ospitata dal 5 ottobre nella Sala Spazio D del museo MAXXI di Roma, è rimasta aperta al pubblico fino al 9 ottobre, giorno della Marcia Perugia-Assisi della Pace e della Fraternità.  Promotori dell’iniziativa la Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), la Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontariato (Focsiv), Amnesty International Italia, l’Unione delle Università del Mediterraneo (Unimed), Un Ponte Per e Articolo 21.

“Le immagini sono scioccanti”, si legge nella brochure di presentazione della mostra. E basta volgere lo sguardo verso i pannelli di vetro che custodiscono le foto per cogliere immediatamente la violenza e la crudeltà. Un racconto per immagini di fronte al quale non si può non rimanere sgomenti: corpi seminudi, ossuti e ammassati, di giovani e anziani, dai volti a tratti insanguinati e tumefatti, ritratti in tutta la sofferenza e lo strazio che esprimono. I segni di tortura e la brutalità reiterata sono visibili in ogni scatto. A verificare l’autenticità degli scatti è stato prima un gruppo di esperti forensi che ha redatto un rapporto presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2014, poi l’organizzazione umanitaria Human Rights Watch  (HRW), che ha intervistato familiari e amici delle vittime identificate, raccolto testimonianze ed eseguito un’analisi delle immagini trafugate da “Caesar”. HRW nel dicembre 2015 ha pubblicato un rapporto intitolato “If the Death Could Speak. Mass Deaths and Tortures in Syria’s Detention Facilities” (“Se i morti potessero parlare – Uccisioni e torture di massa nelle strutture di detenzione in Siria”).

L’organizzazione si è concentrata su 28.707 immagini che mostrano almeno 6.786 persone morte in carcere o dopo essere state trasferite dal carcere in ospedali militari. Dal 2015 le immagini di “Caesar” sono state diffuse online e molte delle famiglie che ricercavano i propri cari scomparsi sono state in grado di identificarli. Sulla base di queste foto, la Procura di Parigi, nel settembre 2015, ha aperto un’inchiesta per “crimini di guerra”. Accusa sostenuta anche dalla Commissione d’inchiesta sulla Siria costituita dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu (OHCHR), che in merito alle immagini ha dichiarato: “Il governo ha commesso i crimini contro l’umanità di sterminio, assassinio, stupro o altre forme di violenza sessuale, tortura, sparizione forzata, o altri atti disumani. Per via della medesima condotta sono stati commessi anche crimini di guerra”.

Le stesse violazioni sono riportate nel rapporto diffuso il 18 agosto 2016 da Amnesty International, intitolato “Ti spezza l’umanità. Tortura, malattie e morte nelle prigioni della Siria“,  che  denuncia crimini contro l’umanità commessi dalle forze governative di Damasco e ricostruisce l’esperienza provata da migliaia di detenuti attraverso i casi di 65 sopravvissuti alla tortura. Sempre secondo il rapporto dell’organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani, che si basa sulle analisi del Gruppo di analisi sui dati relativi ai diritti umani (Hrdag), tra marzo 2011 e dicembre 2015 nelle prigioni siriane sono morte 17.723 persone, oltre 300 al mese. Un’escalation impressionante dato che nei decenni precedenti il 2011, Amnesty International aveva riscontrato in media 45 decessi in carcere all’anno, tre o quattro al mese.

La contestazione di Forza Nuova

I numeri sono indubbiamente allarmanti, ma alle denunce che risultano dai rapporti ufficiali non fa seguito, nonostante gli appelli, qualche forma di tregua stabile. La guerra e le violenze proseguono. E non mancano neppure le contestazioni, come quella di Forza Nuova, che ha fatto irruzione nello spazio espositivo mostrando  uno striscione che recitava “Con Assad e Putin fino alla vittoria”. Gli attivisti di estrema destra hanno bollato le fotografie esposte come “mistificazione” e “palesi bugie”, si legge in un comunicato diffuso da Fn. Unanime la condanna dei promotori e del segretario generale del MAXXI, Pietro Barrera, che ha definito il gesto una “sguaiata provocazione”.

Il lavoro di sensibilizzazione dell’opinione pubblica resta la risposta più forte per squarciare il velo del silenzio sugli abusi dei diritti umani in Siria in nome della pace e del rispetto della dignità umana. Ne è un esempio la campagna di raccolta fondi promossa da Focsiv e da 6 tra i suoi Soci, “Humanity. Essere umani con gli essere umani”, presentata nel corso dell’evento di chiusura della mostra “Il Medio Oriente si racconta. Sguardi e voci dall’area”. I promotori, per la Siria e le altre zone del Medio Oriente martoriate dalla guerra, chiedono “un impegno corale condiviso nella convinzione che solo i negoziati di pace rimangono la priorità assoluta, che le parti sono chiamate ad impegnarsi a garantire l’accesso agli aiuti umanitari e che i governi debbono mettere fine all’ipocrisia del finanziamento delle armi”.

Guarda la galleria fotografica della mostra

(di Elena Angiargiu)

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