Referendum costituzionale: si configurano gli schieramenti per il SI e il NO

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Referendum costituzionale. In vista della consultazione di ottobre sulla Riforma costituzionale, inizia a delinearsi la composizione dei Comitati del SI e del NO.

referendum costituzionale

Approvata in doppia lettura dalla Camera e dal Senato della Repubblica (il doppio passaggio è richiesto poiché il ddl Boschi modifica la Costituzione e sono quindi necessarie due approvazioni sullo stesso testo in ognuna delle due aule del Parlamento), la riforma della Costituzione italiana; riforma di cui è promotrice il ministro Maria Elena Boschi e che sarà sottoposta a referendum popolare confermativo il prossimo ottobre. Boschi e Renzi hanno già detto che si dimetteranno se la riforma sarà bocciata dagli elettori.

L’articolo 138 della Costituzione italiana stabilisce che le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali siano sottoposte a referendum costituzionale quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Il referendum per essere valido non ha bisogno di raggiungere il quorum (cioè, diversamente dal referendum abrogativo, non è necessario che vada a votare il 50 per cento più uno degli aventi diritto).

La riforma che trasforma l’assetto istituzionale del Paese, affronta diversi punti: la riforma del Senato e quindi la fine del bicameralismo perfetto; l’elezione del Presidente della Repubblica (alla quale non parteciperanno più i delegati regionali, ma solo le camere in seduta comune e con maggioranze diverse da quelle attuali); l’abolizione del Consiglio nazionale per l’economia e il lavoro (il CNEL, l’organo ausiliario che ha una funzione consultiva per quanto riguarda le leggi sull’economia e il lavoro); la modifica del Titolo V della costituzione (con la riforma, una ventina di materie tornano alla competenza esclusiva dello Stato: l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni); Referendum abrogativo e leggi d’iniziativa popolare (con la riforma, il quorum che rende valido il risultato di un referendum abrogativo resta sempre del 50 % + 1 degli aventi diritto al voto, ma se i cittadini che propongono la consultazione sono 800mila, invece che 500mila, il quorum sarà ridotto: basterà il 50 % + 1 dei votanti alle ultime elezioni politiche, non il 50% + 1 degli aventi diritto. Inoltre, per quanto riguarda una legge d’iniziativa popolare non saranno più sufficienti 50mila firme, ma ne serviranno 150mila).

Senza ombra di dubbio, l’obiettivo primario della riforma è il superamento del bicameralismo perfetto che caratterizza l’assetto istituzionale italiano. Attualmente tutte le leggi, sia ordinarie sia costituzionali, necessitano dell’approvazione di entrambe le Camere (come tra l’altro la fiducia al Governo, che deve essere concessa sia dai deputati sia dai senatori).

La riforma invece, ridurrebbe la Camera dei deputati a unico organo eletto dai cittadini a suffragio universale diretto e l’unica assemblea competente per l’approvazione delle leggi ordinarie e di bilancio nonché per la concessione della fiducia al governo.

Che fine farebbe il Senato? Questo diverrebbe un organo rappresentativo delle autonomie regionali (Senato delle regioni), composto da 100 senatori non eletti direttamente dai cittadini: 95 di loro saranno scelti dai consigli regionali mentre i restanti 5 senatori, saranno nominati dal presidente della repubblica. Eliminata la nomina dei senatori a vita. Il “nuovo” Senato esprimerà pareri sui progetti di legge approvati dalla Camera, proporrà modifiche entro trenta giorni dall’approvazione della legge, ma la Camera potrà anche non accettare gli emendamenti. I senatori continueranno a partecipare anche all’elezione del presidente della repubblica, dei componenti del CSM (il Consiglio Superiore della Magistratura) e dei giudici della corte costituzionale. Ma la sua funzione principale sarà quella di esercitare una funzione di raccordo tra lo Stato, le regioni e i comuni.

Su questa riforma gli schieramenti sono netti, con un fronte del “NO” alla riforma o “deforma” (fronte guidato dal professor Gustavo Zagrebelsky, da altri ex presidenti della Consulta e da molti costituzionalisti) e uno del “SI”. Le preoccupazioni dei sostenitori del NO alla riforma sono diverse. Secondo Zagrebelsky il referendum sulla riforma del Senato suggerisce “un progressivo svuotamento della democrazia a vantaggio di ristrette oligarchie”.

Ospite qualche settimana fa di In mezz’ora su Rai 3 di Lucia Annunziata, il ministro Boschi parlando del referendum costituzionale, aveva detto che “L’Anpi [l’Associazione dei partigiani italiani, ndr.] come direttivo nazionale ha preso una linea, poi ci sono molti partigiani, quelli veri, e non quelli venuti delle generazioni successive, che voteranno sì alla riforma”. La dichiarazione sui partigiani “veri” e non ha subito innescato una dura polemica che si è andata ad aggiungere al paragone, fatto sempre dalla Boschi, della sinistra che che non avrebbe votato le riforme costituzionali a Casa Pound. Dure le reazioni: da Bersani “Come si permette?” a Civati “Quella del governo è una campagna volgare, oscena e dissennata” al partigiano Eros “Si vede che non conosce partigiani veri, perché siamo tutti per il no”. La Boschi è stata così costretta a fare marcia indietro parlando di strumentalizzazioni.

Da parte sua, l’ANPI ha ribadito più volte la propria posizione, respingendo “i tentativi di provocare o intimidire” e decidendo di intensificare la Campagna per il “NO” alla riforma del Senato. L’Anpi ha votato e ha deciso all’unanimità (solo 3 contrari) di dire No alla riforma ma all’interno dell’ANPI la tensione è alta: nonostante la posizione votata a grandissima maggioranza nel congresso nazionale, l’unità dei Partigiani italiani è messa a dura prova per la prima volta nella storia sulla consultazione di ottobre. La divergenza di opinioni tra dirigenti e iscritti si è ampliata. Da un lato, il presidente nazionale Carlo Smuraglia che sottolinea l’obiettivo primario della scelta del NO, fatta per la difesa della Costituzione, dall’altro ci sono i dirigenti dei “piccoli focolai ribelli” che hanno espresso dubbi sul NO alla riforma e hanno avviato la raccolta di firme per il Sì.

Proliferano i comitati per il NO alla riforma del Governo Renzi o “deforma” costituzionale ma anche quelli per il SI. Quasi 200 giuristi(tra questi: Treu, Tabellini, Ceccanti, Pasquino e Vassallo) hanno, sottoscritto il manifesto per il SI al referendum, elencando ed esplicando alcune ragioni a loro dire valide che “Potranno persuadere i cittadini italiani della bontà della riforma approvata con coraggio dal Parlamento e della sua utilità per il miglior governo del Paese. Il SI potrà garantire meglio di qualsiasi altra scelta tutto questo”. Le ragioni sono semplici: il superamento dell’ “anacronistico bicameralismo paritario indifferenziato, con la previsione di un rapporto fiduciario esclusivo fra Camera dei deputati e Governo. Pregio principale della riforma, il nuovo Senato delinea un modello di rappresentanza al centro delle istituzioni locali. E’ l’unica ragione che oggi possa giustificare la presenza di due Camere. Ed è una soluzione coerente col ridisegno dei rapporti fra Stato-Regioni. Ne trarrà vantaggio sia il rapporto fiduciario fra Governo e Parlamento, che rimane in capo alla sola Camera dei deputati, superando così i problemi derivanti da sistemi elettorali diversi, sia l’iter di approvazione delle leggi”.

E ancora, la riforma del Titolo V della Costituzione che ridefinisce i rapporti fra lo Stato e Regioni sulla base della giurisprudenza successiva alla riforma del 2001, con conseguente aumento delle materie di competenza statale; la semplificazione istituzionale grazie alla soppressione del Cnel e di qualsiasi riferimento alle province quali enti costitutivi della Repubblica. Infine, lo sforzo per ridurre o limitare alcuni costi della politica: 220 parlamentari in meno e un tetto all’indennità dei consiglieri regionali.

E l’ex presidente Giorgio Napolitano ha confermato di aver ricevuto l’invito a guidare i comitati per il Sì al referendum costituzionale di ottobre, per una riforma che continua a sostenere ampiamente: “Gli allarmi per la democrazia e per la libertà sono usati al solo fine di bloccare un rinnovamento da lungo tempo atteso e dalle parti più diverse considerato necessario. Che giunge già con grave ritardo”.

L’atmosfera è surriscaldata. L’ex presidente del Consiglio Enrico Letta è intervenuto nella polemica: “il clima da corrida e l’ipersonalizzazione che il governo ha messo attorno a questo tema è un errore che rischia di trascinare tutto lontano dai contenuti e di fare del male al Paese”.

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One thought on “Referendum costituzionale: si configurano gli schieramenti per il SI e il NO

  1. il fronte del NO dice che è stata salvata la Costituzione e la Democrazia !
    Ma e l’Italia? Ne è uscita rafforzata o indebolita? Certamente confusa…..
    L’unico chiaro e sicuro risulta essere ancora soltanto Renzi e le sue dimissioni.

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