Maniaci: le ombre sul direttore di Telejato. La difesa di Ingroia

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Pino Maniaci accusato di estorsione. Ingroia torna a far l’avvocato e lo difende. Ma a prescidere dalle responsabilità penali è tanta la delusione nell’opinione pubblica: delusi i tanti che nell’informazione coraggiosa del direttore di Teljato ci credevavo davvero.

In muro è stato abbattuto. Ancora una volta. Realtà e immaginazione si ritrovano insieme in un unico calderone che unisce mafia e antimafia, giustizia e corruzione. Quello mostrato da Pino Maniaci, il direttore di Telejato, fino a qualche giorno fa “paladino dell’antimafia”, è un altro volto, quello di indagato per estorsione nei confronti dei sindaci di Partinico e Borgetto. Come in un gioco di specchi.

maniaciLe presunte intimidazioni, l’incendio della sua auto, l’impiccagione dei cani non sarebbero state opera di Cosa Nostra per intimidire il giornalista a causa delle inchieste condotte dalla sua emittente, ma azioni scaturite dalla rabbia del marito dell’amante di Maniaci. E sempre per l’amante, Maniaci avrebbe chiesto agli amministratori locali, in particolare al sindaco di Partinico Salvatore Lo Biundo, un’assunzione in clinica. A questa hanno fatto seguito richieste denaro per non mandare in onda presunti scoop che avrebbero messo i sindaci in cattive acque. Si sarebbe trattato di pochi piccioli: 50, 100, 150 euro. Intanto, lui si vantava al telefono con l’amante: “Per quella cosa ho parlato, già a posto, stai tranquilla, si fa come dico io e basta. Qua si fa come dico io se ancora tu non l’avevi capito… decido io, non loro… loro devono fare quello che dico io, se no se ne vanno a casa”. Queste le parole emerse dalle intercettazioni.

Intanto per il patron di Telejato, la tv privata siciliana, è scattato un provvedimento cautelare che prevede il divieto di dimora nelle province di Trapani e Palermo.

Questo lo scenario e le dure frasi portate alla luce dalle intercettazioni nell’ambito di un’inchiesta partita per caso nel 2014, durante alcuni accertamenti dei carabinieri sulle amministrazioni comunali. E nei giorni scorsi è anche scattato un blitz dei carabinieri del Gruppo Monreale, fra Partinico e Borgetto, coinvolge nove presunti mafiosi.

Intercettazioni che per la procura diretta da Francesco Lo Voi non lasciano spazio a interpretazioni. Al contrario del legale di Maniaci, Antonio Ingroia, ex pm antimafia e oggi avvocato il quale pone al centro della sua difesa proprio le intercettazioni per lui “non penalmente rilevanti”. Quello che invece costituisce il cuore dell’accusa è la richiesta di denaro pretesa con metodi estorsivi.

Ma anche qui i conti non tornano poiché le frasi intercettate sono incomplete secondo la difesa e i soldi chiesti dal giornalista erano “per la pubblicità”, come afferma Ingroia in due interviste al Corriere della Sera e alla Stampa. La prova, sempre secondo Ingroia, starebbe nel fatto che la linea editoriale dell’emittente privata non è cambiata dopo la datazione di quelle somme.

Pertanto, afferma ancora il legale, la Procura di Palermo sta sbagliando: “I miei ex colleghi si sono lasciati convincere da un’indagine dei carabinieri che a me pare poco convincente”.

Versioni contrastanti. Che alimentano la delusione nell’opinione pubblica e in chi nell’informazione coraggiosa e non viziata ci credeva davvero. Anche in una terra un po’ border line come la Sicilia, dove è sempre più difficile “tenera la schiena dritta”.

Pino Maniaci cerca di difendersi sostenendo di essere vittima della gogna mediatica e della mafia che cercava di incastrarlo per le sue denunce sui beni confiscati, così come aveva affermato in un’intervista realizzata dalle Iene e andata in onda il 28 aprile scorso. Ma il procuratore Lo Voi contrattacca ribadendo che le indagini su Maniaci erano partite prima dell’inchiesta sulla gestione della sezione Misure di prevenzione.

Restano, tuttavia, i toni colorati e alquanto superficiali delle affermazioni di Maniaci come quella in cui si fa beffe della telefonata ricevuta dal premier Matteo Renzi il quale gli esprimeva solidarietà per l’impiccagione dei suoi cani.

Amareggiato anche Claudio Fava, vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia, figlio di Pippo Fava il giornalista ucciso dalla mafia. “Restituisca tutti i premi giornalistici”, tuona Claudio Fava e fa riferimento in particolare al premio ricevuto da Maniaci e intitolato a Mario Francese, anche lui giornalista vittima della criminalità organizzata. “Ci dica Maniaci che è tutto falso, intercettazioni, verbali, parole sue e degli altri: tutto! Oppure quel premio lo restituisca subito. Tra tutti i miserabili pennacchi che l’antimafia può mettersi sul cappello, la morte di un giornalista è il più osceno».

Dura la reazione del vicepresidente Fava dopo la lettura dei verbali delle intercettazioni, definendo quello del patron di Telejato come un “delirio di onnipotenza”.  “Che c’entra, – dice Fava – non dico l’antimafia, ma il giornalismo con questo sproloquio? Nulla c’entra! Per cui Maniaci spieghi: non i supposti complotti contro di lui ma la ridicola vanità di queste sue parole. Spieghi, oppure scompaia dalle nostre vite per sempre”.

Un delirio di onnipotenza che portava il direttore di Telejato a vantarsi con l’amante: «Quello che non hai capito tu è la potenza di Pino Maniaci! Ormai tutti e dico tutti si cacano se li sputtano in televisione”.

Una vicenda che getta fumo sull’antimafia, quella vera, su chi cerca di porsi dall’altro lato della barricata. Se ancora esiste una barricata. Oltre i riconoscimenti, le etichette, il vero problema è quello di conoscere e riconoscere la mafia, prima di individuare la sua antagonista.

(di Anna Piscopo)

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