La lunga strada dello Statuto dei Lavoratori

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statuto-dei-diritti-dei-lavoratoriIl dibattito pubblico sui temi del lavoro è ormai da qualche tempo incendiato dalla questione dell’opportunità o meno di superare l’impianto della legge 300 del 1970, meglio nota come Statuto dei lavoratori. L’acceso scontro tra i sostenitori dell’una e dell’altra tesi, che rischia concretamente di spaccare lo stesso partito di governo, va ben oltre la contingenza del singolo articolo di legge più o meno in discussione, e sembra contrapporre due opposte visioni dei rapporti di produzione. Proviamo allora a capire come un semplice provvedimento legislativo possa esser stato investito di una così ampia portata di significato cercando di seguirne, per sommi capi, il travagliato percorso.

Nella lunga storia dei rapporti tra governo e sindacato possono essere individuati due momenti chiave, costituiti dalla politica della mediazione tra gli interessi operata dal secondo governo Giolitti del 1903 e, appunto, nell’approvazione dello Statuto dei lavoratori nel maggio del 1970. Sono i momenti in cui lo Stato cessa di essere il difensore degli interessi di una parte, quella imprenditoriale, e cerca di farsi garante anche dei diritti dell’altra, quella dei lavoratori.

La Grande guerra e il ventennio fascista avrebbero messo fine all’esperienza della mediazione giolittiana, e nel secondo dopoguerra la corsa alla ricostruzione sull’onda del miracolo economico avrebbe compresso lo spazio d’azione dei sindacati. Saranno proprio gli squilibri e le tensioni innescate dal miracolo economico, sfociate nella crisi sociale del 1968, a porre le basi per un nuovo protagonismo delle associazioni dei lavoratori che renderà possibile, dopo le lotte dell’autunno caldo del 1969, l’approvazione dello Statuto dei lavoratori nel maggio del 1970, al termine di un percorso lungo più di vent’anni.

Per realizzare gli ambiziosi progetti di sviluppo per una Italia uscita dalla guerra, la classe imprenditoriale mosse un vero e proprio attacco al potere sindacale che si era sviluppato durante la Resistenza con gli scioperi del 1943-47. Si assistette per tutti gli anni Cinquanta a una massiccia campagna di emarginazione e licenziamento dei lavoratori più attivi all’interno dei sindacati, ai quali furono sempre più preferiti operai giovani, spesso ex contadini, non sindacalizzati e disposti ad accettare ritmi di produzione elevati. Tale tendenza era ormai ben evidente quando, nel 1949, la Cgil presentò il Piano del lavoro, che fu infatti praticamente ignorato dal Governo e da una classe imprenditoriale ormai forte e senza alcuna necessità di venire incontro alle richieste sindacali. Il decennio successivo alla presentazione del piano fu condotto in difesa dal movimento operaio. Con i tre grandi sindacati divisi e gli operai sempre più delusi da scioperi rituali e inefficaci fu facile per il padronato conquistare potere e autorità, emarginando sempre più gli elementi più attivi sul fronte dei diritti di fabbrica. L’evento simbolo della difficile situazione operaia fu la perdita della maggioranza assoluta da parte della Cgil nelle elezioni delle commissioni interne alla Fiat del 1955.

All’inizio degli anni Sessanta però la conflittualità riesplose, grazie al raggiungimento di una situazione vicina alla piena occupazione che non consentiva più agli imprenditori di contare su una grande riserva di manodopera da utilizzare come deterrente per le rivendicazioni operaie. Il biennio 1960-62 costituì in questo senso una sorta di presa di coscienza da parte dei nuovi giovani operai, i quali proprio per lo loro mancanza di inquadramento in una solida tradizione sindacale finivano con l’essere imprevedibili nelle loro modalità di rivendicazione. Il banco di prova di questa nuova conflittualità operaia fu lo sciopero nazionale del 1962 quando, il 23 giugno, alla Fiat incrociarono le braccia ben 60mila lavoratori su un totale di 93 mila. Ma fu con gli scontri di piazza Statuto a Torino del 7 luglio 1962 che i giovani operai salirono alla ribalta. La piattaforma rivendicativa di questi giovani lavoratori andava ben oltre il ‘dentro’ della contingenza della fabbrica e si allargava al ‘fuori’, allo spazio sociale che li vedeva esclusi, emarginati in un mondo in espansione e nella grande città alla quale erano approdati e che li accoglieva controvoglia quando non con aperto razzismo. Quello che occorreva superare era proprio questa separazione dentro-fuori, che sempre più appariva lesiva della stessa dignità individuale.

I duri anni della congiuntura economica del 1963-64, che pure ricompressero fortemente gli spazi d’azione degli operai, non riuscirono tuttavia a cancellare tale modificazione di fondo dell’orizzonte rivendicativo. La fine della congiuntura e la ripresa degli investimenti resero anzi ancor più insopportabili le condizioni di sfruttamento cui gli operai erano sottoposti, e il mutamento di scenario apparve in tutta la sua evidenza. Gli scioperi ripresero e si moltiplicarono, e sempre più le proteste dilagavano per le strade delle città con marce, slogan e blocchi del traffico. La denuncia della condizione operaia entrava insomma nella vita quotidiana. I fatti di Valdagno dell’aprile 1968 costituirono in questo senso l’evento simbolo di questo nuovo protagonismo degli operai. Il 19 aprile 1968 i lavoratori della Marzotto di Valdagno entrarono in sciopero contro l’organizzazione dei cottimi. All’intervento della polizia scoppiarono scontri violenti, furono sparati lacrimogeni e si registrò perfino l’esplosione di una bomba a mano. Gli scontri dilagarono per le strade, e i manifestanti, giunti di fronte alla statua del conte Marzotto che troneggiava al centro del paese, la abbatterono.

Sull’onda di questa impennata della conflittualità, i sindacati seppero tornare protagonisti riuscendo a incanalare la rabbia dei lavoratori su precisi obiettivi di rivendicazione contro le derive massimaliste e spontaneiste. La pressione su governo e Confindustria si fece allora sempre più forte, anche a fronte di una azione più incisiva in parlamento del Pci – anch’esso in cerca di una nuova legittimazione tra i nuovi operai – il quale, alzando costantemente l’asticella verso obiettivi di lotta di sistema che sembravano sempre più guadagnare consensi tra la base operaia, rese possibile la convergenza di ampi settori della Dc verso una piattaforma minima di concessioni che poi tanto minima non si rivelò.

Fu così che al temine di un 1969 nel quale si contarono ben 38 milioni di giornate di lavoro perse per sciopero, un primato mai più eguagliato, iniziò in Parlamento la discussione su quella che sarebbe divenuta la legge 300/1970, lo Statuto dei lavoratori che, come titolò l’Avanti il giorno dopo la sua approvazione, faceva finalmente entrare la Costituzione anche nelle fabbriche. La separazione tra il dentro e il fuori della fabbrica veniva finalmente superata: per gli operai il luogo di lavoro non era più un non-luogo dove le norme fondamentali del diritto individuale erano abrogate. Sta in questa fondamentale conquista la grande importanza che riveste lo Statuto dei lavoratori, e sarebbe perciò inesatto e superficiale da un lato limitare il dibattito alla sua pur forte portata simbolica, e dall’altro liquidarlo come un vecchio residuato di un’epoca ormai tramontata.

(di Eugenio D’Agata)

 

Piccola bibliografia

Guido Crainz, Storia del miracolo italiano, Roma, Donzelli, 1997

Andrea Sangiovanni, Tute blu: la parabola operaia nell’Italia repubblicana, Roma, Donzelli, 2006

Sergio Musso, Storia del lavoro in Italia, Venezia, Marsilio, 2002

Giuseppe Berta, L’Italia delle fabbriche, Bologna, Il Mulino, 2009

 

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