Amarcord. Walter Bianchi, Rufo Verga, Alvise Zago: quando gli infortuni vincono sul talento

Amarcord, Alvise Zago
Amarcord, Alvise Zago

Quando si diviene sportivi professionisti si mette in conto di poter subire infortuni ed incidenti. La maggior parte dei pugili fa i conti con traumi facciali, gli sciatori con danni alle articolazioni, i calciatori riportano spesso e volentieri brutte conseguenze a ginocchia e caviglie. Non è malasorte, sono i rischi del mestiere. Per Walter Bianchi, Rufo Emiliano Verga ed Alvise Zago, però, il discorso è diverso; le loro storie vanno al di là dei semplici infortuni, della banale sfortuna. Con loro il destino si è accanito, ha aperto una ferita ed ha continuato a girarci il coltello dentro fin quando lo squarcio si è fatto troppo ampio per tentare di ricucirlo.

Walter Bianchi nasce nel 1963 in Svizzera, ad Aarau, ma è italianissimo. Di ruolo fa il difensore, è mancino ed è dotato di talento, intelligenza tattica e freddezza. Doti che apprezza moltissimo Arrigo Sacchi, tecnico che al suo approdo a Parma in serie C chiede l’acquisto di Bianchi, reduce da ottime esperienze con Brescia e Rimini in serie C. Sacchi stravede per Walter, il Parma sale dalla C1 alla serie B ed impressiona col suo gioco spumeggiante con cui i ducali eliminano addirittura il Milan dalla Coppa Italia nella partita che farà innamorare Silvio Berlusconi dello stesso Sacchi. Nell’estate del 1987, infatti, il Milan affida la panchina al tecnico di Fusignano che porta con sè proprio Bianchi e lo fa esordire già alla prima giornata, a Pisa, nella stessa gara che vede il battesimo rossonero di Ruud Gullit e Marco Van Basten. Pisa-Milan è l’inizio di un trionfo per i milanisti verso lo scudetto, ma è anche l’inizio del calvario di Walter Bianchi: il terzino gioca infatti solo altre due partite in stagione ed altrettante nel campionato successivo a causa di continui, pesanti ed irrisolvibili guai alle gambe. Le sue ginocchia diventano un martirio, Bianchi entra ed esce dalle sale operatorie, torna in campo ed incappa in nuovi infortuni. Il Milan lo cede al Torino alla vigilia della stagione 89-90, torneo che i granata giocheranno in serie B e domineranno grazie alla guida in panchina di Eugenio Fascetti; Bianchi scende in campo 18 volte, sempre a mezzo servizio per via degli infortuni che ne condizionano rendimento e resistenza fisica ed atletica. Il Torino vola in serie A, Bianchi resta in B, prestato dal Milan al Verona, altra squadra neoretrocessa che punta al ritorno in serie A, altra squadra guidata da Fascetti. Ma il tecnico toscano non allenerà mai Bianchi in quell’anno: il terzino trascorre l’intera stagione in convalescenza, poi torna al Milan con cui partecipa al ritiro estivo, quindi passa al Cosenza nel settembre del 1991; in Calabria sfiora la terza promozione in serie A (i silani arriveranno ad un passo dal quarto posto) riuscendo a disputare ben 27 incontri, la striscia più lunga di partite della sua breve e sfortunata carriera. Una stagione positiva che lo riporta a Verona, sempre in B e sempre con la speranza di riconquistare la massima serie; le ginocchia sembrano aver dato una tregua a Bianchi, ma ecco che durante la preparazione di luglio, la sfortuna piomba ancora sul ragazzo nato in Svizzera: durante uno spostamento della squadra in pullman, il mezzo sbanda improvvisamente, esce di strada e si scontra con una ruspa: Bianchi riporta gravi lesioni e finisce in coma per qualche giorno, poi si riprende ma il suo morale e il suo carattere assomigliano ormai a due ruote sgonfie: disputa ancora una ventina di partite col Verona in serie B nei due anni successivi, poi a giugno del 1994, dopo l’ennesimo problema fisico, decide di smettere, a 31 anni e con più cicatrici che presenze in carriera. Uno scudetto, una Coppa dei Campioni, due promozioni in serie A: sarebbe un palmares di tutto rispetto, ma per Walter Bianchi, la bacheca dei rammarichi è senza dubbio più vasta.

Rufo Emiliano Verga, invece, è più giovane: è un milanese (nato a Legnano) classe 1969, cresciuto nel vivaio del Milan che se lo coccola come una mamma fa coi suoi figli, perchè è un talento purissimo: è un difensore centrale elegante, dal passo sicuro, dalla testa sempre alta; è pure un bel ragazzo, alto, biondo e forte fisicamente. Al Milan fanno presto a fare 2+2 e a sentenziare che quel ragazzo biondo sarà l’erede naturale di Franco Baresi. Anche Verga, come Walter Bianchi, esordisce in serie A col Milan di Arrigo Sacchi nella stagione 87-88, subentrando a Paolo Maldini nella gara contro il Torino, e anche lui, come Bianchi, gioca altre due partite in quel campionato. E’ giovane, ancora acerbo, ma ha stoffa, così il Milan lo manda in prestito al Parma in serie B e Verga ben si comporta: 17 presenze e pure 2 gol. Torna al Milan ma non gioca mai perchè nel frattempo inizia la lotta contro le sue ginocchia e deve operarsi, così i rossoneri lo mandano al Bologna, ma Verga in Emilia si incrocia con la stagione peggiore dei rossoblu in serie A: ultimo posto e squadra sfaldata e falcidiata da tanti infortuni. Verga fa quel che può, gioca 26 partite e resta invischiato nel tracollo della squadra. Ma nel mondo del calcio non sono tutti disattenti, qualcuno si accorge che nel marasma del Bologna qualche pietra preziosa c’è ed una di esse è senza dubbio Rufo Emiliano Verga che nel frattempo si è ritagliato un posto nell’Under 21 di Cesare Maldini che si avvia a vincere europei di categoria a ripetizione. La stagione 91-92 vede Verga vestire la maglia della Lazio, ma è anche la stagione che vede l’inizio del calvario per il difensore lombardo: ginocchia ballerine, recuperi lunghissimi, cali fisici inevitabili. Verga scende in campo solo 6 volte in biancoceleste, il resto del tempo lo passa sotto i ferri dei chirurghi o con la borsa del ghiaccio schiaffata sulle ginocchia sempre più gonfie e sempre più deboli. Ciò nonostante su di lui continuano a posarsi gli occhi di osservatori, direttori sportivi ed allenatori: finisce alla Fiorentina, ma anche qui vede il campo col contagocce, mentre inizia a conoscere a memoria ogni angolo delle sale operatorie degli ospedali fiorentini. Risulato? 4 presenze appena e mancata riconferma dei viola. Stagione 92-93: Verga scende in serie B, a Venezia, e gioca 19 partite che lo rimettono in sesto e gli restituiscono fiducia dato che le ginocchia lo lasciano un po’ in pace. Ma è solo un’illusione perchè l’anno successivo, quando Rufo gioca a Lecce in serie A, i guai fisici prendono definitavamente il sopravvento: dopo 14 gare disputate in Puglia, Verga torna sotto i ferri e decide di mollare. Anni dopo, quando a meno di 30 anni diventa un commerciante senza voler mai più sentir nominare il calcio, dirà che al termine della stagione a Lecce fece un rapido bilancio della sua carriera costellata di operazioni: finire in sala operatoria una volta ogni 18 mesi (in media) avrebbe voluto dire saltare circa la metà fra preparazioni e campionati. Troppo, per lui e per chi avrebbe dovuto puntare su di lui. Rufo Emiliano Verga si è ritirato a 25 anni, un talento sciacquato via come una scritta sulla spiaggia. Non ha più rilasciato interviste, ha abbandonato il mondo del calcio e dello sport ritirandosi a vita privata, forse arrabbiato, forse deluso, di certo sfiduciato dopo aver visto una carriera scivolatagli via dalle mani senza aver commesso praticamente errori.

Un altro talento classe 1969 era Alvise Zago: piemontese di Rivoli, tifosissimo della piccola squadra locale che ha continuato a seguire dalla curva anche quando è diventato un calciatore professionista di serie A e B e dove ha poi chiuso una sfortunata ma indomita carriera. Zago era il classico numero 10: troppo attaccante per essere considerato centrocampista, troppo poco incisivo sotto porta per dargli della punta pura. Talento e visione di gioco, doti che non passano inosservate a Sergio Vatta, storico scopritore di talenti del Torino. L’ascesa e la discesa di Alvise sono velocissime, racchiuse in meno di 20 presenze in serie A: esordisce con la maglia numero 10 del Torino (cioè quella di Valentino Mazzola) a soli 19 anni, catapultato in 24 ore dalla Primavera alla serie A. E’ la stagione 88-89 che trascinerà il Torino nell’inferno della retrocessione, ma Zago è una perla rara in quella squadra con poco talento e ancor meno carattere: Gigi Radice, tecnico dei granata, ci si aggrappa e quando viene esonerato, il suo successore, Claudio Sala, fa lo stesso. Zago segna in casa contro il Verona, sotto la Maratona dove si lancia a braccia in alto, quasi incredulo di aver fatto gol in serie A, il primo di tanti, spera. Sarà il primo di due, invece, perchè il 19 febbraio a Genova contro la Sampdoria, Zago resta vittima di quello che ancora oggi resta uno degli incidenti più gravi e tristemente spettacolari della storia del calcio. La gara parte bene per lui e per il Torino: una sua zampata, infatti, porta in vantaggio i granata dopo una manciata di minuti, poi però, al quarto d’ora, il numero 10 del Toro si scontra col sampdoriano Victor e ricade innaturalmente sulla gamba destra: il ginocchio si piega all’indietro, Zago esce in barella urlando e contorcendosi per il dolore. In serata arriva il tremendo responso dei medici: lesione del legamento crociato posteriore del ginocchio destro, distacco dell’esterno e lesione della capsula articolare. E’ un infortuno gravissimo, Zago perderà un anno e mezzo di carriera, la sua vita calcistica sarà fortemente ridimensionata; il talento e la cattiveria resteranno, la condizione fisica no. Il Torino non lo abbandona, lo presta in serie B al Pescara e al Pisa, annate nelle quali Zago non si comporta neanche male e segna 7 gol totali, 5 in Abruzzo, 2 in Toscana. I granata lo riportano in serie A ed Emiliano Mondonico prova a puntare su di lui nella stagione 92-93: ma non va. Il Torino vincerà la Coppa Italia, ma Zago vedrà il campo solo 13 volte e senza mai lasciare il segno. Lascerà i granata ed inizierà un peregrinare in serie C che durerà sette anni: Bologna, Nola, Saronno, Varese e Meda: buoni campionati, livello tecnico superiore per la categoria, ma i tempi dei fasti della serie A sono ormai un ricordo. Zago suda e lotta in serie C, poi scende ancora e chiude la carriera in Eccellenza, a Rivoli, a casa sua e vestendo i colori della squadra del cuore: due anni da eroe di casa, 47 presenze e 13 gol, il primo, indimenticabile, all’esordio in gialloblu contro il Rosta in Coppa Italia in una gara in cui Alvise calerà addirittura un poker e a fine partita, emozionato come un bambino, dirà: “Un gol è un gol, pazienza se questa è la Coppa Italia di Eccellenza e non la serie A”. La sintesi di una carriera ad ostacoli ma affrontata a testa alta, un ginocchio debole e un cuore impavido.

Bianchi, Verga, Zago: tre storie, tre carriere che non hanno rispettato i pronostici per colpe di un destino beffardo che si è divertito ad accanirsi. Tre talenti e tre paia di ginocchia che forse neanche messe insieme avrebbero garantito una carriera più longeva.

(di Marco Milan) 

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