Sarajevo 1914, ovvero l’inizio del secolo breve

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attentato-di-sarajevodi Eugenio D’Agata

Sono passati cento anni dall’attentato di Sarajevo. Il 28 giugno 1914 lo studente bosniaco Gavrilo Princip esplose i due colpi di pistola che uccisero l’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria, e la moglie Sofia, mettendo così in moto il perverso meccanismo delle alleanze segrete che avevano per più di quaranta anni tenuto sotto il tappeto dell’equilibrio europeo l’aggressività degli interessi dell’imperialismo economico delle grandi potenze.

Un mese dopo l’attentato, con l’ultimatum austro-ungarico alla Serbia, iniziò la Grande Guerra dei 30 milioni di morti in quattro anni, la guerra totale che mobilitò l’intero apparato degli stati nazionali – società, economia, industria e ricerca scientifica – la cui fine monca ne avrebbe generata una seconda entro soli venti anni, la quale a sua volta si sarebbe conclusa nella guerra fredda del terrore atomico. Oltre a rappresentare la data simbolo per la Prima Guerra Mondiale, il 28 giugno 1914 è dunque l’alba di quel Secolo breve teorizzato da Eric J. Hobsbawm, un secolo che sarebbe terminato nel dicembre del 1991 con la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

L’adesione alla Prima Guerra Mondiale spaccò la Seconda Internazionale. Tra i partiti socialisti europei  si confrontavano drammaticamente le posizioni nazionaliste e pacifiste, con un nutrito gruppo massimalista che si schierava per la guerra con la convinzione che essa avrebbe portato alla crisi definitiva il sistema imperialista. La posizione ‘né aderire, né sabotare’ uscita dalla Conferenza di Zimmerwald nel settembre del 1915 rivelò tutta la sua debolezza quando, nell’ottobre del 1917 – a organizzazione ormai sciolta in seguito all’adesione alla guerra espressa dai socialisti tedeschi – i bolscevichi di Lenin rovesciarono il potere dello Zar Nicola II creando in Russia il primo Stato socialista.

Tra le due guerre, quello sovietico fu il modello di confronto per tutti i partiti socialisti europei, costantemente in bilico tra riformismo e rivoluzione nel quadro di una crisi economica e sociale che sembrava non lasciare vie d’uscita. Di tale drammatica tensione furono l’esempio i quattordici anni della Repubblica di Weimar, nata tra le speranze di riscatto democratico e subito segnata dal sangue di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, e infine spazzata via con la nomina a cancelliere di Adolf Hitler nel gennaio 1933.

Quella tra riformismo e rivoluzione fu una tensione che fu ben lungi dall’esaurirsi anche negli anni della ‘cortina di ferro’ del secondo dopoguerra e della Guerra fredda – con le sue propaggini ‘calde’ della Corea, del Vietnam o dell’Afghanistan – come testimoniano, ad esempio, gli eventi dell’anno-simbolo 1968 – la primavera di Praga di Alexander Dubcek in gennaio e le rivolte studentesche di marzo e maggio a Roma e Parigi.

Alla fascinazione per questa tensione, alla quale si appassionarono larghi strati della società nel cuore del blocco occidentale, faceva da contraltare la netta chiusura del sistema di potere del blocco occidentale stesso per quelle forze sociali e politiche che ne erano espressione. I colpi di stato in Grecia e in America Latina lasciavano intendere senza dubbio alcuno quale fosse il limite invalicabile dello spazio dell’azione politica concesso. Fu in questo quadro che  in Italia, il paese occidentale con il più forte Partito comunista, si tentò la più alta mediazione tra le due tensioni. L’eurocomunismo di Enrico Berlinguer fu però affossato dai colpi assestati da un terrorismo i cui confini sfumavano nelle istituzioni democratiche, e si interruppe definitivamente con la sua morte nel 1984.

L’Unione Sovietica  fu in ultima analisi il sistema politico ed economico che segnò la storia del Novecento, e il gigantesco vuoto di potere seguito alla sua caduta in seguito alla sconfitta nella guerra – seppur fredda – con il blocco capitalista occidentale non cessa ancora oggi di produrre effetti dagli esiti purtroppo spesso tutt’altro che prevedibili.

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