Censis, crescono i divari territoriali. A rischio la coesione del sistema

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di Elena Angiargiu

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La dimensione provinciale, intermedia tra gli assetti territoriali, resta il parametro di riferimento per lavoro, produzione, economie locali.  sostenerlo è il Censis, nell’ultimo appuntamento estivo «Un mese di sociale», dedicato quest’anno a I vuoti che crescono. Nel corso dell’incontro “Il vuoto dell’assetto territoriale”, che si è tenuto a Roma il 2 luglio, rappresentanti della Fondazione ed esponenti istituzionali hanno sottolineato la necessità di un governo provinciale a livello di area vasta, nell’ambito delle riforme istituzionali, centrale nella ridefinizione delle funzioni di governo intermedio.

Sfera locale e pubblici poteriRidurre poteri e funzioni delle province, modificando l’articolazione dei poteri locali, è l’obiettivo delle riforme istituzionali che hanno preso avvio in nome della spending review. In attesa della riforma costituzionale del Titolo V, il ddl Delrio ridisegna sistema elettorale e funzioni delle Province, istituisce le Città metropolitane e interviene con nuove norme in materia di unioni e fusioni di Comuni.

Una tale riorganizzazione del territorio è destinata a provocare “un vuoto dell’assetto territoriale, dall’abolizione delle istituzioni alla costituzione di associazioni, da cui deriva un’interconnessione, per vaste aree, finora non governata”, ha esordito Giuseppe Roma, Direttore Generale Censis, lasciando la parola a Marco Baldi, Responsabile settore Turismo e reti Censis, che ha illustrato dati ed effetti dell’articolazione territoriale. Un vuoto ascrivibile soprattutto a “spinte esogene, nel tentativo di dare una risposta al sentiment diffuso che vede l’azione politica come esercizio del potere”, con una crescente sfiducia verso i poteri pubblici a qualunque livello.

Nell’attuale stagione di riforme “per sottrazione” emergono due principali problemi, evidenzia  il Censis. Da un lato, l’assenza di chiarezza sul trasferimento di funzioni una volta attuate le riforme previste. Le Regioni restano enti deliberativi difficilmente reinterpretabili come soggetti amministrativi, le Unioni di Comuni, per bacini di riferimento e competenze tecniche, difficilmente possono assumere funzioni tipicamente di “area vasta”, mentre le previste Città metropolitane opereranno solo in determinate aree del Paese, e comunque con poteri non dissimili da quelli delle Province che sostituiranno. Dall’altro lato, il calo di considerazione per la dimensione intermedia, ossia per tutti quei soggetti che, operando alla scala locale, possono cogliere istanze territoriali specifiche e offrirne adeguata rappresentazione.

Divari territoriali, riforme e coesione socialeA fronte dello svuotamento delle responsabilità locali, crescono i divari infra-regionali in termini di residenza nelle province e reddito pro-capite (spicca il caso della Lombardia con 81% di divario tra Milano e Lodi); occupazione, densità d’impresa e export (rilevante in proposito il divario tra Siracusa e Enna, rispettivamente 18.610€ export per abitante contro 57€). L’invito del Censis è quello di valutare le riforme in virtù dell’impatto sui sistemi locali, sposato anche dall’UNCEM, con la necessità di “restituire alle Terre di mezzo, identità e modelli adeguati alle loro caratteristiche socio-economiche e geografiche”, come ha ribadito, Enrico Borghi, presidente Uncem e dell’Intergruppo parlamentare per lo sviluppo della montagna.

Una nuova governance che metta al centro la dimensione provinciale scongiurando il rischio di “vuoto” e di “disuguaglianze nei territori” è tema caro anche all’Upi che, come ha sottolineato il Presidente della Provincia di Lucca, Stefano Baccelli, auspica il salvataggio delle Province, se non come istituzioni, in quanto distretti economici, ente di governo di area vasta grado di mettere a rete servizi e politiche territoriali. A chiedere un’attenzione specifica sulle Province è il neopresidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, che partendo dall’assunto della provincia intesa come “trono” ha mostrato scetticismo sul trasferimento di funzioni e competenze ad un differente livello di governo intermedio. Perplessità condivisa anche dal Segretario Generale Unioncamere, Claudio Gagliardi, che plaude ad uno snellimento della governance delle Camere di Commercio, salvaguardandone l’autonomia funzionale, considerate punto di riferimento imprescindibile per la competitività del Paese e valutate positivamente dagli stakeholder per la qualità dei servizi offerti, in particolare la tenuta del registro delle imprese.

Solo i soggetti intermedi possono lavorare sulle peculiarità e le differenze dei territori che oggi tendono ad acuirsi, sostiene il Censis. La dimensione provinciale offre sufficiente prossimità ai soggetti sociali ed economici e consente reticoli di relazioni tra portatori di compiti differenti”. Contro un’ “operazione d’opinione” che vorrebbe l’abolizione delle Province, secondo il Presidente De Rita, “è necessario salvaguardarne la “compattezza interna” superando la “centralizzazione del potere e la periferizzazione estrema dei Comuni”.

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