Renzi alle Camere per la fiducia con un Governo da prima repubblica

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di Pierfrancesco Demilito

Di questi giorni di consultazioni, nomine e giuramenti ci resterà negli occhi la freddezza riservata al neonominato Matteo Renzi da Enrico Letta: volto teso, nessun sorriso di rito, una gelida stretta di mano e un secco “arrivederci”. Il Presidente uscente è stato ancora più duro con il suo ex ministro, Graziano Delrio, al quale non ha riservato nemmeno uno sguardo.

Enrico Letta lascia così, tra gli applausi dei dipendenti del Palazzo, la carica di Presidente del Consiglio e qualche minuto dopo in un tweet annuncia: “Stacco via da Roma per prendere le migliori decisioni”. L’atteggiamento e le parole di Letta suonano come una vera e propria dichiarazione di guerra o perlomeno evidenziano l’intenzione di non supportare, in nessun modo, l’esperienza governativa di Renzi.

Per l’ex sindaco di Firenze l’impresa diventa, dunque, ogni giorno più ardua. L’ala sinistra del Pd è già dichiaratamente ostile: Civati, nonostante il voto di fiducia, sembra sempre più vicino ad un inevitabile strappo e i più moderati cuperliani spingono affinché Renzi non mantenga il doppio incarico (Presidente del Consiglio e segretario del partito). Questa ulteriore frattura con i centristi lettiani allontana ulteriormente Renzi dal suo partito.

E forse proprio per questo nelle nomine di Governo è stato necessario accarezzare il pelo a quei partitini a cui solo qualche mese fa lo stesso Renzi aveva dichiarato guerra. A Scelta Civica di Monti è stato affidato il ministero dell’Istruzione (Stefania Giannini), l’Udc di Casini ha guadagnato l’Ambiente (Gianluca Galletti) e il Nuovo Centro Destra di Alfano ha conservato i suoi tre ministri nelle stesse caselle dello scorso Governo.

E poi, per non fare torti a nessuno, come tradizione democristiana insegna, Renzi ha affidato lo Sviluppo Economico a Federica Guidi, proveniente da Confindustria e molto gradita a Silvio Berlusconi, e il Lavoro a Giuliano Poletti, presidente di Legacoop e vicino alla Cgil.

Sui dicasteri cruciali (Economia e Giustizia), invece, Renzi ha dovuto accontentare il Capo dello Stato che per quelle caselle ha fortemente caldeggiato Pier Carlo Padoan e Andrea Orlando.

Infine, Renzi ha dovuto accontentare anche la sua corrente, imponendo la poco conosciuta Federica Mogherini agli Esteri, al posto dell’ex Commissario Europeo Emma Bonino, e Dario Franceschini (che lo stesso Renzi qualche anno fa definì “il vice-disastro”) alla Cultura, scalzando Massimo Bray, il cui lavoro negli scorsi mesi aveva convinto molti.

Insomma, più che un Governo di cambiamento ci sembra di essere tornati improvvisamente nella prima Repubblica. Intendiamoci, visti i risultati raggiunti dalla “Seconda Repubblica” un passo indietro potrebbe addirittura migliorare la situazione. Ma se qualcuno ha deciso di farci tornare indietro nel tempo, allora ci ridia anche Holly e Benji e Lupin alla tv, il Ciao della Piaggio, i Duran Duran, i flipper nei bar, il Gran Rico al whisky e soprattutto un digestivo Antonetto, che ci faccia buttare tutto giù.

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