Flavio Tosi, il Renzi del centrodestra. O almeno così dice lui

di Fabio Grandinetti

«Io e Renzi abbiamo delle cose in comune». A pronunciare queste parole la scorsa settimana è stato Flavio Tosi, sindaco di Verona e vice segretario federale della Lega Nord. Durante l’estate Tosi aveva dichiarato: «Alle passate elezioni l’errore di fondo era stato quello di non proporre un ricambio. Un cambiamento sarebbe stato utile all’intero centrodestra, perché probabilmente, se come nel Pd ci fosse stato Matteo Renzi, avremmo ottenuto un risultato molto più importante. La soluzione per il centrodestra deve passare attraverso un “ricambio” della classe dirigente, possibile attraverso le primarie».

Alle primarie del centrodestra post-berlusconiano, argomento non proprio all’ordine del giorno da quelle parti, Flavio Tosi vorrebbe partecipare, ben consapevole che correrebbe da outsider. «Sono convinto che facilmente le perdo – ha affermato di recente alla Berghem Fest – mica penso di partecipare alle primarie e di vincerle, ma bisogna dare alla gente la possibilità di scegliere il proprio candidato». Tosi, dunque, esce allo scoperto, il primo ad esternare il desiderio di approfittare del vuoto di potere che la fuoriuscita del Cavaliere genererebbe nel campo dei cosiddetti “moderati”.

I punti di contatto tra Tosi e Renzi esistono, e non solo per ciò che concerne la carica di sindaco che entrambi ricoprono in due delle città più belle del Paese: entrambi under 50, Flavio e Matteo spingono per un processo di rinnovamento (o di rottamazione per gli appassionati del genere) dei dirigenti del partito di appartenenza. Anche per questo, ma non solo, i due contano più nemici che amici tra le fila del proprio partito. Sull’ipotesi di Tosi leader del centrodestra Umberto Bossi si è recentemente espresso in questi termini: «Mi fa ridere. Chi lo vuole Tosi? Ci andrebbe bene perché così andrebbe fuori dalle scatole dalla Lega».

Tosi e Renzi utilizzano addirittura le stesse parole nel proporre a livello nazionale la legge elettorale  utilizzata per l’elezione dei sindaci, in cui «un minuto dopo le elezioni si sa chi ha vinto e si sa chi ha perso» o nell’avanzare una strategia di intercettazione del consenso basata sulla ricerca dei «voti al di fuori del partito».

Su un punto i giovani leader “non si somigliano per niente”: se Tosi è stato da più parti criticato per il suo passato “nero” e per le candidature nella lista “Civica per Verona” di vecchi missini, esponenti della destra sociale e movimentisti di Casapound – tanto da far dichiarare al senatur: «È uno stronzo, ha portato i fascisti nella Lega» – sul versante opposto Renzi non può certo essere accusato di nostalgie, estremismi o frequentazioni compromettenti.

Nonostante questo non ci si deve meravigliare se nell’avanzare la propria candidatura a leader di uno schieramento un uomo politico sottolinei le affinità che lo legano al leader designato dello schieramento opposto. L’omologazione dell’offerta politica e la personalizzazione nella leadership possono portare anche a questo.

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