Matteo Renzi e i suoi tanti dietrofront

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di Fabio Grandinetti

«Sì, anzi no!». Dopo Nelson Mandela e Lina la blogger tunisina, il nuovo punto di riferimento di Matteo Renzi potrebbe essere Michele Misseri, maestro indiscusso nell’arte del ritrattare. Da qualcuno il sindaco di Firenze avrà pur dovuto imparare nella capacità di tornare sui propri passi cambiando idea su temi politici di una certa rilevanza. Spesso si sente dire che cambiare idea è sintomo di intelligenza, di elasticità mentale e culturale, ma d’altra parte un politico dovrebbe cambiare strategie in base alle proprie idee, e non viceversa.

Mentre il Pd è letteralmente in ebollizione, mentre impazzano i preparativi per la “Quarta Leopolda” del prossimo 27 ottobre alla ricerca di partnership e endorsement di prestigio, Matteo Renzi continua a sfornare uno slogan dopo l’altro sul Pd che vorrebbe: un partito che «abbia come punto di riferimento le idee di Andreatta e non il tirare a campare di Andreotti», un partito «non pesante ma pensante», un partito con «meno correnti e più idee». Ed allora, il Renzi predestinato leader del centrosinistra italiano dovrebbe fornire qualche chiarimento riguardante la sua ideologia, ops! Che brutta parola, meglio dire sulle sue idee, sui suoi sogni.

Probabilmente nello statuto del Pd renziano esisterebbe ancora l’art. 18 che attualmente dispone che per le «primarie di coalizione […] è ammessa, tra gli iscritti del Partito Democratico, la sola candidatura del Segretario nazionale». Lo stesso articolo dello statuto che fu derogato per permettere la sua candidatura nel 2012, e che ora Renzi potrebbe tornare a rispettare. Lo scorso 29 giugno in un’intervista al quotidiano tedesco Faz il sindaco ha affermato: «Chi vince le primarie aperte dovrebbe essere il candidato a guidare il governo», e a distanza di pochi giorni ha ribadito: «mi atterrò alle regole» (la Repubblica, 09/07/2013).

Dai prossimi sviluppi sul nodo della distinzione tra segretario e candidato premier conseguirà evidentemente la posizione del sindaco. In aprile affermava: «mi candido a cambiare il paese, ma non da segretario di un Pd vecchio stile […] Non credo di essere particolarmente portato per fare il segretario del Pd» (la Repubblica, 22/04/2013), ma il Corriere della Sera del 21 giugno ha riportato un’altra versione: «lo vorrei fare perché ci tengo davvero al Pd».

Anche sulla Tav Torino-Lione Matteo Renzi ha avuto modo di cambiare orizzonti, passando da sostenitore della grande opera nell’epoca pre-primarie a critico nel momento in cui era più importante raccogliere il consenso a livello nazionale: «Se dovessi iniziarla oggi, direi no alla Tav» (huffingtonpost.it, 20/11/2012), «non è dannosa, però è inutile» (La Stampa, 21/05/2013).

E che dire del rapporto tra il sindaco fiorentino e Sergio Marchionne. Ai microfoni del Tg de la 7 dell’11 gennaio 2011 Renzi affermava: «Io sto dalla parte di Marchionne, dalla parte di chi sta investendo sul futuro delle aziende, quando tutte le aziende chiudono»; poi, in tempi di campagna per le primarie, le critiche all’a.d. di Fiat per le promesse non mantenute, ed ora la pace, i colloqui privati ed una stretta di mano per un “patto di Firenze”.

Pare anche difficile capire la posizione di Matteo Renzi sul nucleare: favorevole in passato, minimizzatore quando in occasione del disastro in Giappone nel marzo del 2011 affermava dagli studi di In Onda su la 7 che «del futuro del nucleare in Italia è sbagliato parlarne adesso […] bisogna deideologizzare la discussione», naturalmente contrario in periodo di primarie quando nel corso del confronto televisivo su Sky dichiarava: «è evidente che siamo contrari alle centrali nucleari in Italia».

Ma allora chi è davvero Matteo Renzi? Potrebbe essere l’uomo politico di sinistra che ai microfoni di Radio 24 nel marzo 2012 dichiarava: «Sarò sbrigativo, a me dell’articolo 18, usando un tecnicismo giuridico, non me ne po’ frega de’ meno». O quello che votò no al quesito relativo alla remunerazione dell’investimento nella gestione dei servizi idrici in occasione del referendum del 2011, o ancora il Matteo Renzi vibrante sostenitore dei termovalorizzatori. Quello delle scelte non rinnegate, insomma, almeno fino alla prossima campagna elettorale.

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