Gli abiti del fantastico: oltre i confini del paranormale

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di Beatrice De Caro Carella

Da un certo punto di vista la morte è un incidente, ma se cambi prospettiva, la vita è un incidente e la morte è la normalità”

Vittorio, Gli Abiti del male

 

Ogni buona idea narrativa parte da un presupposto di questo tipo. Un capovolgimento, o anche solo uno slittamento millimetrico del punto di vista capace, in un solo brevissimo istante, di far intravedere oltre la semplicità della formula che lo racchiude, tutto il potenziale inesplorato d’una suggestione. Il punto di vista da mettere in discussione è sempre quello della “normalità” o, se non altro, di ciò che nel tempo, è divenuto per noi consueto, ordinario, normale per l’appunto. Lo sguardo da cui affrancarsi è quello del soggetto privilegiato, di colui che esperisce l’incontro con l’altro da sé, vivendolo nei termini d’uno sconvolgimento dell’ordine naturale delle cose. Lo slittamento del punto vista, di cui si parlava, implica l’inversione delle polarità, la messa a fuoco sull’altro, spostando dal sguardo della vittima a quello carnefice, dall’esperienze dell’eroe a quelle dei personaggi che si muovono sullo sfondo. Questo slittamento è ciò che dona linfa alla narrativa contemporanea di stampo fantastico, ciò che consente di rivitalizzarne all’infinito il popoloso universo, che altrimenti – confinato entro i limiti di tradizionali dicotomie d’ombra e luce – rivelerebbe, infine, tutta la sua reale falsità.

Gli abiti del male è una nuova serie di marca italiana. Come tante va in onda sul web e come tante altre cavalca l’onda d’un filone tutt’altro che prossimo al suo esaurirsi, quello delle saghe mystery tra science-fiction, fantasy ed horror paranormale. Dai più noti True Blood, The Waking Dead e Being Human, alla neonata Hemlock Grove, passando per i pur brevi ma intensi recenti colpi di genio di In The Flesh e The Revenants, onguna di queste serie mette in scena, portandoli a interagire tra loro, esseri mitologici e creature della notte, vivi, morti e parzialmente deceduti, all’insegna del fantasy nella sua accezione più ampia. Ciononostante, al di là delle reciproche contaminazioni – mascheramenti più o meno riusciti di idee riciclate in un pot-pourri fatto di mostri, vampiri, lupi mannari, zombi, mutaforma, lamie e Co. – il fil rouge che lega quest’esplosione d’avanguardia del soprannaturale è uno solo: il bisogno d’indagare il fantastico, ponendosi domande antiche ma guardando la materia da angolazioni sempre inedite.

Un tentativo simile lo compie Gli abiti del male partendo dall’inquietante presupposto che la realtà non si esaurisca in ciò che vediamo, dubbio ancestrale che aleggia inistente su ogni fantasy-horror contemporaneo. Cosa separa il mondo dei vivi da quello dei morti, e cos’è la realtà se non una dimensione sfaccettata, tutt’altro che unica, che si alimenta di ciò che crediamo dimenarsi “oltre la soglia”, e che percepiamo minacciare i nostri sogni? E se la morte, che crediamo essere la negazione della vita, non fosse che l’anticamera d’un varco? Una dimensione abitata da qualcosa di più ben spaventoso della morte stessa?

I personaggi de Gli abiti del male si muovono sulla soglia di questo immaginario varco, al confine tra la morte e l’abisso che si cela al di là di essa. La macchina da presa li segue per i viali del Cimitero Monumentale di Milano, sotto lo sguardo cieco delle sue statue impassibili, chiuse nel loro muto dolore; lo stesso dei morti che vi si muovono attorno, sperduti, rifiutando la loro nuova condizione. Lo slittamento del punto vista, di cui si parlava, ci invita ad assumere la prospettiva di questi morti smarriti e di chi, come loro, vive a ridosso della loro terre di confine.

Nonostante la riproposizione un po’ ingenua (e per lo spettatore smaliziato poco accattivante) di certa nomenclatura demoniaca con annessi i suoi più elementari stereotipi narrativi, Gli abiti del male rimane comunque un prodotto interessante, decisamente sopra la media, soprattutto sotto il profilo tecnico. La produzione indipendente, targata Brandon BOX, conta infatti su una regia che fa di necessità virtù. L’uso massiccio di camera a mano e steady-cam, per forza di cose consueto nelle produzioni low-budget, viene sfruttato per ricamarvi sopra, con misura, tagli di montaggio sporchi ed ed inquadrature fuori asse, a volte persino prive di raccordo sullo sguardo, non senza che le scelte di regia accompagnino la narrazione in maniera fluida, e congrua, operando una buona sintesi tra forma e contenuto.

Nota di merito finale, al taglio di montaggio che ricompone una trama che si muove per elissi, tra analessi e prolessi, senza soluzione di continuità. Atto di fede nei confronti d’un pubblico troppo spesso paternalisticamente coccolato, e forse mal giudicato.

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