Siamo proprio sicuri che l’interdizione danneggi Berlusconi?

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di Fabio Grandinetti

Ci siamo. La variabile che ha ossessivamente condizionato la configurazione del sistema politico italiano negli ultimi vent’anni, vale a dire la situazione giudiziaria di Silvio Berlusconi, è giunta ad una svolta. Con la sentenza del 19 giugno la Corte Costituzionale ha rigettato il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato dallo stesso ex premier nei confronti del Tribunale di Milano, reo di avergli negato ingiustamente il legittimo impedimento in un’udienza del processo Mediaset. Com’è noto, lo scorso maggio la Corte di Appello aveva confermato la condanna in primo grado a quattro anni di reclusione e, cosa forse più importante, a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Sta fallendo, dunque, il piano degli avvocati del Cavaliere di portare il processo a prescrizione nel 2014, obiettivo a cui era probabilmente legato lo stesso ricorso alla Consulta dall’esito in realtà piuttosto scontato. Il destino sembra oramai scritto e se nel prossimo autunno la Cassazione dovesse confermare la condanna, pur non rischiando il carcere, Berlusconi subirebbe la decadenza dalla carica di senatore, procedura soggetta comunque al voto del Senato.

Ed ora cosa farà il Cavaliere? L’immagine di un Berlusconi calmo e serafico, impegnato nel tenere a bada i suoi cani inferociti e nell’assicurare fedeltà al governo Letta ha alimentato ipotesi ardite e fantasiose. Da tempo la dietrologia è l’unica soluzione per chi non riesce a spiegarsi l’impunità di cui ha goduto Berlusconi: il governo di larghe intese? Frutto di uno scambio. La rielezione di Napolitano? È l’unico che gli avrebbe garantito una via d’uscita. Quando il 24 aprile scorso la Consulta annunciò il rinvio della sentenza sul ricorso di Berlusconi i maestri indovini, armati di sottili allusioni e di tanti «vedrete!», prefiguravano già il compiersi delle trame di palazzo. «Una decisione inusuale» la definì il Fatto Quotidiano, che sottolineò il ruolo svolto dal relatore Sabino Cassese, «la cui stretta vicinanza al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non è un mistero […] Se la Consulta darà ragione al Cavaliere, i giudici di Appello dovranno, probabilmente, annullare la sentenza di primo grado. Risultato: niente carcere e niente rischi di interdizione dai pubblici uffici». Marco Travaglio, intento ad esporre il piano malefico ordito da Giorgio Napolitano, analizzava così il rinvio della Consulta: «Così sistemati il legislativo e l’esecutivo, cosa resta? Ah sì, i poteri di controllo. Ma anche lì il più è fatto.La Corte costituzionale, che ha nelle mani il processo Mediaset per un conflitto di attribuzioni, doveva sbloccarlo ieri con una sentenza: ma ha fatto sapere che non è il momento, se ne occuperà un’altra volta, ci farà sapere, non c’è fretta […] Viene così rinviata sine die, e forse avviata a prescrizione, una sentenza che potrebbe trasformare un padre della Patria in un pregiudicato per frode fiscale». Ed ora che la sentenza è arrivata? La calma di Berlusconi è certamente da attribuire al complotto in corso! E a proposito di fiducia, perché non minaccia di far cadere il governo? Sarà perché confida nella benevolenza dei suoi nuovi compagni di maggioranza e complici di palazzo!

E se invece stavolta il Cavaliere non avesse speranze, se fosse consapevole del fatto che lo sgambetto governativo non rappresenterebbe attualmente un’arma di ricatto efficace? Lo scenario che va configurandosi potrebbe paradossalmente elevare Berlusconi a guida spirituale, direttore d’orchestra senza incarichi, capace di condizionare in ogni caso la politica nazionale e la condotta parlamentare dei propri adepti. Un megafono per il suo popolo e, ne siamo sicuri, sarebbe in buona compagnia.

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