Presidenzialismo e disaffezione alla politica: possono viaggiare di pari passo?

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di Linda Ciriaci

L’Italia sta affrontando la più seria crisi economica e sociale dal dopoguerra. Una crisi divampata nel 2009 che  non accenna  ad attenuarsi, tendenza che continua a bruciare posti di lavoro e a pagare il prezzo più alto sono le nuove generazioni. Ci troviamo immersi in una situazione talmente critica che il lavoro sembra essere il sogno proibito per molti italiani.

 Ad una crisi economico-sociale va affiancata una crisi politica senza precedenti, riscontrabile nella sfiducia verso le istituzioni e verso i rappresentanti politici sfociata nel successo del M5S alle ultime elezioni politiche.

Un movimento considerato l’espressione dell’anti-politica della rabbia e del disprezzo verso quella casta che non ha saputo tutelare gli interessi dei suoi elettori. La persone hanno creduto nel M5S perché volevano qualcosa di nuovo in cui sperare, una classe politica sana e pulita che pensi ai bisogni dei cittadini e non ai propri tornaconti.

Circa la metà del popolo italiano, rifiuta o disprezza la classe politica ed è alla ricerca di nuovi riferimenti.

I partiti si stanno dissolvendo, hanno perso di credibilità, si stanno sciogliendo come neve al sole.

Quello che è accaduto dalle elezioni politiche in poi, è sotto gli occhi di tutti, ma possiamo riassumerlo in poche righe:  la rielezione di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica, il Presidente che affida la guida del governo a Enrico Letta e successivamente un governo di larghe intese – PD, PDL – necessario, a quanto pare, ad affrontare la situazione di emergenza.

E mentre l’Italia precipita sempre più velocemente verso il fondo del baratro, mentre i cittadini cercano di “sopravvivere”, i nostri politici – anche in occasione della festa della Repubblica del 2 giugno – si imbattono in quesiti quali: Repubblica Parlamentare o Repubblica Presidenziale?

Non voglio entrare nel merito se sia giusta o meno l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, quello che intendo sottolineare è che, forse è sbagliata la tempistica. I dibattiti che girano intorno al Presidenzialismo sembrano occultare  ciò che urge veramente ossia: i giovani senza lavoro, i cassaintegrati, gli esodati, la disoccupazione, i debiti non pagati dalla P.A alle imprese, la rinascita del Mezzogiorno, la lotta contro l’illegalità diffusa, la riforma elettorale, riconquistare credibilità agli occhi degli italiani.

L’apertura alla riforma in senso presidenziale della Costituzione è sicuramente molto gradita da alcuni ambienti berlusconiani da sempre rivolti al presidenzialismo. Ambienti che considerano naturalmente come unico presidente eleggibile il loro leader Silvio Berlusconi.

Il segretario del Pdl nonché ministro dell’interno e vice premier Angelino Alfano, ha colto subito la palla al balzo per rimettere sul tavolo della trattativa il presidenzialismo. In una intervista durante la parata militare organizzata per la festa della Repubblica ha affermato: “Noi ci abbiamo provato l’anno scorso e purtroppo siamo riusciti solo al Senato e non alla Camera. Adesso penso che potremo farcela perché anche da parte del Pd si stanno aprendo significativi spiragli. Questa sarà anche un’ottima scelta per aumentare l’affetto dei cittadini nei confronti delle istituzioni”.

A dettare l’agenda di governo, sembra essere di nuovo il Pdl. Ma a questo punto non ci resta che chiederci: ma che fine ha fatto il Partito Democratico?

L’ elezione diretta del Presidente della Repubblica – e quindi la modifica della Costituzione – non possono essere un farmaco per ritrovare la decenza perduta, i partiti hanno perso di credibilità, sono considerati totalmente inaffidabili. Anziché  assolvere alla loro funzione di raccordo tra società e istituzioni sono diventati uno strumento di alienazione e disaffezione civica. E allora perché proprio questa classe politica al minimo storico di credibilità si deve assumere la “responsabilità” di modificare la Costituzione?

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