“Bianconi e i suoi fratelli”. Quante ne pensano i nostri politici!

di Pierfrancesco Demilito

Quel sentimento di antipolitica che serpeggia da tempo nel nostro Paese è, senza dubbio, figlio di atteggiamenti ed espedienti della nostra classe dirigente (nazionale e locale). Comportamenti che, anche quando consentiti dalla legge, generano nei cittadini un naturale senso di distacco da chi, invece di trascorrere le giornate ad amministrare al meglio la cosa pubblica, sembra più impegnato a cercare un modo per tutelare i propri interessi e i privilegi acquisiti.

Nel primo turno delle amministrative romane, ad esempio, ha fatto molto discutere l’escamotage messi in atto dal consigliere uscente del Pdl, Patrizio Bianconi. Bianconi, come è prassi, ha stretto delle piccole alleanze con alcuni candidati, del suo stesso partito, ai consigli municipali. Una sorta di tandem che permette all’eletto in municipio di avere una sponda diretta nel consiglio capitolino. Bianconi, però, non si è limitato a concordare con i suoi uomini sul territorio le priorità dei quartieri romani, bensì ha addirittura ceduto il suo cognome. E così succede che in ben 9 municipi su 15 risulti candidato un “detto Bianconi”. La scelta ha semplificato di molto la campagna elettorale di alcuni politici del Pdl: gli elettori non dovevano più ricordare due nomi (uno per il consiglio comunale e uno per il consiglio municipale), bastava scrivere Bianconi su entrambe le schede e nessun voto sarebbe andato “perso”.

Quella che consente di indicare, al momento della candidatura, un soprannome è una norma giusta che tutela tanti candidati, ma risulta davvero difficile pensare che Giorgio Garella (I municipio), Ennio Mariani (III), Annamaria Costabile (IV) o Massimo Sorice (VI) possano essere tutti più conosciuti come Bianconi che con il loro vero nome e cognome.

Quello che colpisce è il candore con cui vengono compiuti gesti di questo tipo, quasi senza alcuna vergogna, come se in fondo fosse tutto normale, tutto consentito. In realtà è vero: in questo caso, oltre al buongusto e alla coscienza, nessuna legge vieta, al momento della candidatura, di segnalare un nome con cui si è più noti. Ma qui ci troviamo, evidentemente, di fronte ad un inganno. Un inganno che può essere evitato solo dai partiti. Non può esserci una legge per tutto, non si può trovare una scappatoia in ogni legge. Quando gli uomini eccedono, deve essere il partito a richiamarli, il partito deve diventare garante dei comportamenti dei propri candidati, solo così si potrà porre un freno all’antipolitica. Un grande e importante partito come il Pdl non può permettere che nelle sue liste compaiano nove “Bianconi”.

Ma c’è una consolazione. Bianconi non è stato riconfermato, tornerà in Campidoglio solo se Alemanno vincerà il prossimo ballottaggio. Questa notizia, che mi conforta, ha invece colpito duramente il povero Bianconi, quello vero, che in preda alla disperazione pare abbia distrutto il suo ufficio, una delle sale a disposizione del gruppo consiliare del Pdl. Se sarà accertato che l’autore della devastazione è proprio lui, dovrà risarcire i danni. Un’altra magra consolazione. Insomma, non è proprio una storia a lieto fine, ma almeno proviamo a vedere il bicchiere mezzo pieno.

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