Siria, pronto il piano di pace. Ma il regime non demorde

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di Emiliana De Santis

Kofi Annan è in Iran per discuterne con gli Ayatollah mentre la Russia fa circolare una bozza di risoluzione che annacqua le speranze di giungere a una vera soluzione. Tutto in bilico, sospeso nel sottile confine tra guerra e pace, tirato da fili più grandi della Siria stessa. Il domicilio è a Damasco ma la residenza delle ostilità oscilla tra Washington e Mosca passando per Teheran, pivot di un logorio che rischia di far saltare gli equilibri mondiali.

IL PIANO- Lo scorso 30 giugno si è riunito a Ginevra il “Gruppo d’Azione” per la Siria composto dai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, i ministri di Iraq, Qatar, Kuwait e Turchia, i segretari generali di Onu e Lega Araba e l’Alto Rappresentante per la politica estera europea. L’accordo è stato raggiunto ma come tutti i compromessi che si rispettano, non è né chiaro né incisivo: governo di transizione, riforme costituzionali ed elezioni libere. Non si fa più menzione dell’estromissione di Bashar al-Assad dai futuri equilibri politici né si stabilisce se il cessate il fuoco dovrà continuare o arrendersi di fronte ai continui attacchi cui i caschi blu della missione Unsmis sono soggetti da entrambe le parti, lealisti e ribelli. Al momento l’inviato speciale di Nazioni Unite e Lega Araba per la Siria, Kofi Annan, si trova in Iran – il grande escluso – per discutere del piano, dopo aver intascato il sì di Assad a una strategia che ne ricalchi i contenuti. Perché la mancata convocazione è sintomo dell’importanza di Teheran nella questione: se realmente Mosca dovesse smettere, come ha annunciato, di rifornire di armi il regime, gli Ayatollah resterebbero i soli, insieme al Venezuela, a tenere a galla Assad. Bocche cucite invece sul continuo afflusso di armi che dalla Turchia e dall’Arabia Saudita viaggia quasi quotidianamente verso le fila dell’opposizione, anch’essa con le mani sporche di sangue.

THE GREAT GAME- I 13.000 morti potrebbero essere una ragione sufficiente per intervenire. In Libia ne sono bastati meno per giustificare la guerra sotto il cappello dell’intervento d’umanita. In Siria la questione è un’altra perché più che di guerra civile si parla di conflitto globale latente. Gran parte della soluzione è anche gran parte del problema: finché gli attori in gioco continueranno a sostenere e armare una fazione piuttosto che l’altra non potrà mai esserci una vera riconciliazione. Gioca al rialzo la Russia che fa la voce grossa in Consiglio di Sicurezza, dimostrando che la Guerra Fredda sarà pur finita ma non è morto lo slancio imperialistico sovietico. Gli si associa la Cina. Sull’altro fronte ci sono gli Stati Uniti di Obama che, se per bocca del Segretario di Stato, Hillary Clinton, fanno sapere di non esser più disposti a tollerare i massacri, d’altro verso non possono spingere l’acceleratore sull’intervento militare almeno non prima della fine della campagna elettorale per le presidenziali di novembre. Senza contare il nugolo di medie potenze regionali coinvolte: Iran su tutte insieme a Turchia, Israele, Qatar e Arabia Saudita. La caduta di un tassello farebbe venir giù l’intero domino.

CE LA FARANNO I NOSTRI EROI?- Improbabile ma non impossibile. Lo dimostra il fatto che l’abbattimento di un F4 Phantom turco ad opera della marina militare siriana non ha scalfito, se non per qualche breve istante, l’apparente raziocinio della Nato. L’Alleanza non ha accolto le richieste turche di intervento (l’art. 5 dello Statuto Nato prevede che un attacco ad uno stato membro è da considerarsi un attacco a tutta l’Alleanza) e il segretario Anders Fogh Rasmussen si è appellato a Mosca affinché sostenga gli sforzi di soluzione diplomatica. Se poi Teheran trovasse con Washington un punto d’incontro sul tema del nucleare molti dilemmi sarebbero risolti. È infatti il regime islamico, maggior fiancheggiatore e miglior amico della Siria, il vero spauracchio della Comunità internazionale tanto ad ovest quanto ad est degli Urali. Se a buona o a cattiva ragione sarà la storia a deciderlo. Intanto a Damasco dilagano disoccupazione e svalutazione, le sanzioni hanno messo in ginocchio la popolazione e per le strade si continua a morire sotto il fuoco di armi che di libertà, democrazia e diritti non hanno nemmeno il sentore.

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