Non è tutto petrolio quel che luccica

di Chiara Baldi

La crisi piega il mondo ma non il petrolio. A confermarlo è l’annuale classifica delle 500 aziende con il più alto fatturato generato stilata dal giornale Fortune e chiamata, appunto, Fortune Global 500. Nel 2011, infatti, sono state proprio le multinazionali petrolifere ad ottenere i migliori ricavi. Torna, dopo due anni, in testa alla classifica l’anglo-olandese Shell, con ben 458mila e 361milioni di dollari. Al secondo posto, un’altra compagnia petrolifera: la Exxon Mobil, con 442mila e 851milioni di dollari di ricavo. Eccezione è il terzo posto, che è andato all’americana Walmart, specializzata in vendita al dettaglio, e che ha ottenuto un fatturato di 405mila 607milioni di dollari. Al quarto posto si riconferma la British Petroleum che, però, paga il conto per il disastro nel Golfo del Messico: oltre a dover risarcire 7,8miliardi di dollari, la società ha avuto anche un consistente calo dei profitti. Tra le italiane, la prima a spuntare è, ancora una volta, un’altra azienda leader nel settore petrolifero, l’Eni, al diciassettesimo posto.

Non è tutto petrolio quel che luccica, però, visto che Shell, Exxon Mobil, Bp ed Eni hanno i loro bei problemi. Di Bp abbiamo già detto. Shell invece si ritrova a dover affrontare, sempre più di frequente, gli attacchi degli ambientalisti di Greenpeace, soprattutto nella zona dell’Artico (ultima quella di tre giorni fa, quando 70 attivisti hanno impedito ai dipendenti Shell di entrare nei loro uffici). Altra sconfitta, per gli anglo-olandesi, è stata quella del mese scorso in Brasile, quando hanno dovuto rinunciare alla produzione di etanolo estratto da canna da zucchero: gli indigeni hanno detto basta allo sfruttamento del loro territorio e delle loro genti, cacciando la multinazionale. Ma di rogne la Shell ne ha avute anche in Italia. Quindici anni fa la compagnia petrolifera Texaco approntò un progetto di pozzo in Cilento: grazie al parere sfavorevole di alcuni esperti del settore, i sindaci riuscirono a cacciare gli americani salvaguardando il territorio. Oggi, grazie al sì concesso dal Ministro dello Sviluppo Economico, pare che la Shell possa andare a recuperare il greggio proprio tra i monti della Maddalena, al confine tra Campania e Basilicata, lì dove c’è il Parco Nazionale del Cilento e la Valle del Diano. Duecentoundici km quadrati di area da trivellare. Non ci stanno, ovviamente, i cittadini e i sindaci di quelle zone, che, al pari dei Valsusini, vogliono difendere la loro terra da stupri ambientali.

Problematica anche la vita di Exxon Mobil, che nelle ultime settimane si è ritirata dalla Polonia (pare che la quantità di gas nelle rocce, da utilizzare come “shale gas”, non fosse sufficiente per giustificare economicamente l’impresa) e ha dovuto sospendere il progetto in Kurdistan (il Primo Ministro iracheno considera pericoloso l’accordo tra l’azienda e la regione, che è autonoma, per l’unità dell’Iraq).

Poi c’è l’Eni, con la battaglia della Vinyls. A novembre 2009 gli operai dei tre stabilimenti di Porto Torres, Porto Marghera e Ravenna vengono messi in cassintegrazione. A febbraio 2010 gli operai sardi occupano l’ex carcere dell’Asinara (da questa vicenda nacque L’isola dei cassintegrati, il sito di Marco Nurra e Michele Azzu: un vero e proprio reality della realtà). L’occupazione cessa nel giugno 2011, e qualche mese dopo si procede allo “spezzatino” di Vinyls, con la vendita dei vari siti a soggetti diversi. Eni, con l’appoggio dei vari partiti e grazie all’assenza dei sindacati, porta a casa la vittoria. Gli sconfitti, come al solito, sono sempre i lavoratori.

Insomma, grandi multinazionali con grandi problemi. Quasi che lavoratori ed ambiente siano i grandi mali di questo secolo, “un ostacolo alla ricchezza”. Eppure, lo chiamiamo “capitale umano ed ambientale”: che aspettiamo, quindi, a svilupparlo in tutte le sue potenzialità, senza sfruttarlo?

Fonte foto:

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