Iran, cresce la tensione tra il regime islamico e gli Stati Uniti

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Il rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). La minaccia di attacco preventivo da parte di Israele. Quindi l’inasprimento delle sanzioni, la questione dello Stretto di Hormutz e infine la condanna a morte di una presunta spia americana da parte del tribunale iraniano. In gergo diplomatico si può definire una escalation. Nella pratica i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Iran si inaspriscono con il passare dei giorni. Ma potrebbe trattarsi solo di campagna elettorale.

A novembre l’Aiea ha pubblicato un rapporto dettagliato sull’Iran, che l’ha accusata di essere a servizio degli americani. Il rapporto, pur provvedendo dati accurati – forniti dalle ispezioni dell’Agenzia e dall’intelligence iraniana – non prova l’inequivocabile presenza di armi nucleari nei siti iraniani.

NEMICHE PER LA PELLE. Teheran e Washington non sono mai state in buone relazioni. È una questione che va ben oltre gli screzi coloniali e gli assunti di principio: si tratta di due mondi diversi che convivono in reciproca diffidenza quando le tensioni, tutt’intorno, appaiono congelate. Ora che il focolaio delle rivolte incendia tutto il Medio Oriente, la faccenda si complica. I giovani della Primavera Araba accusano Teheran di non aver appoggiato le rivolte e la Siria di Assad – storico alleato degli Ayatollah – sta cedendo sotto i colpi dell’indignazione. Dall’altro lato del mondo troviamo un Presidente Obama in vistosa difficoltà sul piano interno, in corsa per il rinnovo del mandato e intenzionato a smussare quell’immagine di debolezza in politica estera che buona parte degli elettori americani gli rimprovera.

GEOPOLITICA DEL CAOS. L’attacco preventivo di Israele alla teocrazia iraniana non potrà avvenire perché scatenerebbe la terza guerra mondiale o qualcosa di simile. Sono in gioco troppi e complicati interessi, dal Kuwait all’Arabia Saudita, fino all’Iraq e al Pakistan per poter anche solo immaginare un conflitto. Fatto salvo che Tel Aviv non disponga di un arsenale talmente potente da mettere fuori gioco con un’unica mossa la controparte, impedendole il contrattacco. A tal proposito sono in molti a chiedersi come mai sia gli Stati Uniti sia l’AIEA protestino vivamente contro il programma nucleare di Teheran, curandosi ben poco dell’altrettanto potente, se non superiore, armamentario israeliano che sotto il cappello dei controlli internazionali non c’è mai stato e non ha intenzione di mettersi neanche in futuro.

IL NEMICO COMUNE. Forse una chiusura dello stretto di Hormutz, da cui passa il 40% del petrolio che viaggia via mare, è più plausibile. Solo per breve tempo, quello indispensabile a mettere in ginocchio un mondo affamato di energia. Il vero problema è un altro. Un serio engagement diplomatico e sanzioni mirate al cuore dell’economia iraniana non sono state finora applicate. Solo a dicembre gli Stati Uniti, con l’Unione Europea al traino, hanno mirato alla Banca Centrale iraniana e alle compagnie petrolifere; ma la diplomazia è stata messa all’angolo. L’Iran non ha proposto nulla di meglio anzi, la lotta tra i nazionalisti di Ahmadinejad e i conservatori di Khamenei punta sui temi dell’anti americanismo per smorzare il dibattito interno al regime. La teoria del nemico comune aiuta a vincere le battaglie, poco importa se nel frattempo il mondo attende ansioso di fronte al grande bluff.

Fonte foto: www.italian.ruvr.ru

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