Traffico illegali di rifiuti: servono sanzioni e prevenzione

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di Roberto D’Amico

Ben 31 inchieste dal 2001 ad oggi, 156 arresti e 509 denunce, 124 aziende sottoposte a provvedimenti giudiziari, e 22 Paesi esteri coinvolti di cui10 europei, 5 asiatici e 7 africani. Questi sono solo alcuni degli impressionanti numeri emersi nel corso della conferenza sul traffico illecito di rifiuti organizzata lo scorso 15 dicembre a Roma dal Consorzio PolieCo, da Legambiente e dall’Istituto Interregionale delle Nazioni Unite per la Ricerca sul Crimine e la Giustizia (Unicri).

PAROLA D’ORDINE – Accrescere le sanzioni per poter esercitare una maggiore azione preventiva. Queste le parole chiave del convegno che ha fatto il punto sull’attuale situazione legislativa andando ad analizzare i benefici ottenuti dall’inserimento del delitto di attività organizzata di traffico illecito di rifiuti (ex art. 53 bis del decreto Ronchi, ora art. 260 del D. Lgs. 152/2006), avvenuto nel 2001, ad oggi l’unico delitto ambientale esistente nel nostro paese.

LA STRADA DELLA CONTINUITA’ – A testimonianza dell’interessamento da parte delle istituzioni nei confronti di questa tematica anche la presenza del Ministro dell’Ambiente Corrado Clini, dell’On. Gaetano Pecorella, presidente Commissione bicamerale di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e dell’On. Giovanni Fava, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale.
Un momento per riflettere su quanto fatto fino ad oggi ma anche per fare il punto sulla costituzione di un Osservatorio sui traffici internazionali di rifiuti promossa ormai da tempo dal Consorzio PolieCo e da Legambiente. L’incontro è stato infatti organizzato in un’ottica di continuità con il III° Forum Internazionale PolieCo sull’Economia dei Rifiuti svoltosi ad Ischia il 23 e 24 settembre scorsi.

IL GIRA BOLLA – Ad oggi, dopo l’introduzione del delitto di traffico illecito di rifiuti e il suo insierimento (nel 2006) tra quelli di competenza delle procure distrettuali antimafia, servirebbe infatti un ulteriore passo in avanti, a livello nazionale ed europeo, per contrastare con efficacia questo fenomeno. I trafficanti, per far perdere le tracce dei rifiuti e per aggirare la Convenzione di Basilea del 1992, effettuano la tecnica del gira-bolla: falsificano i documenti e fanno ricorso alle triangolazioni tra paese, spacciando i container carichi di rifiuti per materie prime o scarti di lavorazione. Stando ai dati presentati è emersa poi, negli ultimi cinque anni, una sorta di specializzazione nel trasporto di questi rifiuti: se da un lato arriva in nord Africa ogni tipo di rifiuto (non riciclabile, tossico o nocivo, auto rottamate, Raee e materiali ferrosi come il rame), verso l’est Europa, passando spesso per la rotta adriatica, sono indirizzati rifiuti destinati illegalmente ai termovalorizzatori e alle discariche.

UN AFFARE CINESE – Fiore all’occhiello di questo traffico rimane però il “commercio” con l’oriente e con la Cina dove arrivano ogni anno tonnellate e tonnellate di plastica, carta, metalli, legno e Raee, pronte per essere riciclate senza alcun tipo di controllo.
Ad oggi qualcosa di buono è stato fatto: nel 2010 sono state sequestrate 11.400 tonnellate di rifiuti diretti prevalentemente in Cina, India, Africa, il 35% delle quali composto da materie plastiche e pneumatici fuori uso. Quanto scoperto finora, però, non è abbastanza. Servono più controlli e sanzioni più aspre. Tutto ciò che è stato intercettato oggi è solo una minima parte del “bottino”, visto che ogni anno, solo nei nostri porti, si movimentano circa 4.400.000 container, 750 mila dei quali diretti in Cina.

 

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