Manovra, chiesta la fiducia. Monti al Parlamento: “Ho bisogno di voi”

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Tecnici al potere – Che potere? Quello di agire in assoluta assenza di rendiconto elettorale, sogno espresso ma non concesso, nella normalità della vita democratica. A questo punto, tuttavia, la deadline è oltrepassata. Anche questo Governo, in visibile calo di popolarità pubblica e parlamentare, sta iniziando a farsi intimorire dagli indici di gradimento. Il risultato è un mostro senza capo ne coda, che avrà pure salvato i risparmi degli italiani ma che non gli permetterà di metterne via altri almeno per i prossimi tre anni.

di Emiliana De Santis

Il Professore lo aveva già detto ma lo ha ribadito in modo che fosse chiaro a tutti. Per lui e per il suo governo, il Parlamento svolge un ruolo centrale e lo svolge non solo in virtù di una Costituzione che lo stabilisce ma soprattutto di fronte alla crisi economica e politica che il Paese attraversa. La sua équipe di esperti ha fatto ciò che andava fatto, si è esposta su provvedimenti duri, in alcuni casi ingiusti, mal scritti e ancor più male accettati. Tremonti, maglioncino in perfetto stile Marchionne, ha bacchettato senza pietà, come se il suo giudizio fosse a tal punto richiesto e gradito. Resta la mancanza di crescita e ora spetta ai due emicicli discuterne. Perché se a breve i partiti non scenderanno di nuovo in campo, le dichiarazioni del ministro Passera – “Non ci sarà una seconda manovra, è il momento di parlare di crescita” – suoneranno come l’ennesima, preconfezionata, presa in giro.

Enrico Letta – Magari non troppo bravo a ironizzare e, però, faccia pulita, con esperienza di governo, centrista e da tempo lontano dalle estreme, il giovane Letta potrebbe uscire vincitore dal congresso del Partito democratico che entro la fine del 2013 vedrà la luce. Bersani si ritenga avvertito. È probabile che quando condiziona il sì alla manovra al rispetto dell’art.18, al re-investimento degli utili della riforma previdenziale verso i lavoratori appartenenti alle categorie più disagiate, lo faccia in vista di una meta ben precisa: le urne, il più in fretta possibile, prima che qualcun altro gli sfili la poltrona proprio ora che sta accarezzandone il  tessuto.

CONVERGENZE PARALLELE – Nessuno avrebbe mai detto che Pd e Pdl potessero trovarsi dentro al calderone unico del governo tecnico. Attenzione che la coabitazione non è convivenza. Ognuno conserva il suo sapore, aspro, tagliente, talvolta un retrogusto che lascia l’amaro nelle gole di chi predica la somma utilità della salvezza nazionale. Ben 70 deputati del partito di Berlusconi e Alfano erano assenti alla votazione finale sul decreto contenete la manovra. D’altro versante la querelle Veltroni – Bersani alimentava i venti di disfatta del centrosinistra. L’attivismo dell’ex candidato Presidente del Consiglio ed ex sindaco di Roma – sofferente non poco per tutta questa sindrome da ex – ha indirizzato l’ago della bussola verso il primo della classe, quel Enrico Letta che può permettersi di affermare: “A differenza di Bonanni, non posso dire che la manovra sembra scritta da mio zio”.

URNE A PRIMAVERA – Lo ha smozzicato Cicchitto, rilanciato da Crosetto e confermato da Berlusconi. “Monti è disperato”, se la manovra resta così com’è gli italiani non la accetteranno e l’appuntamento elettorale non potrà essere rimandato. Poi il Cavaliere ha ritirato, Alfano e Schifani sono stati sufficientemente arguti da farlo rientrare nei ranghi: non si può votare l’anno prossimo, sarebbe un suicidio. E il Professore, con il sottile humor britannico che gli è proprio, ha chiarito che disperato proprio non lo è. Deluso sì, amareggiato pure, intrappolato in una logica numerica ben più avanzata dei suoi ragionieristici conti, basata sul calcolo politico anziché matematico. Ma non si è arreso. Sta dando a tutti i partiti la possibilità di rilanciarsi in quella lunga stagione di campagna elettorale che gli si prospetta davanti e per cui tutti, ma proprio tutti, sono in allerta da quando il giuramento dell’esecutivo Monti ha palesato la mistica realtà dei tecnici al potere.

LEGA e IDV – Se il Terzo Polo è in piena sintonia con l’austery montiana e plaude all’attenzione dimostrata nei confronti di famiglie e pensionati, chi scalpita – e in maniera clamorosa – sono la Lega Nord e l’Italia dei Valori. Per un Vendola sentenzioso ma tutto sommato innocuo, c’è un Di Pietro battagliero che necessita di una riunione a porte chiuse per rimettere in riga i suoi. C’è chi la fiducia alla manovra l’avrebbe votata, se non altro per coerenza, ma ha dovuto dire no sotto i colpi veementi dell’Antonio Furioso. Nella Lega invece, si procede compatti. Spuntano i cartelli verde Padania che indignano il compito Presidente del Senato, la leghista operaia che in tuta arancione denuncia i contenuti della manovra – come se prima delle sue parole nessuno sapesse che a pagare sono sempre i soliti.

A pagare son sempre i soliti – È evidente, per chi non se ne fosse ancora accorto, che il vero competitor della sinistra, nel futuro elettorale, sono i battaglieri alleati di Vasto e il Movimento Cinque Stelle, insieme alla base leghista, sapientemente riconquistata, coccolata e lanciata all’assalto dalla coppia delle meraviglie Reguzzoni-Maroni. Se la coppia non scoppia prima della fine dell’anno, le scintille sono assicurate.

IL DECALOGO – E, per non farsi mancare proprio niente, spunta la mail del pidiellino Andrea Fluttero. Sarà che il posto nel consiglio comunale di Chivasso lo rende particolarmente riflessivo, il senatore ha deciso di spedire 44 righe di richiamo ai colleghi di Palazzo Madama. Brave persone, bravi professionisti, la statistica dovrà pure rendere onore al numero esagerato, qualche buona testa deve pur starci seduta sul velluto rosso fuoco di Corso Rinascimento. Cosa manca allora? La volontà e il prezioso “decalogo” di suo pugno stilato per richiamare all’ordine chi lavora solo due giorni e mezzo a settimana. Un particolare va puntualizzato: in epoca berlusconiana avevamo un Presidente del Consiglio che credeva di essere Dio. Ora la sindrome si è diffusa. Buon Natale Professor Monti.

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