Nucleare: l’Enea presenta il reattore sperimentale “Jules Horowitz”

di Vincenza Nacucchi

Si torna a parlare di nucleare all’ENEA, l’Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile. Solo pochi mesi fa aveva luogo la giornata di studio “Lezioni dal terremoto di Tohoku”, il cui intento era riportare l’attenzione della comunità scientifica sulla valutazione della pericolosità sismica e sulla sicurezza degli impianti, dopo l’incidente alla centrale di Fukushima. Il 10 novembre è stato presentato, nella sede romana dell’Agenzia, “Jules Horowitz” (JHR) il reattore sperimentale per applicazioni scientifiche e industriali. Finanziato da un consorzio internazionale prevalentemente europeo, il reattore sperimentale è in costruzione a Cadarache in Francia e verrà avviato per la fine del 2014.

Abbiamo intervistato Patrizio Console Camprini, dottorando all’Università di Bologna e collaboratore scientifico al progetto “Jules Horowitz”. Da un anno si occupa del miglioramento delle condizioni operative sperimentali del reattore e delle procedure di spegnimento in sicurezza.

Qual è il progetto e il ruolo dell’ENEA?

Il progetto riguarda essenzialmente un reattore di ricerca, che non è destinato alla produzione di energia elettrica ma è un reattore nel quale è possibile provare i materiali e il combustibile che verranno poi utilizzati all’interno delle centrali nucleari. L’obiettivo principale è di poter estendere la vita degli impianti. Per quanto concerne i materiali è possibile utilizzarli anche in campo non nucleare, quindi è un progetto che riguarda anche le industrie.

In  campo medico, il reattore potrà assicurare il 50% del fabbisogno europeo di isotopi radioattivi da utilizzare nella scintigrafia. L’ENEA parteciperà alla fase sperimentale, definendo (in collaborazione con il CEA, Commissariat à l’énergie atomique et aux énergie alternatives) le prove da eseguire con questo reattore.

Il reattore avrà 50 anni di vita e riscontri positivi per la ricerca medica, ma ragionando in termini di scorie e smaltimento ci sono dei risvolti negativi?

Non seguo il ciclo del combustibile, per cui non saprei dare delle stime precise. In realtà un reattore di questo tipo è alto 60 cm e ha un diametro di 60 cm, si potrebbe portare nel baule di una macchina. Date le dimensioni, la volumetria di tutto il combustibile è qualcosa di estremamente ridotto. In Francia ci sono 58 centrali nucleari, sicuramente non è il reattore JHR ad incidere pesantemente sull’ambiente…
Inoltre quando si ragiona in termini di impatto ambientale, e quindi di posizionamento di queste scorie, si deve fare anche riferimento ai tempi di smaltimento. Di questo combustibile, ciò che resta dopo i 25 giorni di ciclo sono prodotti di fissione. Lo scarto che rimane dopo il bruciamento ha tempi di deterioramento molto bassi, parliamo di 30 fino a un massimo di 50 giorni. Quello che poi resta da conservare per lungo tempo è ancora una frazione di una frazione.

L’Italia è tornata di recente al voto e ha detto no al nucleare. Che applicazioni potrebbe avere in futuro nel panorama nazionale una ricerca di questo tipo?

Per quanto riguarda la ricerca italiana l’interesse è soprattutto da parte di quelle industrie che hanno commesse all’estero, come l’Enel che ad esempio ha 16 impianti, e che investono in ricerca per acquisire dati e utilizzare al meglio gli impianti che possiedono. Per quanto riguarda invece la ricerca di base, si studiano le proprietà dei materiali che si possono utilizzare anche nella medicina. Un dispositivo che produce un radio farmaco va progettato e non ha niente a che vedere con i reattori nucleari. Ci sono diverse finalità e acquisire competenze porta poi a decidere meglio.

Proprio dal punto di vista della ricerca finalizzata al futuro, Lei è dottorando in Energia energetica e nucleare, non crede che un’alternativa necessaria sarebbe puntare su una ricerca sempre maggiore basata sulle fonti rinnovabili?

È un accoppiamento strategico. L’Italia è stato uno dei primi Paesi ad aver rinunciato al nucleare quindi è stato necessario elaborare in questi anni un’alternativa. Molti miei colleghi che sono rimasti nel campo della ricerca si occupano di altro.

Tornando invece al problema della sicurezza di un impianto nucleare di cui Lei si occupa, si arriverà mai ad una sicurezza totale?

Questo è indubbiamente un problema comunicativo. Anche con la tecnologia di questi reattori di nuova generazione non si avrà mai una sicurezza totale. Se per sicurezza totale si intende la probabilità zero di un evento allora non è possibile, perché è una questione che riguarda la fisica. Si può lavorare in modo tale che questa probabilità sia così bassa da renderla trascurabile, ma mentirei a me stesso come scienziato se dicessi che si può arrivare alla “probabilità zero“, che non esiste in fisica e tantomeno in un impianto.

 

Fonte foto:Vincent Desjardin on flick

 

 

 

 

 

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