Berlusconi, la caduta: “Dimissioni, gesto generoso”. Ma i numeri non c’erano più

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di Lucia Grazia Varasano

That’s all, folks (“E’ tutto, gente”), un’orgia da fine impero in stile romano è l’immagine offerta dall’Economist che accompagna il crepuscolo berlusconiano.

A fare da sfondo un dipinto di metà ottocento ad opera di Thomas Couture «I romani nella decadenza dell’Impero». Silvio Berlusconi si erge in piedi ribaltato indietro nei secoli fino al tempo della decadenza dei costumi, lo sguardo compiaciuto è rivolto a destra mentre con aria soddisfatta si aggiusta la cravatta. Molti esperti del body language giurerebbero si tratti di un simbolo fallico, ma lasciamo a loro l’analisi di questo pezzo di comunicazione non verbale.

Resta intanto una delle immagini con cui il mondo intero ha rappresentato la contorta situazione politica italiana, con un governo in agonia guidato da un presidente in lotta per la sopravvivenza, in guerra per i numeri che contano più dei contenuti.

Quegli stessi numeri che lo hanno sorretto con dodici voti di scarto sulla questione del conflitto di attribuzioni per il caso Ruby, quando la Camera sostenne la tesi secondo cui Berlusconi credeva che Ruby fosse la nipote di Mubarak, facendo leva su una nuova maggioranza, nonostante gli altri numeri che lo avevano già abbandonato seguendo Fini e le sorti del nascente Fli. L’ alleanza di governo, il federalismo fiscale valeva tutto questo ed anche di più, è quello che oggi a distanza di sette mesi ha dichiarato il Ministro dell’ Interno, Roberto Maroni, in un’intervista di Fabio Fazio a «Che tempo che fa».

È proprio grazie all’ alleanza che Berlusconi ha retto, nonostante tutti i colpi inferti dalle diverse compagini politiche all’ opposizione, dalle manifestazioni di malcontento in tutte le piazze del Paese, sulla falsariga dell’ andiamo avanti, «la maggioranza c’è», ed è la stessa maggioranza che gli ha dato la fiducia lo scorso 14 ottobre, per pochi voti di scarto e a pochi giorni dal respingimento del Rendiconto Generale dell’Amministrazione dello Stato per l’esercizio finanziario 2010 (A.C. 4707). Un importantissimo documento contabile del bilancio e del patrimonio dello Stato con cui il Governo rende conto al Parlamento dei risultati della gestione finanziaria dell’anno precedente, e che registrando le entrate e le spese, chiude un ciclo di attività e apre quello per l’anno successivo. Senza l’approvazione del suo unico articolo, la macchina di governo si paralizza.

L’epilogo. L’8 novembre ritorna in aula la votazione sul Rendiconto. La Camera ha gli occhi puntati addosso nel momento più atteso della settimana, si tratta di un voto politico su un provvedimento squisitamente tecnico. Freme la stampa, la politica tutta, l’opposizione, i cittadini, l’Europa, le piazze finanziarie, lo spread Btp-Bund vicino al punto di non ritorno.

Pd, Idv, UdcpTp, FlpTP, Misto-Ld-Maie, Misto-Apl, decidono di non partecipare al voto sul disegno di legge in esame, pur garantendo il numero legale della votazione. La strategia funziona. Risultato? Il rendiconto è stato approvato con 308 voti a favore, un deputato astenuto, 321 non votanti, tra cui, oltre all’opposizione, undici deputati del centrodestra. Il documento viene approvato di pari passo con la debolezza numerica della maggioranza che viene finalmente a galla. «Il voto ha certificato che questo deficit di credibilità è fondato sui numeri che si sono espressi», dirà Bersani al termine delle votazioni.

Berlusconi si è trovato così messo alla sbarra dai numeri, con otto voti sotto la maggioranza assoluta, una sorte che neanche Gennaro Malgieri avrebbe potuto cambiare se non fosse stato colto da un bisogno impellente. Se nell’occasione precedente il Premier ha chiesto la fiducia, stavolta sa che non ha i numeri, ed è inoltre il mondo intero ad aver perso la fiducia e la stima nei confronti della penisola e di questo governo.

L’Europa vuole delle garanzie e lui sa di non essere più credibile, tanto è vero che la Merkel e Sarkozy si fanno pubblicamente beffa su quelle ricevute dal nostro Presidente del Consiglio. Le sue ultime settimane sono state un groviglio di carteggi ed epistole, la lettera dei dissidenti, la lettera all’Ue, la lettera di Olli Rehn, per elencarne qualcuna.

Qualcosa nell’aria è cambiato, e la crisi italiana non è un affare nostrano, c’è il pressing dell’asse franco-tedesco sull’Eurozona, il “monitoraggio/commissariamento” da parte del Fmi e la linea dura con tanto di ipotesi di ritorno alla lira, e c’è la nuova governance europea che va verso il six pack perché quando un membro è irresponsabile ad essere messo in crisi è l’intero sistema.

Intanto è il sistema italiano a trovarsi alla deriva, ad un passo dal baratro economico da cui sarà difficile uscire. Avremmo potuto evitarlo se i numeri non fossero stati per Berlusconi il dato reale da cui trarre la forza legittimante, in una guerra condotta sulla base di margini talmente risicati da inclinarci al suicidio.

Finisce con le dimissioni del Premier, un braccio di ferro giocato sulla pelle del paese. Se Berlusconi avesse dato le dimissioni qualche mese fa, probabilmente avrebbe fatto felici i cittadini e le casse dello Stato, facendoci risparmiare qualche decina di miliardi.

Si chiudono così i 150 anni dell’Unità d’ Italia, con le dimissioni di uno dei politici più carismatici e controversi della storia politica italiana, con l’uscita di scena di uno dei personaggi che ha segnato il cambiamento nella Seconda Repubblica, oltre che l’anomalia tutta made in Italy.

Foto di: Alessio 85 on Flickr

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