Roma, Palaexpo: “Homo Sapiens”. In mostra la diversità umana

di Sabrina Ferri

«Una sola specie umana abita adesso questo pianeta, ma gran parte della storia ominide è stata caratterizzata dalla molteplicità, non dall’unità. La stato attuale dell’umanità come un’unica specie, massimamente diffusa sull’intero pianeta, è decisamente insolito». Così in una frase Stephen Jay Gould, profondo studioso dell’evoluzionismo, nel non troppo lontano 1998 coglieva il senso dello straordinario fenomeno dell’evoluzione umana.

Chi siamo? Da dove veniamo? Quali le nostre origini? Oggi Homo Sapiens. La grande storia della diversità umana, in mostra dall’11 novembre al prossimo 12 febbraio presso Palazzo delle esposizioni a Roma, riparte proprio da lì,  da quella frase di Gould estremamente realistica che rammenta quanto l’uomo moderno sia figlio di un passato caratterizzato dalla convivenza di specie totalmente diverse tra loro.

Così quando l’Homo Sapiens circa 200 mila anni fa nacque in Africa e iniziò a spostarsi, si rese ben presto conto di non essere solo. Altri generi Homo affollavano il Vecchio Mondo, fuoriusciti dall’Africa precedentemente. Sapiens si trovò allora a dover entrare in stretto contatto con almeno altre quattro specie: dal “cugino” Neanderthal all’Homo Floresiensis fino al misterioso Homo di Denisova il cui reperto venne scoperto nel 2008 nelle grotte di Denisova in Siberia e tra i cui resti è possibile osservare il molare di un individuo adulto, uno dei due soli fossili esistenti di questa specie.

Fin quando Sapiens non rimase l’unico rappresentante del nostro genere sulla Terra. È a questo punto che lungo il percorso della mostra si viene allora improvvisamente catapultati in una nuova era, quella della Rivoluzione Paleolitica, una “seconda nascita” della specie umana. Appaiono le prime forme di arte, da piccole riproduzioni di animali alle pitture nelle grotte, i riti funebri,  i primi strumenti e utensili in pietra. Suggestivo il flauto risalente a 35.000 anni fa rinvenuto da alcuni ricercatori in una caverna nel sud-est della Germania.

Poi il Mesolitico e l’introduzione dell’agricoltura. La domesticazione di piante e animali permise all’uomo di stanziarsi e di porre fine al nomadismo. Si svelano quindi agli occhi del visitatore un aratro antichissimo, un contenitore ornato per il latte (alimento che soltanto la specie umana è in grado di digerire anche in età adulta), un idolo-divinità conservato perfettamente fino ai giorni nostri e contenente ossa umane, culle per neonati appese ad un filo per evitare che potessero entrare in contatto con la terra fredda.

Infine si giunge all’oggi, al mondo moderno, alle lingue attuali. Sorprendentemente si scopre come lingue tanto lontane tra loro possano avere invece una radice comune. Si svelano oggetti, abitudini, espressioni tipiche di ogni essere umano. È allora un significato latente, intenso, profondo a rivelare il senso dell’umanità: diversi sì, ma in fondo eredi di uno stesso mondo, un mondo che mai concepì le popolazioni umane in “razze” geneticamente distinte.

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