Amarcord: Malesani era bravo. E poi?

0 0
Read Time14 Minute, 2 Second

E’ sempre difficile analizzare le cause, i motivi che possono portare squadre, calciatori ed allenatori ad invertire quasi completamente la rotta delle loro storie o carriere, così come altrettanto complesso è avventurarsi in situazioni psicologiche o in ciò che, più semplicemente, riserva la sorte. Certo è, però, che quanto accaduto ad Alberto Malesani nel giro di pochi anni merita una riflessione più attenta, accurata e minuziosa.

Il mondo del calcio conosce Alberto Malesani ad inizio anni novanta: lui è un veronese (quartiere San Michele Extra), classe 1954, una breve e poco affascinante carriera da centrocampista intelligente ma lento, la serie D come massimo traguardo ed una spiccata capacità di leggere tatticamente le partite e che in poco tempo lo portano prima a guidare la primavera del Chievo e poi la prima squadra. Il Chievo 1993-94 vince a sorpresa la serie C1 ed approda per la prima volta in serie B, offuscato dalla grandezza e dal blasone del Verona, costretto a giocare in un Bentegodi che quando scende in campo l’Hellas è pieno per 3/4, mentre quando c’è il piccolo Chievo può vantare pochi intimi. Eppure i gialli non si fanno condizionare dall’assenza di pubblico e dall’inesperienza, Malesani gioca con un offensivo 3-4-3, i calciatori (blocco storico della serie C) seguono il tecnico, soffrono un po’ ma alla fine in tre stagioni riescono ad ottenere sempre la salvezza, tranquilla quella del 94-95, più complessa quella dell’anno successivo, addirittura scontata quella della stagione 96-97 quando il Chievo chiude il campionato perfino al settimo posto.

Ormai Alberto Malesani lo conosce tutta Italia che ne apprezza le doti di tecnico, la brillantezza del gioco delle sue squadre e l’atteggiamento umile ma determinato dell’uomo che ai vestiti eleganti preferisce tute e magliette, al gel e alle pettinature alla moda i capelli spettinati. Nell’estate del 1997 lo chiama la Fiorentina che deve sostituire Claudio Ranieri: è l’esordio in serie A, per molti meritato dopo le ottime annate alla guida del Chievo. Il debutto è da sogno: 31 agosto 1997, stadio Friuli di Udine, la Fiorentina vince per 3-2 con tripletta di Gabriel Batistuta, il gol decisivo l’argentino lo segna al 90′ con una rovesciata da antologia e Malesani, calzoncini corti e polo a mezze maniche, corre insieme ai suoi giocatori sotto la curva viola, come uno qualsiasi. Il gesto viene apprezzato dai tifosi, meno da una parte della stampa che inizia a dipingere l’allenatore veneto come troppo eccentrico, più passionale e folkloristico che bravo. E invece Malesani è bravo, conduce una buona Fiorentina al quinto posto in classifica che vale la qualificazione Uefa, e ai successi di San Siro contro il Milan e in casa (3-0) contro la Juventus campione d’Italia. A Firenze lo difendono tifoseria e giocatori, non il presidente Cecchi Gori col quale l’allenatore inizia ad avere battibecchi e screzi fin da prima di Natale, addirittura il presidente si rifiuta di rinnovargli il contratto fino a qualificazione Uefa aritmetica.

Malesani, però, non aspetta, è deluso dalla proprietà, capisce che se iniziasse un altro campionato alla Fiorentina sarebbe esonerato al primo pareggio, i rapporti sono oramai logori con Cecchi Gori e, nonostante l’ottima relazione col resto della città e con lo spogliatoio, decide già ad aprile di accordarsi col Parma per la stagione 1998-99. Che nessun si offenda a Firenze, ma la scelta di Malesani sarà quella giusta: in Emilia, il tecnico veronese vive l’annata più gloriosa della sua carriera, vincendo Coppa Uefa (ad oggi l’ultima italiana a vincere la manifestazione) e Coppa Italia, e piazzandosi al quarto posto in campionato. La famiglia Tanzi chiedeva lo scudetto, il Parma 98-99 è stato probabilmente il più forte della storia, ma la stagione non è certo negativa. Già dall’estate del 1999, però, attorno a Malesani aleggiano critiche: si, va bene aver vinto le due coppe, ma in campionato così e così; si, il Parma gioca bene ma è discontinuo; si, Malesani è bravo ma c’è di meglio. Ad agosto i gialloblu vincono pure la Supercoppa Italiana battendo 2-1 a San Siro il Milan campione d’Italia, ma poi non superano i preliminari di Coppa Campioni, eliminati dagli scozzesi dei Rangers; e giù altre critiche a Malesani. Non si capisce perché se il Parma vince il merito sia dei giocatori, se invece perde la colpa è sempre dell’allenatore.

Il campionato 1999-2000 non è fortunato per la compagine emiliana, quarta a pari punti con l’Inter e battuta 3-1 nello spareggio di Verona che porta i nerazzurri in Coppa Campioni e fa scalare i parmensi in Uefa. Malesani è sulla graticola, i detrattori sparano a zero sul tecnico e sull’uomo, definito lo scapigliato in tuta che non è in grado di far vincere uno squadrone come il Parma che vanta in rosa calciatori del calibro di Buffon, Cannavaro, Thuram, Dino Baggio, Crespo e chi più ne ha più ne metta. All’inizio della stagione 2000-01 si capisce subito che aver mantenuto Malesani in panchina è stato un errore: la tifoseria avrebbe preferito cambiare, la famiglia Tanzi (che da quando il Parma è in serie A non ha mai licenziato un allenatore) non se l’è sentita di esonerare il tecnico che però ha perso motivazioni; inoltre la squadra si è indebolita, ha venduto Crespo (passato alla Lazio) e non appare più in grado di lottare per lo scudetto. L’8 gennaio 2001, dopo il ko interno del Parma contro la Reggina (0-2) ed una violenta contestazione di una parte del pubblico del Tardini, Malesani viene esonerato e congedato da Tanzi con il ringraziamento per i trofei vinti, ma anche con la delusione per non aver mai lottato per vincere il campionato e non essersi affezionato alla città e alla gente come accaduto a Firenze.

Da qui inizia il declino inesorabile di un allenatore che nell’estate del 2001 è ancora uno dei più apprezzati in Italia. Malesani è abbattuto per come sono andate le cose a Parma, specialmente nell’ultimo anno, e sceglie di accettare la corte del Verona che si è salvato allo spareggio con la Reggina, è rimasto in serie A e cerca un nuovo tecnico dopo la separazione con Attilio Perotti. Per Malesani può essere l’occasione del rilancio: ripartire da casa sua e con una buona squadra a cui si chiede solamente una tranquilla salvezza. L’idea dell’allenatore è semplice: tornare a proporre un bel calcio, portare il Verona a metà classifica ed essere pronto per la chiamata di una grande società nel giro di un paio d’anni. E l’esperimento sembra riuscire perché la tifoseria gialloblu apprezza Malesani, l’organico è buono, elementi di esperienza come Ferron e Salvetti, giovani talenti che avranno una carriera sfavillante come Oddo, Camoranesi, Mutu e Gilardino. Il Verona gioca bene e fa parecchi punti, il 18 novembre 2001 il Bentegodi ospita il derby della provincia fra Verona e Chievo: 39 mila spettatori nonostante il freddo e la pioggia, la partita profuma d’Europa vista la posizione di classifica delle due squadre, per Malesani è la gara del cuore. Il Chievo si porta sul 2-0, ma il Verona è capace di imprese memorabili in quella prima parte di campionato, pareggia e vince addirittura per 3-2, Malesani corre impazzito sotto la curva dell’Hellas, si inginocchia, sembra un musulmano rivolto verso La Mecca, esultanza che verrà criticata sia dai suoi vecchi tifosi del Chievo che dalla solita stampa che gli perdona poco o nulla.

Il girone d’andata del Verona si chiude trionfalmente col successo sul Piacenza e il settimo posto in classifica che vuol dire salvezza quasi acquisita e vista panoramica sulla Coppa Uefa. In quel periodo, Malesani è contattato da emissari del Milan, Berlusconi e Galliani stanno notando ed apprezzando il suo lavoro a Verona, i rossoneri stanno andando male e la società non è sicura di confermare Carlo Ancelotti a fine stagione. “Al Milan ti teniamo d’occhio – gli dicono – continua così anche nel girone di ritorno e vedremo“. Ma il girone di ritorno sarà un calvario per il Verona e per Malesani: la squadra veneta inizia a perdere partite e punti, lascia la parte sinistra della classifica e precipita pericolosamente verso le zone basse, risucchiata in un vortice del quale nessuno si accorge in tempo. Il ko casalingo col Torino accende una spia, Malesani a fine partita dice: “Sarei un incosciente se non fossi preoccupato“. Ma è tardi ormai, il Verona è in caduta libera, alla penultima giornata perde una partita assurda al Bentegodi contro il Milan: veronesi avanti con un eurogol di Mutu e praticamente salvi, prima del recupero e del sorpasso milanista per un 2-1 finale che costringe la formazione di Malesani a dover far punti a Piacenza all’ultima giornata, oppure sperare che il Brescia non batta il Bologna. Ma la teoria della pallina sul piano inclinato è nota e a Verona nel 2002 c’era già ormai poco da fare: Piacenza-Verona non ha storia, 3-0 per gli emiliani che si salvano, così come 3-0 finisce pure Bresica-Bologna e il Verona è in serie B.

A fine partita, Fulvio Collovati che è team manager del Piacenza, anziché festeggiare la salvezza dei suoi si ferma da Malesani per consolarlo; il tecnico veronese è attonito, non crede a quello che è successo, ancora oggi quella retrocessione è portata ad esempio come una delle più inspiegabili nella storia della serie A. Ironia della sorte, proprio in quel 5 maggio 2002 il Milan acciuffa il quarto posto che vale la qualificazione in Coppa dei Campioni, Ancelotti salva la panchina e dà indirettamente il via all’epopea di trionfi rossonera fra il 2003 e il 2007. Chissà cosa sarebbe accaduto se quel Verona-Milan fosse finito diversamente, magari col successo degli scaligeri: i gialloblu si sarebbero salvati, chissà, forse Alberto Malesani sarebbe diventato il nuovo allenatore del Milan. Nessuno può dirlo e nessuno può saperlo. Ciò che è noto, invece, è che quel drammatico epilogo segnerà la carriera del tecnico veronese, scottato da una retrocessione irripetibile che non lo ha probabilmente più reso l’allenatore che era e ne ha minato certezze, convinzioni, forse anche entusiasmo. Malesani resta al Verona anche nella stagione 2002-03, la squadra è indebolita, la società ha difficoltà economiche, il tecnico si decurta lo stipendio del 40%, il campionato è anonimo, i gialloblu non lottano mai per la promozione e chiudono il torneo al 13.mo posto.

Alberto Malesani lascia la guida del Verona e si accasa al Modena che si è appena salvato in serie A ed ha salutato il tecnico De Biasi. L’inizio non è male, gli emiliani giocano un buon calcio, in attacco ci sono il senegalese Kamara e Nicola Amoruso che la buttano dentro con regolarità, la salvezza sembra a portata di mano. Nel girone di ritorno, però, ecco la flessione: il Modena smette di segnare e di vincere, nascono frizioni tra Malesani e una parte dello spogliatoio, già a febbraio circolano voci di un imminente esonero che si concretizza il 22 marzo 2004 dopo il ko dei gialloblu contro la Reggina. Malesani va via, arriva Bellotto che non riesce comunque ad evitare la retrocessione in serie B che verrà però imputata quasi per intero a Malesani, considerato ormai un allenatore finito. Dopo un anno di inattività, lo chiama il Panathinaikos in Grecia alla metà di febbraio del 2005; esperienza discreta il primo anno (secondo posto in campionato ad un solo punto dall’Olympiakos), disastrosa il secondo con fischi del pubblico e la celebre conferenza stampa di metà dicembre quando Malesani, in italiano, se la prende con giornalisti ed ambiente per le continue offese e prese in giro nei suoi confronti. Oggetto di ilarità e scherno, quello sfogo testimonia invece l’attaccamento dell’allenatore verso il suo lavoro, nonché una passione ormai rovinata.

Malesani si arrabbia, condisce la conferenza stampa con l’intercalare “cazzo“, ripetuto ad ogni frase e che lo manderà in eurovisione, più per riderci sopra che per comprendere le reali motivazioni di quella gazzarra dialettica. Lasciata Atene, Alberto Malesani si ritrova da solo, ingabbiato in un personaggio che gli hanno creato attorno e di cui lui è solamente spettatore. Gli danno del bollito, addirittura dell’avvinazzato, visto che a Verona ha acquistato un terreno che ha adibito a vini cultura. Per lui inizia un peregrinare per l’Italia che gli farà accumulare quasi solo fallimenti e delusioni. Nessuno gli affida più una panchina da inizio stagione, lo chiamano solo in corsa nel tentativo di aggiustare giocattoli mezzi rotti. E’ il caso dell’Udinese che rischia la retrocessione a gennaio 2007, esonera Galeone e fa firmare a Malesani un contratto fino al 30 giugno 2008. Il tecnico veronese salva la squadra, la porta fino al decimo posto della classifica, ma viene ugualmente esonerato a fine stagione senza particolari motivazioni che ne giustifichino l’allontanamento. A novembre dello stesso anno viene chiamato dall’Empoli che ha esonerato Cagni: buoni risultati all’inizio come il 4-1 inflitto al Cagliari, poi una flessione, complice anche l’infortunio del miglior attaccante della squadra, Nicola Pozzi, con 6 sconfitte in 7 gare che determinato il ritorno in panchina di Cagni a fine marzo. L’Empoli retrocederà comunque in serie B al termine del campionato.

Malesani vive oltre un anno di totale inattività, rilascia un paio di interviste nell’estate del 2009 in cui dichiara che sta pensando di lasciare il mondo del calcio, anche se aspetta ancora la chiamata giusta. Il 23 novembre 2009 lo chiama il Siena che ha esonerato Marco Baroni e che è ultimo in classifica; l’allenatore veneto accetta, l’avvio non è dei migliori e il primo Siena di Malesani perde una partita di Coppa Italia col Novara, squadra di serie C1. Anche in campionato i risultati sono alterni, anche se il Siena gioca un calcio offensivo e propositivo, qualcuno si ricorda del primo Chievo di Malesani. I toscani giocano bene ma non vincono, a tre giornate dalla fine arriva la retrocessione aritmetica, in città già si parla dell’imminente arrivo in panchina di Antonio Conte per la stagione 2010-2011, ma Malesani viene comunque applaudito dallo stadio Franchi di Siena dopo l’ultima partita, persa dai bianconeri contro l’Inter che proprio quel giorno vincendo in Toscana conquista lo scudetto. Passano pochi mesi e il Bologna esonera Franco Colomba alla vigilia del campionato; al suo posto viene chiamato proprio Malesani che ha dunque un’altra occasione per rilanciarsi. Nonostante una situazione economica disastrosa che causa anche una penalizzazione di 3 punti in classifica, il Bologna di Malesani si mantiene sempre in zona di galleggiamento ed il tecnico tiene unito lo spogliatoio che segue l’allenatore con fiducia, i rossoblu vincono addirittura 2-0 in casa della Juventus. Ad aprile il Bologna è praticamente salvo, la proprietà intanto sta cambiando e, nonostante gli ottimi risultati, a Malesani non viene rinnovato il contratto e a giugno saluta i felsinei.

Ma quanto di buono fatto in Emilia non passa inosservato a tutti: a giugno del 2011 Malesani diventa il nuovo allenatore del Genoa. I liguri ottengono risultati alterni nella prima fase di stagione, ma l’allenatore subisce una valanga di critiche che lo portano ad un’altra conferenza stampa divenuta famosa, il 1 dicembre dopo il ko col Cesena. In realtà lui equivoca, perché qualcuno lo ha definito “mollo“, cioè moscio, mentre lui ha frainteso, intendendo la parola come il verbo mollare e infatti continua a ripetere: “Ma quale mollo, io non mollo affatto!”. A mollarlo è però il Genoa, il presidente Preziosi lo esonera prima di Natale dopo la sconfitta per 6-1 a Napoli, poi lo richiama ad inizio aprile e poi lo esonera ancora a fine mese. I 23 punti accumulati da Malesani, comunque, risulteranno decisivi per la salvezza dei rossoblu. A febbraio del 2013 il tecnico veronese viene ingaggiato dal Palermo ma resta in Sicilia appena un mese, il tempo di collezionare tre pareggi contro Pescara, Chievo e Genoa, ed essere cacciato da Maurizio Zamparini. A fine gennaio del 2014, infine, il Sassuolo, in crisi di risultati, chiama Malesani al posto di Eusebio Di Francesco nella speranza di ottenere la salvezza. L’esperienza è da incubo: 5 sconfitte in altrettante partite contro Verona, Inter, Napoli, Lazio e Parma che determinano l’immediato ritorno di Di Francesco e la chiusura della carriera di Malesani che non verrà più contattato da nessuno ed annuncerà nell’autunno del 2020 il suo definitivo ritiro.

Come si diceva all’inizio, è complicato fare un’analisi esatta in certi casi. Il calcio, si sa, è fatto di occasioni ed episodi, di treni che passano e non si fermano più, di motivazioni ed entusiasmo. Certo è che Alberto Malesani è stato “rovinato” dal mancato apprezzamento della sua ottima esperienza a Parma e dalla clamorosa retrocessione col Verona che gli ha tolto certezze e fiducia. Come sarebbe andata se non ci fosse stata quell’annata disgraziata non possiamo saperlo, ma forse Malesani è stato trattato peggio di altri, perché non vestiva in giacca e cravatta, perché non era diplomatico, perché diceva cazzo in conferenza stampa. Evidentemente nel calcio l’abito fa ancora il monaco.

di Marco Milan

Happy
Happy
0 %
Sad
Sad
0 %
Excited
Excited
0 %
Sleppy
Sleppy
0 %
Angry
Angry
0 %
Surprise
Surprise
0 %

Average Rating

5 Star
0%
4 Star
0%
3 Star
0%
2 Star
0%
1 Star
0%

2 thoughts on “Amarcord: Malesani era bravo. E poi?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *