Amarcord: Nevio Scala, dopo i trionfi l’oblio

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Si dice che al piccolo grande Parma di Nevio Scala sia mancato solo lo scudetto e che la cavalcata dello squadrone amministrato dalla famiglia Tanzi sia stata offuscata proprio dalla mancanza di quel tricolore che la proprietà ducale voleva con tutte le forze. Eppure quegli anni sono stati eccezionali, a partire dalla squadra guidata da Scala, salita per la prima volta in serie A e capace di conquistare Coppa Italia, Coppa delle Coppe, Coppa Uefa e Supercoppa Europea, trionfi inimmaginabili solo a fine anni ottanta. Ma che ne è stato di quel tecnico dopo la meravigliosa esperienza parmense?

Nevio Scala lascia il Parma al termine della stagione 1995-96 che per i gialloblu emiliani è sottotono rispetto alle precedenti col sesto posto finale e la qualificazione in Coppa Uefa raggiunta solamente grazie ai successi della Juventus in Coppa dei Campioni e della Fiorentina in Coppa Italia che permettono al Parma di scalare due posizioni in classifica. Già dal periodo natalizio era abbastanza chiaro che Scala stesse per chiudere il suo eccezionale ciclo in Emilia dopo 6 anni ricchi di soddisfazioni addirittura maggiori rispetto a quanto preventivato. Sembra addirittura scontato che a fine campionato ci sarà uno scambio di panchine fra Milan e Parma con Fabio Capello in gialloblu e Nevio Scala a ritrovare i rossoneri dopo gli anni da calciatore; al termine di Milan-Parma 3-0 del 24 marzo 1996, infatti, i due allenatori vengono intervistati sul loro possibile destino incrociato e glissano senza però smentire, consapevoli del fatto che quella possibilità effettivamente esista. Non andrà in porto nulla, invece, perché Capello rifiuterà Parma dopo aver pure incontrato i Tanzi, si dice perché non riuscisse ad orientarsi in una città così piccola come quella emiliana, in realtà per le avances del Real Madrid, mentre il Milan sceglierà l’uruguaiano Oscar Washington Tabarez che a Milanello avrà però vita breve. Scala resta così col celebre cerino fra le mani e dopo 9 campionati consecutivi fra Reggina e Parma si ritrova per la prima volta disoccupato.

“Mi occuperò della mia tenuta di campagna – afferma tranquillamente il tecnico dopo Cagliari-Parma 2-0 del 12 maggio 1996, ultima gara sulla panchina parmense – e andrò a vedere partite in giro per il mondo per aggiornarmi”. La quiete campagnola dura però lo spazio di qualche mese, perché già in autunno l’infelice andazzo di Tabarez al Milan fa riaffiorare il nome di Scala per la panchina rossonera, ma Berlusconi, dopo l’esonero del tecnico sudamericano il 1 dicembre 1996, opterà per il romantico ritorno di Arrigo Sacchi e Scala sembra tornare buono per un’altra squadra in difficoltà, ovvero il Perugia del vulcanico patron Luciano Gaucci che è ormai ai ferri corti con l’allenatore Giovanni Galeone. Gli umbri, neopromossi in serie A, navigano in piena zona retrocessione e non riescono a dare continuità ai propri risultati nonostante un organico di discreto livello e i buoni propositi dell’ambizioso presidente. Le due sconfitte consecutive dell’8 e 15 dicembre contro Fiorentina e Lazio costano effettivamente il posto a Galeone, anche se Scala non accetta immediatamente l’incarico, tanto che in panchina il 22 dicembre a Bologna va Mauro Amenta, tecnico ad interim. L’ex allenatore del Parma è dubbioso, la proposta di Gaucci lo alletta ed è pure economicamente vantaggiosa dato che il presidente dei grifoni non bada a spese, ma le perplessità riguardano la classifica del Perugia: lottare per la salvezza non è semplice se non si è abituati e Scala teme di non farcela dopo anni di vittorie, alta classifica e finali di coppa. Il tecnico padovano si prende ancora qualche giorno per riflettere e anche alla ripresa del campionato il 5 gennaio 1997 sulla panchina perugina c’è ancora Amenta che affonda con la squadra, sconfitta in casa per 3-1 addirittura dal fanalino di coda Reggiana. Gaucci dà un ultimatum a Scala: “O vieni subito o chiamo qualcun altro”. E stavolta la risposta non si fa attendere, l’ex allenatore del Parma accetta e diventa il nuovo tecnico del Perugia firmando un contratto fino al 30 giugno 2000.

Il debutto è amarissimo ed avviene domenica 12 gennaio quando gli umbri cadono pesantemente 4-1 in casa della Roma. La rosa è buona, ma Scala sembra non riuscire a motivarla, oltre al fatto che le vittorie continuano a latitare; dopo il ko di Roma, il Perugia viene rimontato in casa dal Piacenza sull’1-1, sepolto 5-2 dalla Sampdoria alla prima di ritorno, prima dell’incoraggiante 0-0 contro l’Inter e della sconfitta di misura a Torino con la Juventus. Il primo successo vale forse una mezza vendetta per Scala poiché arriva proprio contro quel Milan che lo aveva di fatto scartato per due volte: il 23 febbraio 1997, infatti, i biancorossi superano 1-0 al Curi la squadra rossonera grazie ad un gol del bomber Marco Negri, il fulcro della compagine umbra, l’uomo che spesso e volentieri toglie le castagne dal fuoco e che è stato il simbolo della promozione dalla serie B l’anno prima. La domenica successiva il 2-2 di Bergamo fotografa l’andamento schizofrenico del Perugia: al 76′ il risultato è ancora di 0-0, poi segna Sgrò per l’Atalanta, all’84’ pareggiano gli umbri con Giunti e all’87’ ecco l’1-2 di Negri che sembra valere i tre punti per la squadra di Scala, raggiunta invece meno di un minuto dopo dalla rete di Lentini. Un successo buttato al vento, così come di rimonte il Perugia ne subisce una settimana più tardi contro il Parma (da 1-0 a 1-2) nella grande sfida da ex di Scala, e quella dopo ancora quando a Udine il gol di Negri viene prima pareggiato e poi ribaltato dai friulani. Perugia-Cagliari del 23 marzo diventa così una gara decisiva per i grifoni, in vantaggio con Negri ed ancora rimontati dall’uno-due di Tovalieri e Muzzi che porta i sardi sull’1-2; stavolta, però, gli umbri reagiscono e capovolgono tutto grazie alla doppietta di Kreek che rimette in gioco il Perugia per una salvezza al cardiopalma.

Dopo le sconfitte in Veneto contro Verona e Vicenza, i biancorossi restano aggrappati con le unghie al treno per la permanenza in serie A battendo al Curi il Bologna per 5-1, la Reggiana in trasferta 4-1 e la Roma in casa per 2-0, un successo che permette alla squadra di Scala di giocarsi una sorta di spareggio all’ultima giornata sul campo del Piacenza. Umbri, emiliani e il Cagliari sono in ballo a 90′ dal termine per un solo posto, con lo scontro diretto dello stadio Garilli che può condannare alla retrocessione l’eventuale perdente. E’ una giornata anomala, un po’ perché nonostante sia il 1 di giugno piove e fa freddo in tutta Italia, un po’ perché quel duello di Piacenza immobilizza il campionato ed incuriosisce i tifosi neutrali. Nevio Scala si gioca la salvezza dopo anni di vittorie, qualcuno scrive: “Scala, dopo il caviale ecco il pane secco”, ma il tecnico se ne infischia, per lui il lavoro è lavoro e se ha scelto Perugia lo ha fatto con consapevolezza ed ora mette tutto sè stesso per aiutare gli umbri a salvarsi, anche perché a Piacenza alla sua squadra basterà non perdere per evitare la retrocessione. Ma sin da subito si capisce che il Piacenza ha una marcia in più e alla mezz’ora va in vantaggio col centravanti Luiso; ad inizio ripresa, poi, la mazzata decisiva col raddoppio di Lucci su rigore. Il Perugia è in ginocchio, Scala manda in campo la qualità di Fausto Pizzi, ma la squadra arranca, sembra annegare nelle pozzanghere del campo, lo stesso Negri appare abulico proprio nella giornata più importante. La rete del difensore Dicara al 90′ regala attimi di speranza al Perugia, ma il fischio finale e la concomitante vittoria del Cagliari col Milan permettono al Piacenza di agganciare lo spareggio e condannano gli umbri alla retrocessione in serie B dopo un solo anno.

A fine partita, Scala fa i complimenti agli avversari, poi parla del suo futuro: “Ho un contratto fino al 2000 – dice ai microfoni della Domenica Sportiva – ma questo potrebbe non significare nulla se le due parti non fossero d’accordo nel proseguire assieme”. E in effetti passano poche settimane e le strade del tecnico e del Perugia si dividono, col primo vero fallimento dell’ex allenatore del Parma da quando siede in panchina. In serbo, però, il destino ha per lui una chiamata prestigiosissima, quella del Borussia Dortmund campione d’Europa in carica che affida proprio a Scala la panchina dopo la separazione con Hitzfeld. “E’ una grande occasione per me – dice Scala – e penso che un’esperienza all’estero ci volesse in questo momento. Tutti ci aspetteranno al varco, ma noi vogliamo vincere il campionato e confermarci in Europa”. Le ambizioni sono tante, i risultati non saranno però all’altezza: già in estate, infatti, il Borussia perde la Supercoppa Europea contro il Barcellona e in campionato le cose non vanno per il verso giusto, anzi, i gialloneri perdono quasi subito contatto col vertice. In Coppa Campioni, invece, la formazione di Scala si comporta bene e difende con onore la vittoria dell’anno prima; eppure, la società tedesca non riesce ad essere totalmente soddisfatta dell’apporto del tecnico italiano, giudicato troppo buono ed incapace di imporsi con fermezza nello spogliatoio. A difenderlo sono proprio due ex appartenenti al campionato italiano, ovvero i due vecchi juventini Kohler e Paulo Sousa, convinti che Scala sia la persona giusta al posto giusto. Il 2 dicembre 1997 il Borussia Dortmund si laurea campione del mondo vincendo a Tokyo la Coppa Intercontinentale dopo il 2-0 inflitto al Cruzeiro e Scala si guadagna qualche settimana di tranquillità e i complimenti della società. Ma l’avventura è destinata a terminare in fretta: i gialloneri chiudono il campionato con un deludentissimo decimo posto, mentre in Coppa dei Campioni la corsa si ferma in semifinale per mano del Real Madrid dopo che nel girone iniziale Scala si era dovuto confrontare ancora col suo vecchio Parma, eliminandolo. A pesare moltissimo sul giudizio negativo della stagione del Borussia, anche l’estromissione dalla Coppa di Germania agli ottavi di finale per mano dell’Eintracht Trier, formazione di quarta divisione.

La carriera di Nevio Scala è a un bivio e l’esperienza tedesca ha gettato qualche ombra sulle sue prestazioni, tanto che qualcuno inizia a chiedersi se la sua bravura si potesse circoscrivere ai soli confini parmensi. Una valutazione eccessiva, forse cattiva, a conferma che il calcio di riconoscenza ne ha sempre ben poca. Il tecnico veneto decide di fermarsi per un po’, sta con la famiglia, ogni tanto sale su un aereo e va a vedersi qualche partita in Inghilterra, in Francia o nell’est europeo. Ad appena 50 anni, del resto, Scala ha ancora tutto il tempo per rimettersi in gioco ed attendere la chiamata giusta per lui che però sembra non arrivare; al di là di qualche proposta poco affascinante dall’Italia (squadre in lotta per non retrocedere a metà campionato) e qualcuna improponibile dall’estero, Nevio Scala sembra essere stato dimenticato dal grande calcio. Lui chiede un progetto ambizioso a cui possa contribuire coi suoi metodi semplici ma efficaci, ma è come se nel calcio il suo nome fosse passato di moda. Qualcuno lo cita come possibile sostituto di Dino Zoff nell’estate del 200 sulla panchina della Nazionale, ma la Federazione in realtà non lo chiama neanche, lui nel frattempo sta dialogando con i dirigenti del Besiktas, una delle più blasonate società della Turchia. Scala accetta l’incarico, ma le difficoltà non tardano ad arrivare: i bianconeri di Istanbul faticano in campionato ed escono immediatamente dalla Coppa dei Campioni, eliminati nella fase a gironi in un gruppo con Milan, Leeds e Barcellona, nonostante il 3-0 inflitto proprio ai catalani nell’unica vera giornata di gloria dello Scala turco. A marzo, col Besiktas a distanze siderali dalla coppia di vertice Fenerbaçhe-Galatasaray, il tecnico italiano viene esonerato dopo 14 vittorie, 4 pareggi e 5 sconfitte, ed una sintonia mai veramente sbocciata con un ambiente agguerrito, forse troppo per il carattere mite dell’allenatore.

Dall’Italia continuano a non pervenire chiamate, ma Scala ha ormai smesso di chiedersi il perché ed è convinto di potersi togliere ancora qualche soddisfazione in panchina. La svolta arriva nel 2002 quando dall’Ucraina lo chiama lo Shakthar Donetsk che vuole interrompere l’egemonia in campionato della Dinamo Kiev. Scala si integra bene con la città, con il pubblico e con lo spogliatoio, il duello fra Shakthar e Dinamo Kiev sembra quello fra Parma e Juventus di metà anni novanta e quello scudetto sempre solo sognato da Scala diventa finalmente realtà sul filo di lana: gli arancioneri vincono per la prima volta il campionato ucraino con 66 punti, uno in più dei rivali, 20 vittorie, 6 pareggi e neanche una sconfitta. E’ il trionfo assoluto per la città ucraina, la rivincita per Scala che a 55 anni conquista il suo primo scudetto a cui aggiunge anche la coppa nazionale. L’ultima avventura in panchina è nel 2003 quando l’ex allenatore del Parma va ad allenare in Russia lo Spartak Mosca a stagione in corso riuscendo a portare a casa la coppa nella finale contro il Rostov. Scala resta a Mosca fino al 2004, poi torna in Italia, abbandona il mestiere di allenatore e si ritira a vita privata gestendo campagna e vigne a Lozzo Atesino, in provincia di Padova.

Agricoltura e vino, il calcio come ricordo fino alla chiamata nel 2015 (dieci anni dopo l’ultima esperienza) come presidente del nuovo Parma, nel frattempo fallito e ripartito dalla serie D. In mezzo tanto silenzio e qualche domanda, una su tutte: perché a Scala non è stata offerta più una possibilità in Italia dopo quella stagione a metà a Perugia e le esperienze all’estero? Forse un carattere troppo schivo in un mondo di squali, forse l’uscita da un giro che non ha più ammesso adepti “anziani”, di certo il dubbio che qualche progetto, nonostante alcuni successi fuori dall’Italia, a Nevio Scala sarebbe potuto anche essere affidato. Brinderà lo stesso, col suo vino, ad una carriera forse più breve di altre, ma costellata ugualmente di soddisfazioni, a Parma e poi lontano da un paese che non lo ha più voluto.

di Marco Milan

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