Amarcord: Aosta, storia di chi non è più risorto

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Un leone rampante. Un simbolo di forza e vigore, applicato ad una società di calcio che per quasi cento anni ha rappresentato un’intera regione, persino più del Cagliari che in Sardegna più che un’istituzione è una devozione. Ad Aosta il calcio è riuscito a rotolare in mezzo alla neve, dribblando le Alpi e la difficoltà di emergere in uno sport di squadra che in regioni piccole trova più di un ostacolo; poi quel pallone si è fermato. Per sempre.

Il calcio ad Aosta nasce ufficialmente nell’estate del 1911, anche se le prime avvisaglie di una società sportiva calcistica si erano avute già tre anni prima. E’ un calcio da pionieri, forse un gradino sotto il dilettantismo, eppure nel capoluogo valdostano il pallone ad esagoni inizia ad incuriosire giovani e meno giovani, seppur inghiottito da discipline come lo sci o come il fiolet e la rebatta, sport tipicamente cittadini. A cavallo delle due guerre, l’Aosta Calcio si affilia alla FIGC e disputa alcuni campionati regionali fino alla promozione in serie C all’inizio degli anni quaranta, categoria che conserva in tale decennio quando il club viene amministrato e gestito da Raffaele Tognoni che è anche allenatore della squadra. Un calcio d’epoca, impossibile da paragonare a quello moderno, anche perché ad Aosta prosegue l’indifferenza più o meno globale nei confronti di un pallone che non riesce davvero ad appassionare le masse ed il piccolo stadio Puchoz (intitolato ad un alpinista valdostano morto nella scalata al K-2) di appena duemila posti non è quasi mai gremito.

La prima stella calcistica ad Aosta si chiama Giorgio Dal Monte, un centravanti di razza che l’Aosta coltiva sin dal settore giovanile e che a neanche diciott’anni è capocannoniere del torneo regionale per due anni consecutivi, nel 1950 realizzando 32 reti, la stagione successiva mettendone a segno 30, prima di essere ceduto al Genoa e successivamente al Milan. Eppure, fare calcio ad Aosta continua ad essere complicato, la squadra che gioca in maglia rossonera si barcamena fra serie D, Eccellenza e Promozione: sono gli anni settanta e nonostante ormai un gruppo nutrito di tifosi segua con costanza e calore la compagine valdostana, sembra che essa non riesca a confrontarsi fuori dal Piemonte; è l’unica rappresentante della Valle d’Aosta, l’unica regione italiana a non aver portato una sua squadra neanche in serie B, primato condiviso col Molise prima della promozione del Campobasso fra i cadetti nel 1982, anno in cui l’Aosta arranca in Interregionale, l’attuale serie D, categoria nella quale i rossoneri riescono ad assestarsi proprio ad inizio anni ottanta, grazie alla politica dei presidenti Guglielmotti e Pugliatti che scelgono di spendere poco ma bene, quanto basta per garantire la sopravvivenza del club ed una tranquilla salvezza della squadra in campionato.

Il secondo posto al termine del campionato 1984-85 a soli 4 punti dalla promossa Cairese è la prima avvisaglia di grande calcio ad Aosta e, dopo la grande paura della retrocessione nel 1987, evitata solo grazie ad un ripescaggio, ecco la trionfale cavalcata della stagione 1990-91. L’Aosta, guidata in panchina dal tecnico Agostino Alzani, giunge prima nel girone B dell’Interregionale con 49 punti, 5 in più del Bellinzago secondo in classifica, ma non può festeggiare in quanto la riorganizzazione dei campionati non permette la promozione di tutte le prime classificate dei gironi che dovranno invece affrontare degli spareggi con le altre vincitrici dei raggruppamenti. I rossoneri giocano il loro spareggio contro gli emiliani del Brescello: all’andata, ad Aosta, la gara termina 2-2, mentre nel ritorno a Brescello la squadra di Alzani si impone per 3-1 e conquista una storica, inaspettata ma meritatissima promozione in C2. E’ il 26 maggio del 1991, forse la data più importante della storia calcistica ad Aosta. I rossoneri si apprestano così al primo vero confronto col professionismo, con stadi importanti, nobili decadute e piccole compagini agguerrite, pronte a qualsiasi sacrificio pur di mantenere la categoria.

L’esordio dell’Aosta nel campionato di serie C2 avviene l’8 settembre 1991 quando al Puchoz i rossoneri vengono sconfitti 1-0 dal Valdagno. La squadra è allenata da Natalino Fossati, non ha talenti straordinari in rosa ma riesce a lottare con le rivali, ottenendo la prima vittoria alla terza giornata, il 22 settembre, 1-0 contro il Cuneo, quasi un derby per i valdostani. Il torneo sarà duro e sofferto per la squadra di Fossati, capace però di togliersi due soddisfazioni: la più importante, ovviamente, la salvezza con 36 punti, appena uno in più sulla zona retrocessione, la seconda le 16 reti di Marco Girelli, capocannoniere del girone A. L’Aosta è salvo e prepara con più entusiasmo e sicurezza il secondo campionato di C2 che regalerà ai rossoneri un’altra salvezza, anche meno sofferta della precedente: guidati da Lorenzo Barlassina, infatti, i valdostani conquisteranno la permanenza in C2 con ben 4 lunghezze sul Pergocrema, terz’ultima e prima delle retrocesse. Un sogno per la città, ancora poco entusiasta del calcio ma orgogliosa di quei ragazzi che con le unghie, i denti e tanti sacrifici stanno provando a tenere alta la bandiera di Aosta anche nel calcio, disciplina che in riva alla Dora Baltea ha da sempre suscitato poco interesse.

Il sogno continua, ma rischia di interrompersi a giugno del 1994 quando dopo un campionato sofferto, l’Aosta si ritrova terz’ultima con 35 punti, gli stessi del Trento, risultato che rende necessario lo spareggio che le due squadre disputano il 26 giugno a Pavia. La partita è tirata, condizionata dal gran caldo e dalla tensione ed il punteggio finale di 0-0 ne è la logica conseguenza; la sfida finisce ai calci di rigore dove il Trento prevale per 4-3 e condanna l’Aosta ad un’amarissima retrocessione, scongiurata però dal ripescaggio di qualche settimana dopo che permette ai rossoneri di mantenere la C2 nonostante la sconfitta sul campo. E’ il canto del cigno, però, perché ben presto si capisce che i fondi societari sono agli sgoccioli e che l’annata 1994-95 sarà complicatissima per un’Aosta che cambierà ben tre allenatori (Taffi, Ciravegna e Ferruccio Mazzola) senza però cambiare il corso di una stagione disgraziata, chiusa al penultimo posto con 28 punti ed appena 5 vittorie. L’ultimo successo dell’Aosta in C2 resta l’1-0 ottenuto a Lecco il 14 maggio 1995, mentre l’ultima gara in assoluto è della settimana successiva quando al Puchoz il Saronno passeggerà vincendo addirittura per 4-0. Nonostante un buon campionato di serie D (all’epoca Campionato Nazionale Dilettanti) l’anno dopo, chiuso al terzo posto, la società non resiste e rinuncia all’iscrizione per la stagione 1996-97 quando i rossoneri giocano in Eccellenza, arrivano quindicesimi e retrocedono in Promozione. Il presidente Massimo Pavan punta al ritorno in Eccellenza, sa che quella sarà l’unica possibilità che lasci in vita una società in difficoltà e senza aiuti; l’Aosta, sotto la guida del tecnico Piero Ciri, si classifica al secondo posto in una stagione senza playoff che condanna i rossoneri a restare in Promozione e decretando indirettamente la fine dell’intero sodalizio valdostano.

Nell’estate del 1998, infatti, schiacciato dai debiti, abbandonato da sponsor, autorità cittadine ed imprenditori locali, il presidente Pavan molla la barca e la lascia andare in mare aperto verso un destino che poche altre società hanno conosciuto. L’Aosta viene dichiarato fallito, la matricola mai più ripresa e il club mai più rifondato. La città sparisce dalla cartina geografica del calcio, a parte la piccola parentesi dello Châtillon Saint Vincent, ribattezzato Valle D’Aosta Calcio e che assume i colori rossoneri giocando le sue partite casalinghe allo stadio Puchoz, senza però mai raccogliere l’eredità della vecchia Unione Sportiva Aosta. Anche questa seconda società, però, dopo aver giocato in serie D dal 1998 al 2004, fallisce nel 2010 chiudendo definitivamente l’esperienza calcistica della città e serrando, metaforicamente, per sempre i cancelli dello stadio Puchoz, impianto ormai muto e dai cui spalti si evince soltanto la malinconia e la desolazione di qualcosa che non esiste più, una società ormai fantasma e sepolta nell’indifferenza generale di una città troppo occupata ad appassionarsi di altri sport, lasciando il calcio ad un destino molto più triste di quanto la storia abbia raccontato.

Sfogliando vecchie riviste, spulciando archivi e scovando ricordi su internet, ecco affiorare le maglie rossonere dell’Aosta, le immagini ormai ingiallite dal tempo e da una tecnologia non avanzata come oggi. Selezioni storiche che valgono tanto, perché ad Aosta il calcio vive ormai solo nella polverosa valigia dei ricordi, senza che nessuno abbia più avuto né l’idea e né l’intenzione di rifondare un club ormai dimenticato per sempre.

di Marco Milan

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