Amarcord: Padova, quando retrocedere diventa consuetudine

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Il calcio è fatto di cicli, è noto, una serie di annate collegate fra di loro e che determinano un periodo indimenticabile nella storia di un club. Peccato, però, che a volte i cicli colleghino fra loro anche stagioni negative, per qualcuno così improbe da sprofondare ai margini dei campionati professionistici. Per ulteriori dettagli, ecco la storia del Padova che a cavallo fra la fine degli anni novanta e l’inizio dei duemila ha conosciuto l’onta di una tripla e clamorosa retrocessione.

Il Padova che nell’estate del 1996 si riorganizza dopo la caduta in serie B e due anni gloriosi in A è una società in fase di ridimensionamento, con un pubblico malinconico ed uno stadio (il nuovo Euganeo, inaugurato proprio con la stagione del ritorno in massima serie) destinato a rimanere desolatamente mezzo vuoto per tutta la stagione. La ripartenza parte dall’alto e da un nuovo presidente, il giovane imprenditore Cesare Viganò che promette ai tifosi un pronto ritorno in serie A, convinto di poter allestire un organico in grado di lottare per la promozione e che viene affidato ad un tecnico esperto e conoscitore del campionato di serie B come Giuseppe Materazzi. Nonostante un inizio discreto, però, il Padova si allontana presto dalla zona alta della classifica, la squadra, pur di caratura importante, non si amalgama, Materazzi viene esonerato e al suo posto arriva Adriano Fedele che conduce i biancoscudati all’undicesimo posto finale fra l’indifferenza generale di una piazza delusa da un’annata da cui si aspettava molto più di un anonimo centro classifica. A poco servono i 14 gol di un giovane Cristiano Lucarelli, centravanti della squadra e che proprio da Padova fa partire la sua carriera di bomber guadagnandosi l’ingaggio in serie A dell’Atalanta.

Il presidente Viganò si assume le responsabilità del fallimento e promette ancora un rilancio per la stagione 1997-98, anche se la serie B è sempre più competitiva, annovera fra le sue 20 squadre formazioni del calibro di Torino, Verona, Cagliari e Salernitana, la compagine più forte del torneo. In panchina arriva Giuseppe Pillon, reduce dall’incredibile scia di promozioni dalla serie D alla B alla guida del Treviso. La rosa viene rinforzata, al posto di Lucarelli ci sono gli esperti Montrone e Saurini oltre alla giovane promessa Vincenzo Iaquinta, in difesa la conferma dell’ex laziale Bergodi che garantisce maturità e personalità al gruppo. L’inizio di campionato è però un calvario per il Padova che perde in casa all’esordio contro il Castel di Sangro, poi a Torino e che nelle prime 7 giornate conquista appena 3 punti senza mai vincere. Il primo acuto degli uomini di Pillon arriva il 19 ottobre col successo in casa del Perugia, bissato sette giorni più tardi con la prima vittoria casalinga, ottenuta contro il Chievo; ma è un fuoco di paglia perché i veneti perdono altre tre partite consecutive contro Ravenna, Ancona e soprattutto a Pescara dove cedono addirittura per 4-0. La panchina di Pillon incomincia a traballare e solamente il 3-0 inflitto al Foggia il 7 dicembre salva il tecnico da un esonero solo rimandato perché alla fine del girone d’andata e dopo il ko per 3-0 patito a Reggio Calabria, l’ex allenatore del Treviso viene sostituito da Mario Colautti, chiamato a risollevare una squadra che pare avviata ad un’inopinata retrocessione senza quasi voler lottare alla pari delle altre.

Colautti inizia con un pari casalingo contro il Genoa, il pubblico fischia, il bersaglio principale è il presidente Viganò a cui la tifoseria rinfaccia le promesse e a cui sembra voler imputare in toto il declino di un Padova che solamente tre anni prima batteva Inter, Juventus e Milan in serie A. L’annata è segnata, i patavini superano in casa 2-1 il forte Torino ma cedono una settimana dopo a Verona per 5-1 nel sentito derby contro l’Hellas e tornano a vincere solamente il 15 marzo (2-0 a Reggio Emilia) e la giornata successiva battendo in casa il Perugia. Forse c’è ancora una fiammella di speranza per la squadra di Colautti che però incappa in una serie di pareggi consecutivi che alla esangue classifica dei biancoscudati servono a poco; in squadra manca un bomber (il capocannoniere sarà il tornante Mazzeo, autore di appena 7 reti), la difesa non regge e a centrocampo il leader della stagione precedente, Christian Lantignotti, non si ripete né in zona gol e né per gli assist. Il Padova batte ancora il Pescara ma non evita la retrocessione in serie C1 col penultimo posto ed appena 36 punti in classifica, dopo 11 anni di fila tra serie A e serie B, e l’ultima partita giocata in casa in quella stagione maledetta è Padova-Reggina 3-1 del 7 giugno 1998, in un tripudio di fischi ed ululati da parte dei pochi sostenitori assiepati sugli spalti dello stadio Euganeo. Lo scoramento è enorme in una città che mai si sarebbe aspettata di ritrovarsi in appena due anni dalla serie A alla C1, con una società che rilascia anche l’impressione di non essersi per nulla calata in un ambiente ambizioso e blasonato che a sguazzare nell’inferno della terza serie non ci sta. Le contestazioni sono feroci, in diversi punti della città sono tante le scritte sui muri contro il presidente Viganò a cui l’invito più gentile che viene rivolto è quello di andarsene.

Ciò nonostante, però, il presidente patavino non ci sta a passare per il perdente di turno, per l’uomo che ha rovinato un giocattolo che all’inizio degli anni novanta era invidiato anche da qualche club di serie A. Il Padova è una delle grandi favorite per la promozione in serie B alla vigilia della stagione 1998-99 in cui i veneti sono inseriti nel girone A della C1 assieme ad altre nobili decadute come Como, Modena, Arezzo e Spal. In panchina viene richiamato Fedele, in squadra ci sono diversi reduci del vecchio Padova della serie A (Gabrieli, Rosa e Zattarin), oltre ad elementi esperti della categoria come Landonio, Cornacchini e Ferrigno, oltre ai confermati Lantignotti, Saurini e Mazzeo. Ma il Padova comincia male il campionato, perde al debutto a Pistoia e non vince fino all’ottava giornata quando piega in casa il Siena regalando una delle poche gioie stagionali ad un pubblico sull’orlo dell’esasperazione; al termine del girone d’andata, dopo il 4-1 patito a Lecco, è ormai chiaro che ogni speranza di promozione sia già naufragata ed è anzi necessario iniziare a guardarsi indietro perché la zona playout non è poi così lontana. Il Padova ottiene due successi di rilievo, entrambi in trasferta, vincendo prima in casa del Brescello per 2-0 e poi a Saronno per 3-0, vittorie che tranquillizzano la squadra e forniscono una piccola tregua col pubblico che è sempre più inferocito e che esplode definitivamente dopo le tre sconfitte di fila che i veneti rimediano fra fine marzo ed inizio aprile contro Como, Varese e Lumezzane. Gli spareggi salvezza sono un rischio ormai concreto e le vittorie finali contro Carrarese e Carpi (terz’ultima e penultima giornata) non servono ad evitare un epilogo clamoroso e neanche minimamente prevedibile ad inizio stagione. Nell’ultimo turno, i biancoscudati superano in casa il Lecco in un antipasto dei playout che giocheranno proprio contro i lombardi, formazione sulla carta assai meno forte dei veneti ma predisposta (mentalmente ed atleticamente) a giocarsi la salvezza agli spareggi sin dal principio, mentre per il Padova il rischio di affrontare le due partite con paura e terrore di un’altra caduta fragorosa è concreto e temuto da tutto il pubblico.

Viganò chiede un armistizio alla gente, supplica i tifosi di rimandare le contestazioni a dopo i playout e di stringersi attorno ad una squadra impaurita, colpevole ma ancora con tutte le carte in regola per mettere una toppa ad un’altra annata storta. Del resto, la squadra di Fedele ha conquistato 40 punti ed è giunta 14.ma in campionato, mentre il Lecco è arrivato penultimo e di punti ne ha racimolati appena 27, ben 13 in meno dei rivali che avranno a disposizione anche la possibilità di salvarsi con due pareggi, vista la miglior pozione alla fine del torneo regolare. Nella gara di andata allo stadio Rigamonti-Ceppi di Lecco, la partita finisce 1-1 e, nonostante il rammarico per un vantaggio sprecato, il Padova può dirsi soddisfatto in vista del ritorno quando il Lecco sarà costretto ad espugnare l’Euganeo per centrare la salvezza. A fine partita il presidente Viganò è visibilmente soddisfatto e dichiara: “Ringrazio tutti i tifosi che sono venuti a Lecco oggi, hanno dimostrato che quando c’è bisogno, loro sono vicini alla squadra. Speriamo di chiudere al meglio la stagione domenica prossima e poter poi programmare il futuro per il meglio”. Parole ricche di fiducia e speranza, soprattutto perché il presidente appare fermamente intenzionato a tracciare una riga e ripartire da zero per progettare un ritorno in serie B dopo una stagione inaspettatamente tribolata ma che si può cancellare in fretta e magari riderci su un domani quando all’Euganeo torneranno tifosi entusiasti e soprattutto le grandi squadre della serie A a far visita ai biancoscudati. Forse è questo ciò che sognano anche gli appassionati della squadra, i fedelissimi di ritorno dalla trasferta di Lecco o quelli che si recano allo stadio domenica 6 giugno 1999 per la resa dei conti, per portare a casa una salvezza che ormai è l’unico obiettivo di una stagione tormentata.

E’ un pomeriggio caldissimo quando i tifosi padovani si ammassano sulle tribune dello stadio Euganeo per assistere alla gara di ritorno dello spareggio fra Padova e Lecco, vedere i loro beniamini conquistare la salvezza e poi riporre per sempre nel cassetto quel campionato così deludente e travagliato, in piena opposizione con le ambizioni estive, tutte gettate alle ortiche. Il Padova sembra accorto ad inizio partita, lascia l’iniziativa agli avversari e forse questo è un errore perché il Lecco in una mezz’ora si accorge della paura che serpeggia nello sguardo e nel tocco di palla dei calciatori veneti, nonché della stizza del pubblico che di quella stagione non ne può più e che non riesce ad avere pazienza neanche nel momento più delicato dell’anno. Al 41′, poco prima dell’intervallo, i lombardi colpiscono grazie ad una combinazione fra le due punte Zerbini e Bertolini che porta alla rete di quest’ultimo: Padova 0 Lecco 1 e sull’Euganeo cala il gelo nonostante l’afa estiva. Nella ripresa il Padova si getta in avanti, Fedele dalla panchina urla, si sbraccia, tenta di calmare i suoi giocatori, indica l’orologio come a dire “state tranquilli, c’è tempo e dobbiamo segnare solo un gol”. Ma il tempo passa inesorabile, il gol non arriva, il Padova è sempre più disperato e il Lecco acquisisce ogni minuto più fiducia; il triplice fischio dell’arbitro Saccani viene accolto dal tripudio dei pochi ma festanti tifosi lecchesi presenti in Veneto e dal silenzio surreale del resto del pubblico, sgomento, praticamente incredulo, incapace di accettare una retrocessione ancora più amara di quella precedente. Fuori dello stadio un centinaio di persone si arma di pietre e caschi da moto, costringendo all’intervento la forza pubblica e lasciando per oltre due ore la squadra negli spogliatoi, col pullman già in procinto di partire. In sala stampa si presenta solo l’addetto stampa Cocco che, visibilmente imbarazzato, si scusa e afferma che nessuno della società parlerà, che il presidente Viganò è già andato a casa e che i calciatori sono affranti, addirittura sbaglia i conti e dice che la città si ritrova a fare i conti con la quarta retrocessione consecutiva; almeno in questo, la realtà è più clemente, le retrocessioni sono “appena” tre in quattro anni.

Il Padova è in C2, è l’onta più grande della storia dei biancoscudati, i tifosi se la prendono con Viganò, in molti sostengono che sia il presidente peggiore dalla nascita del club e ne chiedono a gran voce la cessione della società, quella stessa società che ha rovinato e che fino al suo arrivo era un modello di riferimento. Il presidente ha capito che la frattura con la piazza è ormai insanabile, organizza sia la squadra che dovrà ottenere la promozione e allo stesso tempo avvia le pratiche per vendere il club, nonostante inizialmente di compratori all’orizzonte non se ne vedano. Il Padova, dopo due retrocessioni di fila, litiga costantemente col proprio pubblico, anche perché pure la stagione 1999-2000 è avara di soddisfazioni per gli uomini affidati al tecnico Paolo Beruatto che non andranno oltre un mediocre sesto posto che vale anche l’esclusione dalla zona playoff, beffati per soli 3 punti dal Teramo. Il Padova resterà un altro anno in C2, l’ultimo, perché a maggio 2000 l’imprenditore Alberto Mazzocco rileva il club da Viganò che lascia la città deluso, amareggiato ed un po’ risentito verso quella gente che lo contesta ormai così duramente da sfiorare l’esagerazione. Del resto, l’ormai ex patron aveva acquistato il Padova appena caduto dalla serie A e lo ha trascinato fino alla C2, alla soglia del dilettantismo, per cui tanto, troppo non ha funzionato nella sua gestione, ancora oggi ricordata come la più ingloriosa della vita calcistica padovana.

Incapacità? Errata programmazione? Superficialità? Sfortuna? Probabilmente un po’ di tutto questo in quelle stagioni che hanno strappato Padova al grande calcio, lasciando gli appassionati di tutta Italia sbigottiti di fronte a quelle retrocessioni diventate quasi un’abitudine in una città attonita ed inerme di fronte ad un tracollo tanto vistoso quanto rapido. Sarà un caso, ma il nuovo Padova di Mazzocco stravince la C2 e festeggia il ritorno in C1 a maggio del 2001 agli ordini dell’allenatore Franco Varrella e dopo una cavalcata trionfale, forse non come quella serie A conquistata al cardiopalma nello spareggio di Cremona contro il Cesena del 1994, ma abbstanza da chiudere nel dimenticatoio quelle retrocessioni così amare e ingenerose che perfino adesso i tifosi biancoscudati evitano accuratamente di rimembrare.

di Marco Milan

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