Amarcord: la prima serie A dell’Ancona, una storia sfortunata

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Si chiamano cenerentole, ovvero quelle squadre che piccole e indifese si affacciano ai grandi palcoscenici del calcio fra curiosità, stupore e un po’ di tenerezza da parte del pubblico. L’Ancona 1992-93, al debutto in serie A, è l’esempio perfetto della cenerentola all’italiana, rimasta nel cuore e nella mente dei tifosi e degli appassionati di un calcio ormai estinto.

L’Ancona in serie A è un inedito, non assoluto però: la società marchigiana, infatti, può vantare nella prima metà degli anni venti 5 partecipazioni alla Prima Divisione Nazionale, non ancora riconosciuta dalle norme federali, però, col campionato unico ancora lontano 4-5 stagioni e dunque non conteggiati come tornei di serie A. Ma, al di là delle statistiche, è enorme la festa e l’euforia che la città di Ancona sprigionano il 7 giugno 1992 quando il fischio finale di Bologna-Ancona sancisce il pareggio che consente ai biancorossi guidati in panchina da Vincenzo Guerini di staccare il biglietto per la serie A grazie al terzo posto in B, traguardo sognato ad inizio stagione ma mai realmente dichiarato dalla compagine marchigiana, attesa ad un torneo di buon livello ma forse non del tutto attrezzata per il salto di categoria. E che sia la sesta partecipazione alla massima serie oppure l’esordio assoluto è solo una mera questione di lana caprina, perché quei 5 campionati sono ormai vecchi di quasi 70 anni e nessuno o quasi ad Ancona ha mai toccato quei vertici calcistici. La città e la squadra si preparano così a vivere la prima annata fra i grandi, al cospetto della Juventus, del Milan, dell’Inter, delle due romane e del Napoli, visitando stadi che fino al giorno prima potevano ammirare solamente alla tv.

La proprietà del vulcanico presidente Longarini conferma l’allenatore Guerini che è giovane e preparato, con un carattere un po’ particolare ed una triste storia alle spalle: la sua carriera di calciatore da tutti definito un predestinato, infatti, si è interrotta a soli 22 anni e dopo un gravissimo incidente stradale che ne ha compromesso la completa funzionalità di una gamba, spezzandogli sul nascere i sogni di gloria. Ecco che allora Guerini il credito con la sfortuna se lo vuole riprendere in panchina, ha studiato, ha fatto gavetta nelle serie minori ed ora si è tolto l’enorme soddisfazione di portare a 39 anni appena l’Ancona in serie A e non certo da favorita della vigilia. L’organico della promozione viene in parte modificato: va via il capocannoniere della squadra, Sandro Tovalieri, rimpiazzato da Massimo Agostini, detto il condor per via del naso adunco, attaccante con buona esperienza in serie A, maturata con le maglie di Roma, Cesena, Milan e Parma e a cui l’Ancona si aggrappa per i gol salvezza. Ad ispirare Agostini ecco l’ex barese Lupo, ma soprattutto i colpi dell’estate anconitana, ovvero l’ala argentina Sergio Zarate, prelevato dal Norimberga, ed il fantasista ungherese Lajos Detari, proveniente dal Bologna e che ha talento e doti tecniche da far invidia ai più grandi del calcio, ma anche una proverbiale discontinuità che ne minerà tutta la carriera. In porta c’è l’affidabile Nista, la difesa conta sui terzini Fontana e Lorenzini a cui viene affiancato l’argentino Oscar Ruggeri, ruvido ma carismatico stopper. A centrocampo, infine, oltre alle sgroppate di Zarate e alla fantasia di Detari, Guerini potrà contare sull’ordine tattico di Massimo Gadda, esperto cervello della squadra, e sulla grinta del mediano Pecoraro Scanio.

Il 6 settembre 1992 l’Ancona esordisce in serie A allo stadio Delle Alpi contro il Torino di Mondonico, reduce dalla sconfitta in finale di Coppa Uefa contro l’Ajax e reputato come una delle possibili rivelazioni del campionato. I granata partono forte, l’Ancona è palesemente in difficoltà, sembra una squadra disorientata, tanto che dopo 40 minuti il Torino è già sul 3-0; nella ripresa l’Ancona si guadagna un calcio di rigore che Detari trasforma, poi il Torino ristabilisce le distanze col quarto gol di Scifo (altro talento niente male) chiudendo la contesa sul 4-1, risultato pesante ma forse preventivabile alla vigilia anche dall’Ancona stesso. Poco male, pensano pure i tifosi, il campionato è lungo e il tempo per rimediare c’è, anche perché, e questo è chiaro, sarà un’annata di sofferenza per la formazione biancorossa, indicata da tutti come una delle principali candidate alla retrocessione. Il debutto casalingo nel piccolo stadio Dorico avviene alla seconda giornata, il 13 settembre contro la Sampdoria, altro avversario di spessore; la gara è combattuta e divertente, l’Ancona mostra vivacità e grinta, ma anche limiti tecnici, tattici e di maturità che permettono ai più esperti rivali di avere la meglio. Dopo l’iniziale vantaggio della Sampdoria, i marchigiani capovolgono la situazione grazie ai gol di Ermini e Detari che fra il 37′ e il 44′ fanno esplodere il caloroso pubblico presente; nella ripresa, però, i liguri fanno prevalere il tasso tecnico e ribaltano tutto chiudendo la sfida sul 3-2 a proprio favore, lasciando l’Ancona ancora a quota zero dopo due giornate, ma con la sensazione che qualcosa si possa tirare fuori da una squadra inesperta ma combattiva.

Alla terza giornata, però, i dorici patiscono una sconfitta umiliante a Firenze dove passano per primi in vantaggio con Detari prima di essere travolti dai viola che segnano 7 reti e fanno saltare certezze e speranze di una squadra troppo debole, soprattutto mentalmente. Guerini si scusa, ma l’impressione è che all’Ancona manchino troppe risorse per pensare alla salvezza, oltretutto Detari e Zarate, ovvero gli uomini di maggior qualità, sono discontinui al limite dell’irritazione, in particolar modo l’argentino si muove al rallentatore, tanto che Paolo Condò scriverà di lui sulla Gazzetta dello Sport: “Se a calcio si giocasse senza pallone, Zarate sarebbe il più forte del mondo”. Il primo punto dell’Ancona in campionato (e in serie A) arriva alla quarta giornata, in casa contro il Napoli, bloccato sull’1-1 dal gol di Detari dopo il vantaggio iniziale dei partenopei con Fonseca; una settimana dopo, i marchigiani strappano un altro pareggio, stavolta a Genova contro il Genoa in un pirotecnico 4-4 che vede sbloccarsi anche Agostini, autore del definitivo gol del pari dopo che l’Ancona era stato sotto per 4-2 a dieci minuti dal termine. Sembra la partita della svolta ed in effetti, dopo il previsto stop di Parma, i biancorossi raccolgono la loro prima storica vittoria, battendo 3-0 il Foggia di Zeman allo stadio Dorico; è il 25 ottobre 1992 ed è la grande giornata di Sergio Zarate, autore di una doppietta e di una prestazione scintillante, fatta di dribbling ed azioni da giocoliere che mandano in visibilio il tifo anconitano. Il ko per 5-1 patito in casa della Juventus rientra quasi nell’ordinario, ma la domenica seguente l’Ancona batte con lo stesso punteggio il Brescia grazie ad una tripletta di Agostini e alle reti di Detari e Lupo, segno che forse in casa si può costruire il fortino per blindare una comunque difficile salvezza.

La classifica non sorride di certo alla squadra di Guerini, penultima e con alle spalle il solo Pescara, anche se pure il disastroso Napoli di inizio stagione non se la passa benissimo e i punti da recuperare non sono così tanti da riporre già in partenza ogni speranza. Il 29 novembre l’Ancona perde in casa 1-0 contro il Cagliari quella che sarà l’ultima partita allo stadio Dorico perché nel frattempo la proprietà toglie i veli al nuovissimo impianto cittadino, lo stadio Del Conero, non ancora ultimato, senza la curva nord che non è stata costruita e al posto della quale ci sono rovi, cespugli e terra. Il debutto nel nuovo stadio avviene il 6 dicembre contro l’Inter, una sfida all’apparenza proibitiva e che si trasforma invece in una gara indimenticabile per i biancorossi; piove a dirotto ad Ancona quella domenica, il campo è un autentico acquitrino, la palla rimbalza poco e male, ma soprattutto viaggia a ritmi elevatissimi, i calciatori quando entrano in scivolata sollevano pozzanghere alte che rendono ancora più complicato lo svolgimento della partita. L’arbitro Bettin della sezione di Padova lascia giocare e al 20′ l’Ancona passa clamorosamente in vantaggio con Lajos Detari che vive una delle giornate più fulgide della sua carriera; l’ungherese incanta, il suo talento svolazza nonostante le condizioni precarie del terreno di gioco, la rete dell’1-0 è uno spettacolo per chiunque ami il calcio: il numero 10 dell’Ancona si destreggia al limite dell’area, il suo gioco di gambe è così rapido da mandare per terra i difensori interisti, così come la sua bordata di destro sotto al sette è imparabile anche per un portiere come Walter Zenga. Che la giornata sia per l’Ancona storica e forse irripetibile lo si capisce dall’entusiasmo che sembra coinvolgere pubblico e squadra, l’Inter non reagisce, anzi prima dell’intervallo una pozzanghera dà una mano ad Agostini lanciato a rete, Zenga non arriva sul pallone bloccato dall’acqua e travolge il centravanti: il regolamento è chiaro, il portiere viene espulso e se ne va strizzando i guanti zuppi e scuotendo la testa. Non è davvero aria per i nerazzurri che in dieci uomini nel secondo tempo subiscono il raddoppio ancora firmato da Detari con un secco destro che fa esplodere lo stadio Del Conero; meno di 10′ ed ecco l’apoteosi finale col terzo gol firmato da Fabio Lupo in mischia. Ancona 3 Inter 0, a saltare non è solo il banco del Totocalcio, ma anche i tifosi dorici, ebbri di felicità per una domenica storica.

Forse la retrocessione è inevitabile, il ritardo dalla zona salvezza inizia a farsi consistente, ma l’Ancona vuole lottare fin quando sarà possibile e la vittoria contro l’Inter è ossigeno e speranza per la squadra di Guerini. Ma tra la fine del 1992 e l’inizio del 1993 i biancorossi incappano in tre sconfitte consecutive, a Milano col Milan, in casa contro la Lazio sotto la neve e soprattutto a Pescara, una partita che non andava persa assolutamente contro l’ultima della classe. Il successo contro l’Udinese restituisce qualche aspettativa alla formazione marchigiana, ma le tre sconfitte successive contro Atalanta (maturata in pieno recupero), Torino e Sampdoria gettano nello sconforto l’Ancona, a cui ormai solo un miracolo potrebbe garantire la permanenza in serie A. In più, a gennaio è scoppiato il caso Zarate, perchè il Norimberga reclama il pagamento del calciatore ed è furioso col presidente Longarini, accusato di aver versato al club tedesco solamente la caparra e non il resto dei soldi del cartellino dell’argentino. Si apre così un contenzioso che le due società risolvono con la cessione di Zarate che, in fin dei conti, a parte le prodezze contro il Foggia ha combinato poco e niente; nel mercato di riparazione è arrivato il difensore Milos Glonek che però passerà alla storia più per essere il primo calciatore slovacco a giocare in Italia che per le sue prestazioni in campo, anche perché l’Ancona è lontanissimo dalla salvezza, nonostante ben 4 gare senza sconfitte, quella vinta in rimonta contro la Fiorentina grazie alla doppietta di Agostini e ai pareggi contro Napoli, Genoa e Parma. Altri due pari contro Brescia e Roma permettono alla squadra di Guerini di andare avanti con dignità, mentre il pubblico contesta il presidente per non aver rinforzato l’organico a disposizione di un allenatore che, viceversa, sembra non avere colpe per una retrocessione ormai inevitabile.

Le 4 sconfitte consecutive contro Cagliari, Inter, Milan e Lazio rendono aritmetico il ritorno dei dorici in serie B, anche se Ancona-Milan del 9 maggio 1993 resta a suo modo una partita storica perché regala al calcio l’ultimo gol della carriera di Marco Van Basten che, curiosamente, lo segna al portiere Nista, ovvero allo stesso a cui aveva realizzato il primo in serie A nel 1987 quando Nista militava nel Pisa. L’ultima vittoria del campionato l’Ancona la ottiene il 23 maggio battendo 5-3 in casa il Pescara con tripletta di Agostini, capocannoniere della squadra con 12 reti, neanche poche per un attaccante che milita in una formazione condannata in pratica alla retrocessione da inizio anno. L’ultima gara, invece, l’Ancona la disputa fra pochi intimi e la perde, il 6 giugno 1993, 2-0 con l’Atalanta, chiudendo il suo primo campionato di serie A al penultimo posto con 19 punti (11 in meno della zona salvezza), 6 vittorie e ben 21 sconfitte, peggior attacco del torneo (39 gol) e seconda peggior difesa (73 reti al passivo). Guerini ha fatto il possibile, la squadra avrebbe potuto dare di più, forse, ma la retrocessione era pressoché inevitabile: troppo inesperta la rosa, forse inesperto il tecnico stesso, di certo poco pratica della serie A la società, addirittura ridicolizzata per il mancato pagamento di Zarate, un calciatore che ha giocato solo 11 partite e dopo il versamento di una semplice caparra, un’operazione ai limiti del dilettantismo.

L’Ancona retrocede fra l’indifferenza generale, vivrà un momento di gloria l’anno successivo arrivando sino alla finale di Coppa Italia, poi persa contro la Sampdoria, e dovrà attendere ben 10 anni per ritrovare la serie A, conquistata a giugno del 2003 e persa un anno dopo a seguito di un’altra retrocessione annunciata e all’ultimo grande capitolo della storia anconitana. Vincenzo Guerini e quell’Ancona 92-93 resteranno però per sempre nel cuore di una città affezionata ad un’annata brutta, sfortunata e penalizzante, eppure a suo modo indimenticabile per chi di grande calcio ne ha suo malgrado sempre masticato troppo poco.

di Marco Milan

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