Amarcord: Alessandro Vitali, una vita troppo sopra le righe

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Ci sono storie che fanno riflettere, storie che insegnano più di altre e che alla fine lasciano l’amaro in bocca ma portano con sé una morale. Alcune di esse, però, come quella di Alessandro Vitali scivolano via per poi essere dimenticate, col ricordo che sbiadisce come le foto in bianco e nero.

Alessandro Vitali nasce a Cento (Ferrara) il 6 marzo 1945, è un ragazzo magro e dall’aria furba, col pallone come fedele compagno di viaggio di infanzia ed adolescenza. Ci vuol poco a capire che quel ragazzino ha talento da vendere, spiccate doti tecniche ed un fiuto del gol non indifferente; sono gli anni sessanta, di televisione ce n’è poca, di videocassette o simili neanche a parlarne, così gli osservatori delle grandi squadre devono fare il lavoro sul campo, devono andarsi a vedere le giovani promesse negli oratori o nelle scuole calcio, armati di taccuino, a volte di binocolo, per poi stendere relazioni dettagliatissime e non sbagliare il possibile inserimento nelle giovanili del club. Sono proprio gli osservatori del Bologna, che all’epoca è una delle squadre più importanti d’Italia, a mettere gli occhi su Alessandro Vitali, quel ragazzino che coi suoi colpi di genio fa ammattire i difensori e fa gol a grappoli. “Segna come un dannato“, scriveranno nelle recensioni, sottolineando la frase per rimarcarla meglio. Il Bologna lo fa entrare nei propri quadri giovanili, è il 1963 e lo squadrone rossoblu (quello che tutto il mondo faceva tremar) si appresta a vincere il suo ultimo scudetto, assegnato per la prima ed unica volta dopo lo spareggio che vedrà i felsinei prevalere sull’Inter allo stadio Olimpico di Roma. Per Vitali è un sogno che si avvera, la possibilità di sfondare nel grande calcio e per di più nel Bologna che ha le carte in regola per farsi valere in Italia e in Europa.

Il giovane attaccante ferrarese si allena, a volte discute coi compagni, il suo carattere va plasmato e modellato, ma sulle qualità tecniche ci sono pochi dubbi. Nel Bologna che ha il tricolore cucito sulle maglie è complicato però esordire, anche perché a metà degli anni sessanta le sostituzioni sono poche, così come le partite, il turn-over non esiste, per cui se i titolari non si fanno male giocano sempre. Vitali si trova di fronte due mostri sacri come Ezio Pascutti e Harald Nielsen: scalzarli è impossibile, o quasi, se ne accorge lui stesso e se ne accorge anche il Bologna che dopo una stagione passata a constatare il broncio dello scalpitante giovane centravanti, ne cede le prestazioni al Catanzaro in serie B. In Calabria arriva l’esplosione: Vitali, utilizzato 35 volte in campionato, mette a segno 13 reti mostrando a tutti senso del gol e voglia di emergere; l’anno dopo, 1967-68, finisce ancora in prestito in serie B, stavolta a Catania dove va in rete altre 9 volte. E’ il momento del grande salto, di provare la serie A: il Bologna lo cede a titolo definitivo al Vicenza dove Vitali si ambienta benissimo, studia la massima categoria e al primo anno mette a segno 5 gol e si dimostra un attaccante in grado di fare strada con maggior esperienza e maturità. E’ il prologo a quella che, suo malgrado, diventerà la prima ed unica grande stagione della sua carriera.

Alla vigilia del campionato 1969-70, il Vicenza affida proprio ad Alessandro Vitali il compito di segnare i gol che possano valere la salvezza dei biancorossi. O adesso o mai più, è insomma il momento di mostrare definitivamente che quel talento può fare la differenza stabilmente anche in serie A. Agli ordini dell’allenatore Héctor Puricelli (uruguaiano naturalizzato italiano) il Vicenza è la grande rivelazione della prima parte di stagione, così come Vitali si afferma come uno dei migliori bomber del torneo. Rapido ma prestante in area di rigore, il centravanti vicentino segna con regolarità e alla fine del girone d’andata la compagine veneta è quinta in classifica con 17 punti, gli stessi del Milan campione d’Europa in carica. Il 18 gennaio 1970, seconda giornata di ritorno, il Vicenza perde in casa 2-1 contro il Cagliari e il gol della bandiera lo realizza proprio Vitali che a fine partita parla ai microfoni della Domenica Sportiva facendo i complimenti al Cagliari (che a fine campionato vincerà lo scudetto) e a Gigi Riva, da lui considerato come il più forte centravanti del mondo: “A fine stagione – dice Vitali con la classica calata emiliana – mi accontenterei di segnare 5 reti in meno di lui”. Gli andrà meglio perché dopo un campionato che il Vicenza chiuderà all’ottavo posto con 29 punti, Vitali sarà secondo nella classifica dei marcatori con 17 reti, appena 4 in meno del capocannoniere Riva. Ha segnato tanto al suo secondo anno in serie A, ha raccolto quanto seminato e adesso su di lui si catapulta mezza Italia.

E’ della Fiorentina l’offerta migliore: 600 milioni di lire al Vicenza per assicurarsi le prestazione dell’attaccante che ha sorpreso tutti l’anno prima. I viola, guidati in panchina da Bruno Pesaola, cercano di agganciare le prime posizioni dopo lo scudetto vinto appena due anni prima. Ma il campionato parte male per la squadra toscana, nonostante l’avvio positivo con la vittoria per 1-0 in casa della Roma alla prima giornata; la squadra è disorganizzata, lo stesso Vitali sembra giocare col freno a mano anche perché condizionato da una pubalgia fastidiosa che non lo abbandonerà per l’intera stagione. A metà dell’annata, Pesaola viene esonerato e, con la Fiorentina a ridosso della zona retrocessione, arriva Oronzo Pugliese che risolleva la squadra per quanto possibile e la conduce ad una soffertissima salvezza, ottenuta solamente all’ultima giornata (1-1 a Torino con la Juventus) e grazie anche al concomitante ko del Foggia a Varese. Alessandro Vitali chiude un campionato amaro con appena 6 reti siglate e la magra consolazione di essere comunque il miglior marcatore dei viola. Che la stagione 1971-72 debba essere quella del riscatto, Vitali lo spera, non sapendo invece che la sua carriera ha già imboccato una china negativa ed inaspettata: lo acquista il Cagliari che fiuta la possibilità di creare la coppia Riva-Vitali che solo due anni prima è stata la migliore della serie A, seppur a distanza.

Ma l’ammirazione reciproca non basta, in campo Riva e Vitali si pestano spesso i piedi, la loro intesa non decollerà mai, anzi, il Cagliari finirà per affidarsi quasi esclusivamente a Rombo di Tuono, con la conseguenza che Vitali sarà un gregario o poco più. I sardi chiuderanno al quarto posto, Riva andrà in gol 21 volte, Vitali appena 3; l’ex vicentino inizia ad innervosirsi, mostrando il lato più oscuro e inquieto di un carattere non facile. Il Cagliari è rimasto deluso dal suo apporto, lui stesso non vuole rimanere in Sardegna e preferisce tornare a Vicenza dove spera di ritrovare lo splendore perduto in un ambiente che lo coccola e protegge. Non sarà così, però, perché la formazione biancorossa è diversa da quella di qualche anno prima, Vitali segna 4 reti ed appare evidente che non sia più il calciatore che l’Italia aveva ammirato. Nella stagione successiva la sua carriera implode definitivamente: il 9 febbraio 1975 (seconda giornata di ritorno) il Vicenza cade fragorosamente all’Olimpico di Roma contro la Lazio campione d’Italia in carica che si impone per 3-0. L’operato dell’arbitro Branzoni non convince i vicentini, in particolar modo Vitali che in maniera del tutto clamorosa ed inaspettata spintona ed aggredisce il direttore di gara con conseguente espulsione. Il giudice sportivo sarà durissimo con il centravanti, punito con una squalifica di 8 turni, successivamente ridotti a 6; il Vicenza, terz’ultimo a fine stagione, cadrà in serie B dopo vent’anni e a nulla serviranno le 6 reti di Vitali, miglior marcatore della squadra.

L’episodio con la Lazio e il deludente rendimento delle ultime stagioni tagliano fuori Vitali dal grande giro, costringendolo ad un opaco campionato di serie B con appena 5 reti realizzate (quasi tutte su rigore) ed i veneti che rischiano addirittura la serie C. Come se non bastasse, ecco incrinarsi il rapporto fra la punta ferrarese ed il Vicenza: nell’estate del 1976, infatti, la società chiede a Vitali di andare ad abitare a Vicenza città e non nei sobborghi come preferiva lui; il dialogo è aspro, l’attaccante abbandona il ritiro di Rovereto per non far mai più rientro. Una situazione che, peraltro, si rivelerà indirettamente il trampolino di lancio per un certo Paolo Rossi che proprio dopo la fuga di Vitali verrà schierato da centravanti anziché da ala destra. Ad ormai 31 anni, deluso ed in evidente calo fisico e mentale, Alessandro Vitali torna a casa e va a giocare nella Centese, la squadra della sua città natale, in serie D. Il mondo del calcio non fa quasi in tempo a rendersi conto di aver perso una di quelle stelle che hanno brillato per troppo poco tempo rispetto alle previsioni, non fa in tempo a riavvolgere il nastro di una carriera per molti versi buttata via che il 26 agosto 1977 le agenzie di stampa battono la notizia di uno spaventoso incidente stradale nei pressi delle campagne bolognesi a San Giovanni in Persiceto e in cui hanno perso la vita due calciatori della Centese: Giorgio Lazzari e Alessandro Vitali.

Finisce contro un platano la vita di Vitali, a 32 anni appena, lanciato a folle velocità con la sua Alfa Romeo 2000. Uno schianto che stronca l’esistenza di un ragazzo sfortunato, di un calciatore promettente ma mai realmente sbocciato se non per un’annata nella quale aveva illuso l’Italia di aver trovato un centravanti ed un bomber dalle indubbie qualità tecniche ma con un carattere troppo riottoso per mantenersi ai massimi livelli. Chissà cosa avrebbe detto oggi Alessandro Vitali della sua carriera, degli errori commessi, di un talento mai espresso totalmente. Non lo sapremo mai, così come nessuno può conoscere i reali motivi di un rendimento calato all’improvviso; forse neanche lui stesso era riuscito a spiegarseli completamente, forse aveva iniziato a farsi quelle domande a cui non ha fatto in tempo a rispondere.

di Marco Milan

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