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Amarcord: Usa ’94, il sogno della Bolivia

Tanto rumore per nulla, verrebbe da dire. In fondo, con i mondiali alle porte, i primi organizzati dagli Stati Uniti, a chi volete che importi qualcosa della nazionale boliviana, tornata a giocare la Coppa del Mondo dopo 44 anni? Certo, fra Brasile, Germania, Italia, i padroni di casa americani, parlare della Bolivia sembra avere poco senso, e invece spunti interessanti ne fornisce anche la piccola nazionale sudamericana, arrivata negli Stati Uniti con ambizioni probabilmente inversamente proporzionali all’effettiva qualità.

Il turno di qualificazione a Usa ’94 per la parte sudamericana è acceso e combattuto: senza il Cile (escluso dopo lo scandalo pre Italia ’90), l’unica formazione quasi certa di non qualificarsi ai mondiali è il Venezuela, mentre per i tre posti disponibili la battaglia è apertissima: le 9 nazionali vengono suddivise in due gruppi, il primo da 4 con Argentina, Colombia, Paraguay e Perù, il secondo da 5 con Brasile, Bolivia, Ecuador, Uruguay e Venezuela. Ma mentre il primo raggruppamento appare indirizzato verso la qualificazione di argentini e colombiani, molto più equilibrato appare il secondo, nonostante lo strapotere di un Brasile che non sarà il più eccelso della storia, ma è pur sempre favoritissimo rispetto alle altre. L’Uruguay vive un momento di evidente crisi e ricambio generazionale non riuscito, dando così speranze a Ecuador e Bolivia che sono due compagini emergenti, nonostante l’assenza di talenti certificati. I boliviani possono contare sull’attaccante Marco Etcheverry, classe 1970, capelli lunghi e carattere sprezzante, di gran lunga il miglior calciatore boliviano dell’epoca.

In Bolivia hanno fiducia su un possibile passaggio del turno e l’inizio è promettente con il successo per 7-1 in casa del Venezuela che apre il girone eliminatorio. Ma a far scalpore, il 25 luglio 1993, è la clamorosa vittoria boliviana a La Paz contro il Brasile: 2-0 firmato Etcheverry-Pena e passato alla storia per le successive lagne brasiliane circa l’altitudine in cui si gioca l’incontro, mal sopportata dai verdeoro (che sostengono di non essere riusciti a respirare durante la gara) e gestita invece perfettamente dai calciatori in maglia verde, abituati a convivere con le particolari condizioni climatiche e geografiche della propria capitale; partita peraltro storica perchè sancisce la prima sconfitta del Brasile in una gara di qualificazione ai mondiali. La Bolivia batte anche Uruguay ed Ecuador, poi rifila altri 7 gol al Venezuela, perdendo solo in Brasile (6-0) e in Uruguay, ma garantendosi il secondo posto alle spalle dei brasiliani con 11 punti, uno in più degli uruguayani, grazie al pareggio in Ecuador nell’ultima giornata e alla concomitante sconfitta dell’Uruguay in Brasile.

A La Paz e dintorni è festa grande per il ritorno ai mondiali della Bolivia dopo 44 anni. Sarà la terza volta della nazionale boliviana al campionato del mondo: i due precedenti del 1930 e del 1950 non sono stati conditi da grandi risultati, con l’eliminazione al primo turno in entrambe le occasioni, zero punti e zero gol fatti. Stavolta però qualcosa sembra essere cambiato, c’è più talento e quindi più fiducia, la squadra è compatta, gioca anche un buon calcio, il commissario tecnico è spagnolo, Francisco Azkargorta Uriarte, sa gestire bene il gruppo ed ha portato in Bolivia quell’esperienza e quel rigore tattico che mancava. Al resto può pensare il talento di Etcheverry e Baldivieso (i due calciatori migliori della rosa) e l’entusiasmo di un intero popolo, pronto a spingere la propria nazionale verso una clamorosa qualificazione agli ottavi di finale della Coppa del Mondo, traguardo impensabile e forse impossibile da raggiungere; ma ai mondiali, si sa, sognano sempre un po’ tutti, anche più del dovuto.

Il sorteggio del 19 dicembre 1993 non sembra però benevolo con i boliviani, inseriti nel girone C assieme ai campioni uscenti della Germania, alla Spagna e alla Corea del Sud. Di positivo c’è che la Bolivia giocherà la partita inaugurale del torneo contro i tedeschi e che l’ultima edizione dei mondiali a 24 squadre (quella appunto del 1994) prevede la qualificazione delle prime due classificate di ciascun girone e il ripescaggio delle migliori 4 terze. E siccome finchè c’è vita c’è speranza, la Bolivia non parte come agnello sacrificale verso gli Stati Uniti, anzi, preannuncia battaglia soprattutto nei confronti di Germania e Spagna che saranno pure favorite della vigilia, ma che dovranno fare i conti con gli agguerriti boliviani. L’idea di Francisco Azkargorta Uriarte è semplice: innervosire gli avversari cercando di tenerli lontani dalla porta, irritarli, esasperarli, poi magari colpirli al momento giusto. Per farlo, il selezionatore iberico si affida ad una difesa rocciosa e all’esperto portiere Carlos Trucco, 37 anni suonati, uno dei calciatori più anziani a prender parte alla fase finale dell’ex Coppa Rimet.

Il debutto della Bolivia coincide come detto con la partita inaugurale della manifestazione, il 17 giugno 1994 a Chicago contro la Germania campione uscente. La gara è preceduta dalla cerimonia di apertura dei mondiali: canti, balli, majorette, tutto molto americano, forse troppo pacchiano per il calcio, concepito con ideali diversi. Finalmente inizia la partita e la Germania, nazionale un po’ anziana e logora, capisce subito che battere la Bolivia non sarà per nulla semplice: i sudamericani sono compatti, a tratti pure fallosi, giocano a ritmi lenti quando hanno il pallone fra i piedi, per poi diventare rapidi e aggressivi quando ad impostare è la formazione di Berti Vogts. Al 61′ una disastrosa uscita di Trucco consente a Jurgen Klinsmann di avere la palla giusta per portare avanti la Germania e l’ex interista non si lascia sfuggire l’occasione: 1-0, ora la Bolivia è costretta a mettere la testa fuori dal guscio se non vuole uscire sconfitta all’esordio. Ci provano i boliviani, al 79′ il commissario tecnico manda in campo Etcheverry che aveva iniziato in panchina la gara e che in patria è soprannominato El Diablo; di diabolico, però, l’attaccante non ha nulla se non il carattere: appena entrato in campo, infatti, il centravanti bisticcia con Lothar Matthaus e gli affibbia un calcio a gioco fermo sulla caviglia. L’arbitro vede tutto e lo caccia fuori, severo ed inflessibile, come severo ed inflessibile sarà il giudice sportivo che infliggerà ad Etcheverry due giornate di squalifica per un mondiale che per lui sarà durato lo spazio di tre minuti.

Il ko con la Germania non ridimensiona le ambizioni della Bolivia che vuole ancora giocarsi le proprie carte e che il 23 giugno a Boston può battere la Corea del Sud e sperare ancora nella qualificazione o, al limite, nel ripescaggio come una delle migliori terze. Bolivia-Corea del Sud, invece, passerà alla storia come una delle gare più noiose dei mondiali: in America sono le 19:30, in Europa quasi le 2 del mattino, chi si sveglia per assistere alla partita rimpiangerà inevitabilmente la comodità del proprio letto; nessun tiro in porta, di emozioni neanche a parlarne, il conseguente 0-0 sancirà di fatto la quasi certa eliminazione di entrambe le nazionali e metterà a nudo l’inadeguatezza di due organici con poco talento e tante difficoltà. Alla Bolivia ora serve un miracolo, ovvero battere la Spagna per sperare ancora; ma poco importa e poco conta che Francisco Azkargorta Uriarte sia spagnolo, perchè appare ormai evidente a tutti che le ambizioni sbandierate in primavera sono state fuori luogo e che un paio di giovani promesse non possono bastare per acciuffare gli ottavi di finale di un campionato del mondo, anzi, forse partire con un profilo discretamente alto ha nuociuto ai boliviani, sotto pressione oltre il dovuto, come ha dimostrato l’espulsione di Etcheverry, nervoso ed isterico senza apparenti motivi.

Spagna-Bolivia del 27 giugno 1994 si disputa a Chicago, i boliviani sanno che qualificarsi è ormai una chimera, ma vogliono mettercela tutta per dar filo da torcere alle Furie Rosse, segnando magari il primo gol in assoluto ai mondiali. Almeno quello. Ma la Spagna non ci sta a rischiare la figuraccia e magari il secondo posto nel girone: un rigore di Guardiola porta avanti la nazionale di Javier Clemente che raddoppia poi nella ripresa grazie a Caminero, prima della storica rete di Erwin Sanchez, la prima e finora unica della Bolivia ai mondiali; il 3-1 finale, ancora firmato da Caminero, consegna alla Spagna il biglietto per gli ottavi di finale e rimanda a casa la Bolivia col misero bottino di 1 punto, frutto di un pareggio e due sconfitte, con una rete all’attivo e e 4 al passivo. Sogno infranto, dunque, anche se già dopo l’esordio in molti avevano intuito di non essere di fronte ad une delle possibili sorprese del torneo, bensì ad una nazionale di medio basso livello, classica comparsa della manifestazione. Hanno deluso il portiere Trucco, a cui l’esperienza non è bastata per evitare errori e tener chiusa a doppia mandata la porta boliviana, nonchè gli attaccanti, quasi mai pericolosi, da Cristaldo a Ramallo, da Baldivieso al bello e dannato Etcheverry che da possibile rivelazione dei mondiali è finito ridicolizzato per l’espulsione sprint.

Della partecipazione boliviana ad Usa ’94 resta l’euforia iniziale, i sogni, quel 2-0 inflitto al Brasile che ancora oggi funge da leggenda e la curiosità di vedere all’opera una squadra prima incensata come ipotetica sorpresa con talento e leggerezza, poi immediatamente dimenticata ed esposta anche ad un’eccessiva gogna per il troppo nervosismo mostrato sul campo. Da allora, inoltre, il declino della nazionale boliviana è stato rapido ed inesorabile: al di là del secondo posto nella Coppa America disputata in casa nel 1997, infatti, i sudamericani sono progressivamente finiti con costanza ultimi nelle qualificazioni mondiali, prendendo di fatto il posto del Venezuela. Nessun risultato di rilievo, nessun talento mostrato, tanta mediocrità e tanta nostalgia per quel 1994 che resta ad oggi l’ultimo sogno di un paese intero.

di Marco Milan

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