Addio a Giovanni Sartori, il più grande politogo italiano

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Si è spento all’età di 92 anni Giovanni Sartori, il più grande politologo italiano, il cui lavoro rappresenta le fondamenta della scienza politica nel nostro Paese

Il 1° di aprile si è spento a Roma Giovanni Sartori, il politologo italiano il cui merito, o colpa a seconda dei punti di vista, è stato quello di aver introdotto la scienza politica all’interno del sistema universitario italiano, trasformandola da idea astratta a vera e propria disciplina accademica. Certo da studente di relazioni internazionali non è che possa dirgli grazie, anzi avrei forse tutto il diritto di risentirmi, visto che il suo operato ha tormentato parte dei miei studi universitari, ma sono costretto a riconoscere che la sua è stata una delle personalità più eminenti del mondo accademico italiano.

Già, perché è stato l’unico italiano ricevere il Premio Principe delle Asturie per le scienze sociali, assieme al cardinale Carlo Maria Martini, ed è stato sempre lui a collezionare così tante lauree honoris causa da far impallidire anche studiosi di una fama ben più conclamata della sua. Fiorentino dalla battuta facile, Sartori ha insegnato nelle più prestigiose università internazionali ed è entrato in contatto con le più importanti personalità politiche della seconda metà del novecento e dei primi anni del ventunesimo secolo. Questo ha influito non poco sul suo ego un po’ straripante, ma gli ha permesso  anche di parlare con cognizione di causa sugli argomenti più disparati, aiutato da uno spirito critico e da una curiosità non comuni.

Restano famose le sue posizioni intransigenti su alcuni temi scottanti di stringente attualità. Non tenero nei confronti dell’Europa, soprattutto dal momento in cui questa ha deciso di aprirsi a Paesi che, secondo lui, non condividevano i valori e gli obiettivi degli stati fondatori o comunque di quelle nazioni che hanno fatto parte dei primi allargamenti. Sartori non è mai stato un fan nemmeno della volontà di integrare l’Islam nel mondo occidentale, in quanto considerava la fede musulmana una religione non domestica, che mal si conciliava con le idee e i principi democratici e che invece si sposava meglio con i regimi teocratici.

Il politologo toscano non è mai stato dolce nemmeno con l’Italia. Secondo Sartori, il metodo di reclutamento della classe politica del Bel Paese era ed è quello peggiore di tutta l’area europea, determinando, per questo motivo, un’endemica debolezza e un’incapacità della stessa nel relazionarsi con gli elettori e nell’elaborare piani strutturati e organici per favorire la crescita dell’Italia. A ciò, secondo Sartori, bisogna poi aggiungere il sostanziale conformismo del nostro Paese, che spinge la classe dirigente a non voler correre rischi nel tentativo di evitare di perdere il posto. Dunque un Paese, il nostro, che secondo il politologo non possiede grandi visioni né del presente né del futuro. Un’analisi lucida certo, ma per nulla incoraggiante.

Sartori è stato anche in lizza per la carica di senatore a vita per i suoi alti meriti in campo accademico. Per mesi si è vociferato di una sua possibile nomina, ipotesi che mai si è concretizzata. Nel corso di un’intervista, interrogato su chi sarebbe stato il migliore dei senatori a vita, rispose divertito che di certo non poteva essere che lui. Una personalità esuberante, irriverente ed estremamente forte, che non aveva peli sulla lingua né soffriva di soggezione di fronte a nessuno.

Nel suo essere fedele a se stesso fino in fondo, Sartori aveva disposto che la notizia della sua morte fosse resa nota tre giorni dopo le sue esequie, al fine di evitare quel cordoglio ostentato e forse un po’ troppo plateale, che cozzava con una personalità come la sua. Ora però il mondo accademico piange la scomparsa di uno dei suoi membri più illustri, un uomo che ha saputo dare nuova linfa e una propria dignità a quella scienza politica, che in tanti vedono come una materia campata per aria, anche un po’ inutile forse, ma che tuttavia cerca di interpretare quelle dinamiche che regolano la vita stessa di un Paese e che hanno ripercussioni inevitabili sull’economia, sulla società e talvolta anche sulla storia.

(di Christopher Rovetti)

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