Editoriale – A pranzo con i politici

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’editoriale del filosofo Carcea

Quasi ogni pomeriggio, intorno alle 14.00, mi reco al bar di fronte casa, lì incontro un amico, Giancarlo, un gentiluomo, intento a consumare un frugale pranzo. Spesso mi capita di seguirlo nei suoi discorsi, ben al di là della chiacchierata sul tempo, la Borsa, le ultime schermaglie dei politici, e quasi sempre ho la sensazione che, nel dipanarsi del dialogo, di avvertire una progressiva variazione del tono della voce del mio interlocutore, che diventa impostato, a mano a mano che si entra nell’orbita di certi argomenti.

Mi aspettavo, come minimo, un commento al clima politico post-referendario, ma, visto che l’ora era quella di pranzo, ho pensato che non sarebbe stato opportuno intavolare un discorso. Tuttavia, le opinioni lasciano il tempo che trovano e, con  nonchalance, il mio amico, impugnando la saliera, mi dice: “Sai cosa è questo?”, ed io: “Il sale!”, “No! – ribadisce Egli – questi sono i grani della sapidità, senza i quali nessuna cosa che mangio avrebbe il sapore che ha”.

 Vedendomi attonito, Giancarlo continua a dire: “Tutto ha inizio con piccoli frammenti che si aggregano, per diventare, in seguito,  qualcosa di solido sotto la mia forchetta, e, poi di nuovo, tutto rifluisce in piccole parti che si disperdono”.  E, allora? Pensavo, chissà cosa vuole dire, forse sta facendo ironia, il che non guasta, meglio essere di buon umore. “Vedi – continua imperterrito – le ultime vicende politiche, sono come il cibo che mettiamo sotto i denti, sappiamo cosa mangiamo, ma non basta, senza una misurata manciata di sale, i cibi non diventano ciò che devono essere.

 E, adesso dimmi –mi incalza – non ti pare che recentemente il nostro ex Presidente del Consiglio, per preparare il pranzo della Repubblica, abbia dimenticato il sale? O forse ne ha usato troppo? Quale pranzo voleva  preparare? Senza il sapore della sapienza, anche le cose che amiamo rischiano di rimanere senza sapore, o con un sapore amaro, disgustoso”. A questo punto ho pensato bene di stare al gioco, ed essendo curioso, ho rilanciato: “Ascolta – Oh, carissimo –  visto che hai aperto questo discorso, ti chiedo: cosa fa il cibo amaro e quindi, se mi concedi di parlare in  questo modo, cosa fa sì che le ragioni e le decisioni politiche siano insufficienti? Forse il poco sale o il troppo sale, fare le cose con poca sapienza, o con eccesso di saccenza?” Ed egli: “Sicuramente quando il sale è troppo, e la sapienza cede il posto alla presunzione e all’arroganza, si finisce per nascondere il sapore  che le pietanze hanno già, di loro. Ogni cosa va rispettata  per quella che è, ognuna ha il suo sapore, come le vite delle persone, nessuna è insapore”.  “Bene ho aggiunto, allora, il nostro ex Presidente ha commesso  un peccato di gola, voleva rendere gustosi i cibi, ed è per questo che ha pensato di insaporire il boccone amaro della disoccupazione, della perdita del lavoro, delle tasse, dell’immigrazione, e giù, a buttare sale, alla fine le pietanze ne sono state sommerse. A questo punto credendo  di aver preparato un ottimo pranzo, ha pensato bene di invitare il popolo-commensale al banchetto referendario, riservandosi di chiedere un parere sul gradimento dopo la “grande abbuffata”. “E tu cosa ne pensi, amico mio?” Ed egli: “Se sai mantenere un segreto, prima di risponderti, intono questa rima: Ben sapendo che la poesia del vero è paladina, essa corre a trapassar la menzogna da parte a parte , ogni volta che di quello se ne è smarrita l’arte. La parola data a poco  vale  se perduto è il senso, e ignuda cede a chi,  a turno  la cosparge di incenso. Eccomi, di nuovo! tu dimentichi che il cibo, prima di essere cucinato, deve essere mantenuto in buone condizioni, e ti dico di più, deve essere soprattutto amato. Un tempo il momento del  pasto era onorato, perché era il risultato della fatica e del lavoro dell’uomo. E il sale  serviva anche a questo, a mantenere intatto il cibo, ma non solo, ne conservava la memoria di ciò che rappresentava! Ma, ormai ci sono i frigoriferi, la tecnica ha soppiantato l’antica arte, e non è più necessaria l’esperienza per sapere se tutto è ben conservato, solo il controllo regna sovrano. Come dire, la stessa cosa accade oggi ai cittadini, forse un tempo l’arte della conservazione dell’equilibrio e della pace dello Stato veniva testata in continuazione, e  dei cittadini si sapeva sempre quale fosse il loro stato di serenità, sofferenza, o disperazione.

Poi, con la Scienza politica, la statistica, la logica algoritmica, i cittadini sono diventati materia informe, semplici numeri, ai quali applicare, senza chiedere più nulla, le decisioni dei cuochi-politici”. “Accidenti  quanto è vero ciò che dici – continuai – sono curioso, vai avanti”. “Vabbè, visto che ti piace chiacchierare – rispose – vado avanti, però vorrei anche terminare il pranzo”. Ed io, per non scoraggiarlo: “Non ti preoccupare vedrai che prima che tu finisca di mangiare, mi avrai dato le risposte più soddisfacenti”.  Sicuro, che non ci fosse migliore modo di liquidare la conversazione, Giancarlo ha continuato: “Non solo i cuochi devono saper cucinare, ma, pare che, le pietanze, come abbiamo detto prima, debbano essere ben conservate e per questo occorre una certa cura, la rovina inizia da lontano, e se non si ha cura del valore dei cibi, è inutile accendere i fornelli”. Quindi – continuai – “Possiamo dire che le cattive decisioni dell’ex Presidente, la situazione politica che ha trovato, lo stato di conservazione e la cura per il valore del lavoro, le aberranti dimensioni dell’attuale mondo economico, avessero, già da tempo, assunto le proporzioni che hanno oggi? Le farraginose procedure burocratico-istituzionali, la Costituzione lenta, insomma, chi ha cucinato prima di lui  ha fatto buon uso del sale? Cosa stava a cuore, ai vecchi politici? I cittadini e i loro problemi? Questi signori, questi vecchi cuochi, che oggi sbraitano, avevano già rovinato tutto prima del povero Presidente”. E, il mio amico: “Beh, devi sapere che quando il popolo ha fame anche l’oste più balordo può apparire un onesto dio. Probabilmente “il brodo” che ci hanno  lasciato e che ci occorre per preparare  la  minestra è una vecchia ricetta, troppo ancorata alla tradizione dei nostri padri, e non è più adatta per le nuove regole della moderna nouvelle cousine.  Non andiamo avanti, fermiamoci qui, ormai è tardi e ancora, come vedi, devo terminare il pasto e poi, come sai, c’è il lavoro che mi aspetta. Per concludere volevo farti comprendere che, alla fine, chi deve consumare  questo benedetto pasto, siamo noi, e almeno, Vivaddio questo ci è rimasto. Se ci rendiamo conto che non è saporito, se non è stato preparato con amore, e con i giusti ingredienti, possiamo sempre chiamare il cuoco e dirgliene quattro! Questo è successo al pranzo referendario. Però, adesso basta, fammi terminare e anzi vai anche tu a mangiare, affrettati, perché, visti i tempi, tornando a casa rischi di non trovare niente”. Ad maiora, mio caro amico.

(di Giuseppe Carcea e Giancarlo)

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