Storia delle riforme costituzionali fallite. Quando l’Italia dice no

Risale al 1990 l’inizio dei tentativi di provenienza dal basso di dar vita a quelle riforme costituzionali che i partiti di maggioranza del periodo storico in questione, non si decidevano a varare, un’espressione riassume il tutto: strategia referendaria.

arton36053L’ultima prova di riforme naufragata il 4 dicembre è solo l’ennesima di una lunga serie. Negli ultimi decenni, certo, sono state anche molteplici le revisioni costituzionali portate a termine, ma sempre e solo su punti ben definiti e limitati della Costituzione, con l’unica eccezione della revisione del Titolo Quinto della Parte Seconda, che si occupa di Stato, Regioni, enti locali ampiamente modificato nel 2001 (e già nel 1999).

Parlando di numeri dal 1948 al 2012 le leggi di miglioramento costituzionale sono state quindici, ma l’assetto del Parlamento e il superamento del bicameralismo perfetto sono questioni che hanno fatto la loro comparsa nell’agenda politica italiana non prima degli anni Ottanta. A prendersene cura sono state perlopiù commissioni istituite ad hoc, a partire dalla Commissione bicamerale Bozzi (1983-1985) per proseguire con la De Mita-Iotti (1992-1994), il Comitato Speroni (1994) e l’ultima Commissione bicamerale D’Alema (1997-1998), poi il comitato Brigandì (2002-2004) fino al progetto di revisione approvato dalle camere nel 2005, bocciato poi dal referendum costituzionale del 2006, per arrivare al Progetto della I commissione della camera (c.d. Violante) del 2007 e alle commissione di esperti istituita dal Governo Letta nel 2013.

La prima bicamerale nata nel 1983 e presieduta dal deputato Aldo Bozzi, coinvolge nei lavori 40 parlamentari, divisi equamente fra i due rami del Parlamento. La relazione finale deliberata dalla commissione nel 1985, prevede la revisione di 44 articoli della costituzione. Tuttavia il conseguimento dell’esame parlamentare e la trasformazione delle proposte in disegni di legge sfuma una volta lasciato all’iniziativa dei singoli gruppi politici.

La bicamerale del 1992 presieduta prima da Ciriaco De Mita e poi da Nilde Iotti, coinvolge 60 parlamentari. Alla fine delle 60 sedute la commissione approva un testo di riforma che riguarda 22 articoli. La riforma, presentata a entrambe le camere nel gennaio del 1994, viene abbandonata per la conclusione anticipata della legislatura.

L’ultima bicamerale costituita nel 1997 è presieduta da Massimo D’Alema. I 70 membri si riuniscono per 71 sedute, e alla fine riescono a portare il testo in aula. La camera discute il provvedimento dal gennaio 1998 fino a giugno dello stesso anno finché i lavori vengono sospesi per forti contrasti fra le diverse parti politiche coinvolte.

L’avvicendarsi delle varie commissioni create testimonia un impegno fisso e costante dei vari esecutivi rispetto alla materia in questione e tutti i tentativi falliti di modifica hanno avuto come perno il superamento del bicameralismo indifferenziato, ma alla luce di tre tentativi vani di riforma strutturale della costituzione in maniera bi-partisan, il parlamento abbandona la via delle bicamerali: il referendum diviene quindi uno strumento alternativo per tentare di scavallare questo monocameralismo duplicato.

Ancora una volta tuttavia, l’Italia non si trova in accordo sulla revisione del testo costituzionale, che questo dibattito avvenga all’interno delle camere o nella cabina elettorale la risposta storica del Paese resta sempre un netto No ad ogni tentativo di strumentalizzare il superamento del bicameralismo perfetto.

(di Azzurra Petrungaro)

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