La Società incolpevole

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’editoriale del filosofo Giuseppe Carcea

In una recente intervista a D’Alema, ospite del programma: “L’aria che tira”, gli è stato chiesto di motivare le ragioni del No, in riferimento al Referendum costituzionale, il Nostro, da “consumato” politico,  ha argomentato in almeno tre punti il suo dissenso: il potere incontrastato del partito che vince le elezioni, il depauperamento della sfera dei diritti dei cittadini che non possono più esprimere le loro preferenze al Senato, la crisi dei valori democratici e della partecipazione politica. Alla fine dell’intervista, D’Alema si è mostrato convinto che il No alla Riforma della Costituzione avrebbe avuto un esito plebiscitario tra i giovani che non si sentono rappresentati dalla Sinistra di Renzi.

Di quale consenso parla l’ex Presidente del Consiglio?  D’altronde la crisi di partecipazione politica è questione non certo nuova, lo stesso J. Habermas ha dedicato la maggior parte dei suoi studi alle dinamiche della formazione del consenso in un’epoca post-ideologica e in relazione alla sfera della società civile, sempre meno interessata e avulsa alla question  politique. Infatti, il tentativo di  invitare cittadini e politici al dibattito delle idee, all’altezza di una società aperta che non rinuncia a mediare  razionalmente e discorsivamente il  disaccordo su i più vari punti di vista, non ha fatto i conti con il veleno di una diffusa cultura del sospetto. Quale sospetto? Quello che ci impedisce di superare con fiducia la paura che le nostre aspettative, credenze e convinzioni, essendo un patrimonio socializzato nell’immaginario collettivo, sia esposto alla manipolazione da parte di persuasori occulti. La socializzazione  è materia proteiforme, che può essere in ostaggio di chi gestisce la comunicazione, nel senso che essa è un principio irrinunciabile del riconoscimento di ognuno di noi, e può essere negoziata per qualsiasi fine, sia esso la massimizzazione dell’indice di ascolto, o del consenso politico. Se da una parte ciò non è del tutto da escludere, non dobbiamo pensare che la gestione o il controllo di: sentimenti, passioni, idee, informazione, cultura, storia, scienza, sia sempre sotto il controllo delle  “forze del male”.

La dietrologia  e il cinismo, sono atteggiamenti particolarmente “à la page” in questo momento storico – campagna referendaria, docet – e non hanno nulla a che vedere con l’esercizio del pensiero critico, anzi, alla lunga, sono i porta bandiera  del disfattismo, della convinzione che si debba vivere nella roccaforte del presente e pertanto  l’apertura al futuro e al cambiamento  è sempre il frutto di  chissà quali sinistri presagi. Sono proprio i “dietrologi” a favorire la persuasione che il migliore luogo in cui vivere sia la società civile, o meglio quella visione impolitica della vita in comune, pensata come il “ salotto buono di casa “, dove ognuno si distende comodamente pensando di massimizzare l’esclusivo benessere personale. Il migliore modo di vivere in questa visone del Social Confort, consiste nell’assicurarsi che non ne facciano parte la preoccupazione, il rimorso, il risentimento: veri e propri ostacoli alla massimizzazione del benessere e del godimento. La società è maggiormente  pronta a vivere nell’immediatezza edonistica se percepisce se stessa come incolpevole. Nella Società  incolpevole, la libertà è rimozione del dolore, per cui non c’è posto per la sofferenza degli Altri, siano essi, il disadattato, l’emarginato, l’immigrato, il marginalizzato dalla lotteria dei privilegi e dei vantaggi. Affrancata anche dal benché minimo, quanto misurato, senso di colpa per la custodia della Cosa Pubblica, questa società non è la “terra del rimorso” e del risentimento per il dolore degli Altri, dalla pietà e tolleranza. Le coscienze vivono in un clima anestetico e non percepiscono nessun senso del dovere.

La passione del presente, parafrasando Marc Augé, è in realtà un non luogo, dove regna sovrana l’estraneità e in cui si può vivere  insieme, come tra la folla solitaria, di cui parla D. Reisman.  senza condividere nulla. Con ciò non si vuole dire che non esistano sentimenti privati di rimorso e colpevolezza, oppure che le istituzioni non riconoscano l’importanza dell’agire responsabile. Stiamo dicendo che non ci si sente responsabili per gli Altri quando, l’Altro non è di fronte ai “nostri occhi”. Dobbiamo tornare al già summenzionato J. Habermas e a  quanto ha detto circa la necessità di uscire dall’incantesimo di un modo di vivere il presente in modo beota, ricorrendo, cioè, a una sana estetica del disgusto, qualcosa che vada al di là dell’indignazione, ancora troppo intrisa di realismo ingenuo, e orientato a sollevare questioni non particolarmente profonde. La sfera impolitica della società civile, ci fa credere che il presente sia inattaccabile e pertanto i disillusi hanno, indefinitamente diritto di cittadinanza nel suo interno.  La sopravvivenza del diritto non è pensato come il prodotto di contingenze storiche,  bensì, come una sorta di stato di natura. Una natura benigna capace di autopoiesi spontanea.  Quindi rimaniamo seduti di fronte al cinematografo del presente, pronti al piccolo sforzo di pigiare bottoni per cambiare programma, senza sospettare che a ogni cambiamento dello spettacolo moltiplichiamo in modo problematico la nostra visione del mondo. A D’Alema vorremmo fare questa domanda: si è accorto che la “vera” Sinistra vive solo nel suo immaginario? Pensiamo che non se ne sia accorto, e continuando a fare il Don Chisciotte, coltiva l’illusione, esclusivamente consolatoria, che i giovani che hanno votato No al Referendum siano suoi allievi.

(di Giuseppe Carcea)

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10 thoughts on “La Società incolpevole

  1. Bisogna dire che la realtà e formata da dimensioni, tra di loro diverse. D’Alema che cerca di richiamare l’ attenzione dei giovani, mentre di fatto, con il veleno della dietrologia li allontana…..ottimo

  2. La società incolpevole e.una interessante definizione, perché va al di là della semplice assenza di motivazione. Le ragioni dell’ impoliticita’ sono prodotte …..già.

  3. Incredibile, questa società mantiene nell’illusione realistica che i giovani stiano partecipando a costruire il loro futuro. una sorta di paternalismo mediatico.

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