“Brexit significa Brexit”: quale futuro per il mercato unico?

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Durante il congresso dei Tory a Birmingham il premier Theresa May ha introdotto il piano per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Polemiche per le posizioni sull’immigrazione e il mercato unico

Un percorso determinato, univoco, che non ammette mezze misure. E’ la hard Brexit delineata dal primo ministro inglese Theresa May durante il congresso dei Tory a Birmingham. Una «rivoluzione silenziosa», una chance che capita una volta in una generazione e che per questo va colta senza esitazioni e traghettata verso il fine ultimo: lasciare l’Unione Europea per restituire al Regno Unito  piena sovranità e indipendenza. Un’indipendenza che, secondo il disegno delineato dal premier, dovrà manifestarsi soprattutto nel controllo dell’immigrazione.  Un argomento centrale nel processo di uscita dalla Ue che, stando alle parole della May, prenderà il via alla fine di marzo 2017, con l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona.

L’uscita dell’Uk dall’Unione Europea è ormai cosa certa e se fino a poche ore fa aleggiavano ancora incertezze legate alla possibilità di un secondo referendum, durante il congresso la May ha allontanato ogni dubbio: «Brexit significa Brexit e noi ne faremo un successo», così il primo ministro ha manifestato una decisione che non ammette repliche e titubanze. Quella del Regno Unito sarà un’uscita senza compromessi: il governo non intende lasciare inascoltata la richiesta del popolo inglese che lo scorso 23 giugno ha affermato espressamente la volontà di ritrovare una totale indipendenza in campo politico – economico. Per questo, la May ha delineato un piano di azione capace di restituire all’isola anglosassone la libertà di cui, evidentemente, si è sentita privata.

Theresa May, premier del Regno Unito.
Theresa May, premier del Regno Unito.

Il primo intervento sarà l’introduzione di un Great Repeal Bill (una legge per la Grande Abrogazione) per cancellare l’European Communities Act del 1972, attraverso il quale il Regno Unito di Gran Bretagna recepì la legislazione comunitaria: un atto indispensabile per trasformare le leggi europee in leggi nazionali e permettere al parlamento di Westminster di confermarle oppure annullarle, dopo il processo di Brexit. «Le nostre leggi saranno fatte a Westminster e non a Bruxelles, e saranno interpretate dai nostri giudici a Londra e non a Lussemburgo», così Theresa May, tra gli applausi dell’assemblea, ha sottolineato la volontà di traghettare il Paese completamente fuori da tutti i meccanismi dell’Unione Europea.

O meglio, da quasi tutti. Sì perché, parlando del negoziato da trovare con l’Ue, il premier britannico ha dichiarato di volere «il migliore accordo possibile» con il resto d’Europa, mantenendo la cooperazione per la sicurezza e il libero commercio. Quindi, in parole povere, il piano delineato dalla May prevedrebbe la libertà di restare nel mercato comunitario e la libertà, allo stesso tempo, di introdurre limiti alla circolazione di cittadini comunitari nel Regno Unito. «L’immigrazione a bassa qualificazione»: è questa la causa, secondo la May, della perdita di numerosi posti di lavoro per i cittadini britannici. Un fenomeno che nella hard Brexit delineata dal premier andrà regolarizzato senza “l’intrusione” delle politiche dell’Unione Europea.

Le posizioni espresse dal primo ministro inglese non convincono il premier tedesco Angela Merkel, soprattutto all’indomani delle ultime esternazioni della Home Secretary del Regno Unito Amber Rudd, secondo la quale sarebbe necessario chiedere alle aziende dell’Uk una lista dei lavoratori stranieri impiegati e “responsabilizzarle” allo scopo di dare maggiore spazio ai cittadini inglesi nel processo di occupazione.

Amber Rudd, Home Secretary del Regno Unito. Fonte immagine: lavocedeltrentino.it
Amber Rudd, Home Secretary del Regno Unito. Fonte immagine: lavocedeltrentino.it

Parole che incutono timore e preoccupazione, per le quali non si è fatta attendere la dura replica della cancelliera tedesca: «Se non diciamo che il pieno accesso al mercato comune è condizionato alla piena accettazione della libertà di movimento, allora ciascuno in Europa comincerà a fare quello che vuole», ha detto la Merkel durante un incontro con gli imprenditori a Berlino.  Il Regno Unito non potrà avere accesso al mercato comune dell’Ue se non garantirà la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone all’interno dei suoi confini: ancor prima di cominciare, il negoziato per la Brexit si presenta tutt’altro che semplice.

Al momento, dunque, la May si troverebbe di fronte ad un bivio: rinunciare al mercato comune per imporre regole nazionali sulla libera circolazione di beni e persone, oppure abbandonare la linea dura, per mantenere in vita i vantaggi commerciali propri dei paesi membri dell’Unione Europea. La decisione, ovviamente, non potrà essere presa in breve tempo. Tuttavia, alcuni schieramenti sembrano già delineati. Tra questi quello degli industriali che chiedono di abbandonare la linea della hard Brexit e impegnarsi per giungere a un negoziato che preveda il mantenimento di legami privilegiati con il mercato unico. Tali posizioni sono state espresse in un testo della Confederation of British Industry diffuso dal Financial Times nel quale si legge che il governo inglese sembra mostrare indifferenza nei confronti del sentiment della City e delle aziende, in relazione all’esito del referendum del 23 giugno. Industrie e imprese chiedono, a tal proposito di essere coinvolti nelle consultazioni, affinché decisioni tanto complesse vengano prese sulla base di dati oggettivi, analizzando le ripercussioni che avrebbero sull’economia nazionale.

Il punto di vista degli industriali esprime timori basati su dati certi. Secondo lo studio condotto da TheCityUk, infatti, una Brexit che lasci Londra del tutto fuori dalle logiche del mercato unico, rischierebbe di costare fino a 38 miliardi di sterline di perdite di profitti al settore dei servizi finanziari che domina la City e di mettere in discussione «fino a 75.000 posti di lavoro»; un divorzio più “soft”, in grado di garantire il mantenimento di legami con il mercato comunitario, produrrebbe perdite più contenute (2 miliardi) e i posti di lavoro a rischio calerebbero a 4 mila.

Insomma, il cantiere della Brexit è appena stato aperto ed emergono già con evidenza le criticità proprie di un processo complesso, che coinvolge dinamiche e soggetti diversi e che rischia di esplodere in una frattura dannosa per il Regno Unito, per i cittadini comunitari che hanno deciso di costruire il proprio futuro nell’isola anglosassone e per la stessa Unione Europea.

(di Giulia Cara)

Fonte immagine in evidenza: huffingtonpost.it

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