Nobel per la pace 2016: premiata la tenacia del presidente Santos

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L’Accademia di Oslo ha premiato il presidente colombiano per l’accordo di pace raggiunto con le Farc. Il no del referendum non conta: il processo di pace non è morto

È stato assegnato al presidente della Colombia Juan Manuel Santos il premio Nobel per la pace 2016 e, insieme a lui, è stato simbolicamente premiato l’accordo tra lo Stato colombiano e le Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia). Un premio per niente scontato se si considera che, pochi giorni prima dell’assegnazione avvenuta il 7 ottobre, il popolo della Colombia ha espresso con un referendum la propria contrarietà all’accordo di pace firmato lo scorso 26 settembre dal governo colombiano e l’ex gruppo guerrigliero delle Farc.

«Un grande stimolo per costruire la pace in Colombia»: così il presidente Santos ha definito il Nobel per la pace, affermando di accettarlo «in nome del popolo che ha sofferto così tanto durante questa guerra». E proprio in questa sofferenza si nasconde il significato del premio, espresso nella motivazione: il Nobel è stato assegnato al presidente colombiano «per la sua determinazione nel mettere fine alla guerra civile nel paese che durava da più di 50 anni».

L’accordo voluto da Santos, infatti, rappresenta la definizione della pace con il movimento di guerriglia più vecchio, ricco e potente tra quelli che hanno combattuto la guerra civile contro il governo colombiano causando, a partire dal 1964, 220 mila morti.

L’intesa è giunta dopo anni di sforzi politici e diplomatici che hanno mostrato nel corso del tempo l’irrefrenabile passione politica di Santos che, a partire dall’incarico come ministro della difesa dal 2006 al 2009, si è concretizzata nella rincorsa di un unico obiettivo: una Colombia libera e in pace.

Il sogno di Santos ha iniziato a delinearsi nel 2010 quando, eletto presidente della Repubblica, ha iniziato a introdurre in Colombia una visione moderna e democratica del futuro, finalizzata a raggiungere un accordo di pace con le Farc, i cui negoziati sono iniziati nel 2012 e sono terminati lo scorso 25 agosto.

La rinuncia alle armi e la reintegrazione nella vita civile da parte delle forze rivoluzionarie, per le quali è prevista una rappresentanza senza diritto di voto al Congresso fino al 2018 e la partecipazione alle elezioni (dopo il 2018, i 7 mila ex ribelli dovranno conquistare i propri seggi come gli altri partiti politici): queste le misure previste dall’intesa raggiunta dopo oltre quattro anni di trattative.

Un traguardo storico che Santos ha così commentato: «Oggi posso dire, dal profondo del mio cuore, che ho realizzato il mandato che mi avete assegnato. Colombiani, la decisione è nelle vostre mani. Mai prima d’ora i cittadini del nostro Paese hanno avuto a portata di mano la chiave per il loro futuro».

Ma dai colombiani il presidente ha ricevuto un riscontro inaspettato: il risultato del referendum del 2 ottobre ha respinto lo storico accordo, acclamato da tutti i grandi rappresentanti della politica mondiale.

Con il 50,24 per cento ha vinto il fronte del no, per una differenza di meno di 63 mila voti sui 13 milioni espressi, causando sconcerto tanto in Santos quanto negli analisti e negli osservatori politici, convinti che la votazione si sarebbe conclusa con la vittoria del sì.

Il risultato, tuttavia, non ha scoraggiato il presidente colombiano che, sottolineando la validità del cessate il fuoco nonostante l’esito della consultazione, ha affermato di voler riprendere le trattative e i negoziati con le Farc per arrivare alla definizione di un accordo più equo, secondo le indicazioni proposte dai sostenitori del fronte per il no. Una dichiarazione di intenti confermata anche dalle forze armate che hanno espresso la propria volontà di pace, ribadendo di essere disponibili a «usare solo la parola come arma di costruzione del futuro».

In questo contesto, l’Accademia di Oslo ha sottolineato la tenacia di Santos nella scelta di sottoporre l’accordo al voto nonostante la sua complessità e ha delimitato con chiarezza il significato del referendum: «Il fatto che una grande maggioranza di votanti abbia detto “no” all’accordo di pace non significa necessariamente che il processo di pace sia morto», queste le dichiarazioni del Comitato dei Nobel.

Il premio per la pace assume, dunque, una doppia valenza perché rappresenta un riconoscimento per quanto il presidente è riuscito a fare in una terra difficile, ma ancor più un incoraggiamento a non mollare e a continuare a lottare affinché la Colombia possa giungere ad una pace unita condivisa e rispettata dalla politica e da tutti i cittadini.

(di Giulia Cara)

 

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