La revisione costituzionale in Italia: dalle Bicamerali alla Riforma Boschi

In questi giorni gli italiani conosceranno la data del referendum sulla Riforma Renzi e Boschi. Una breve storia dei tentativi di riforma costituzionale in Italia.

riforma boschi

Non c’è dubbio che in Italia come in Europa sia alta la preoccupazione in vista del referendum sulla riforma costituzionale italiana.

Da molti anni infatti, le questioni interne di un Paese si riflettono sulle dinamiche interne di altri Paesi UE e non solo. Basti pensare alla recente “interferenza” dell’ambasciatore statunitense in Italia, John Phillips

La riforma costituzionale che il Governo Renzi ha fatto approvare il 12 aprile 2016 dopo sei letture in Parlamento, era stata presentata – sotto forma di disegno di legge a firma Renzi e Maria Elena Boschi – nell’aprile 2014.

Come previsto dall’articolo 138 della Costituzione, non essendo stata approvata in seconda votazione dai 2/3 dei membri di ogni Camera, la legge costituzionale non è stata subito promulgata in quanto è prevista l’ipotesi di richiesta di referendum confermativo (a norma di legge, possono presentare tale richiesta, 1/5 dei componenti di una Camera, 500 mila elettori o 5 Consigli regionali). Il 20 aprile 2016, i parlamentari dell’opposizione tra i quali M5s, Lega Nord, Forza Italia e Sinistra Italiana e della maggioranza, Partito Democratico e Alleanza Popolare hanno depositato le firme necessarie presso la Corte suprema di cassazione. Non essendo necessario il raggiungimento di un quorum, la riforma entrerà in vigore se il numero dei voti favorevoli sarà superiore al numero dei voti contrari.

L’aria è talmente tesa che la stessa scheda che gli elettori si troveranno davanti al prossimo referendum costituzionale, mostrata qualche giorno fa dal premier Matteo Renzi in tv, è diventata oggetto di scontro. Sotto accusa la formulazione del quesito che avvantaggerebbe i sostenitori del sì. Duro Renato Brunetta: “Sul referendum per la schiforma costituzionale siamo al paradosso. Non abbiamo ancora la data in cui gli italiani potranno, bontà loro, esprimersi, ma abbiamo il fac-simile della scheda elettorale. E che scheda! Il quesito che abbiamo avuto il piacere di conoscere ieri in Tv è un vero e proprio spot per il Si”.

In realtà, il testo non solo era già stato validato dall’agosto scorso dalla Cassazione (il cui Ufficio centrale per il referendum ha la competenza a dichiarare la legittimità dei quesiti referendari) ma non fa altro che riprendere il testo del disegno di legge presentato nell’aprile 2014. “Brunetta scopre, dopo 2 anni e 6 mesi dalla presentazione, come si chiama il disegno di legge costituzionale Boschi, che sarà sottoposto a referendum confermativo. Il quesito altro non è che il titolo di tale ddl, come prevede la norma” attacca il senatore Andrea Marcucci.

Passando in rassegna brevemente il contenuto del provvedimento, esso propone una radicale riforma del Senato della Repubblica, la cui principale funzione diventerebbe quella di rappresentanza delle istituzioni territoriali, concorrendo paritariamente con l’altra camera all’attività legislativa solo in determinate materie (le leggi “di sistema” o di garanzia, le leggi relative al Senato e le leggi sull’ordinamento degli enti territoriali).

Il numero dei senatori viene ridotto da 315 a 95 membri (più 5 nominati dal Presidente della Repubblica) eletti dai Consigli regionali fra i loro stessi componenti e fra i sindaci dei propri territori. La Camera dei deputati rimarrebbe quindi l’unico organo titolare del rapporto di fiducia con il Governo. La riforma contempla inoltre la rimozione dei riferimenti nella Costituzione, alle province, l’abolizione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL) e la soppressione dell’elenco delle materie di legislazione concorrente fra Stato e Regioni. Obiettivo della riforma è il taglio dei costi della politica ma per i sostenitori del NO al referendum, si tratta di una farsa. Il sentore- questore Lucio Malan (Forza Italia) così parlava qualche mese fa: “Risparmieremo più o meno 48 milioni di euro. Una sforbiciata dell’8,8% ai 540 milioni che, stando all’ultimo bilancio di previsione, il Senato spenderà nel 2016 per assicurare il suo funzionamento. Insomma, non proprio una cifra record. Anzi, la definirei del tutto risibile”.

Il sistema bicamerale paritario e più in generale il procedimento legislativo in Italia, sono da sempre oggetto di critiche e tentativi di modifica, in particolare per i tempi lunghi necessari per l’approvazione di una legge a causa della cosiddetta “navetta parlamentare” o “ping pong”: il passaggio di un progetto, disegno o proposta di legge reiterato da una Camera all’altra.

Nel 1982 le commissioni affari costituzionali delle due camere del Parlamento costituirono i primi “comitati ristretti” per esaminare proposte di modifiche istituzionali, che nell’aprile dell’anno seguente (1983) portarono alla nascita della prima Commissione parlamentare per le riforme costituzionali conosciuta anche con il nome di Bicamerale (la prima Bicamerale viene ricordata come Bicamerale Bozzi dal nome del deputato che presiedette la sua prima seduta).

Seguì poi la Bicamerale De Mita-Iotti (1993), il cui progetto di riforme costituzionali venne accantonato a causa dello scioglimento anticipato della Legislatura avvenuto qualche giorno dopo la presentazione della riforma alle Presidenze delle due Camere. Il suo progetto di riforma prevedeva, tra le altre cose, una forma di governo con evidenti assonanze con il sistema tedesco: il primo Ministro veniva eletto a maggioranza assoluta dal Parlamento in seduta comune, sulla base di candidature sottoscritte da almeno 1/3 dei suoi componenti.

L’ultima Bicamerale è del 1997 e fu quella presieduta da Massimo D’Alema (Bicamerale D’Alema). A latere dei lavori di questa Bicamerale, si verificò un evento importante che incise notevolmente sui lavori e sull’esito della Commissione parlamentare presieduta dal segretario DS: il Patto della crostata. A casa di Gianni Letta nel giugno del 1997, AN, Forza Italia e DS si accordarono per una repubblica semipresidenziale e una legge elettorale a doppio turno di coalizione. Poi nel gennaio 1998, Berlusconi sorprese tutti cambiando la posizione adottata fino a quel momento.

Non si può tacere sul fatto che le Bicamerali siano state un foro di riflessione e proposte su come migliorare l’ordinamento costituzionale italiano ma è evidente che nessuno dei tentativi sopra citati abbia portato a risultati positivi. Per questo, c’è stato un superamento del metodo della Commissione bicamerale e le riforme costituzionali del 2001 e del 2006 approvate dal Parlamento e sottoposte a referendum confermativo, hanno seguito il metodo ordinario di revisione costituzionale ex articolo 138 della nostra Costituzione (così come le dieci leggi di rango costituzionale approvate dal 1999 al 2005).

Solo poche di queste hanno avuto il consenso di almeno 2/3 dei membri di ciascuna Camera, mentre tutte le altre sono state approvate con la sola maggioranza assoluta. E ciò evidenzia la mancanza quell’accordo politico necessario in Parlamento soprattutto in riferimento alle riforme costituzionali, che dovrebbero concludersi con un ampio consenso fra le forze politiche. Il panorama della politica italiana è cambiato. In tema di riforme istituzionali italiane, la cultura politica oggi predominante ha generato la tendenza a modificare la Costituzione secondo gli orientamenti politici che sono propri della maggioranza di turno: le leggi di revisione della Costituzione vengono approvate con i soli voti della maggioranza parlamentare, senza cercare larghe intese all’interno delle forze politiche.

Come si è arrivati alla riforma costituzionale Renzi-Boschi? Nel 2013, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano decide di riproporre il progetto di riforma costituzionale nominando una commissione di “saggi” affinchè questa avanzasse proposte per migliorare l’assetto istituzionale. Il Gruppo era composto da Mario Mauro, Valerio Onida, Gaetano Quagliariello e Luciano Violante, i quali suggerirono di superare il bicameralismo perfetto passando a una sola camera “politica”, riducendo il Senato a un “Senato delle regioni” in rappresentanza delle autonomie regionali. Nel luglio 2013 iniziò quindi l’iter di un disegno di legge promosso dal Governo Letta ma il provvedimento tuttavia non arrivò all’approvazione definitiva a causa delle contestazioni delle opposizioni e dell’uscita dalla maggioranza di Forza Italia, che ritirò il sostegno al provvedimento facendo venire meno la maggioranza dei due terzi del Parlamento. L’iter delle riforme costituzionali vide una nuova svolta con la vittoria di Matteo Renzi nelle primarie del Partito Democratico l’8 dicembre 2013. Il 18 gennaio 2014 Renzi stipulò infatti il cosiddetto Patto del Nazareno con Silvio Berlusconi in cui i due leader trovarono un accordo sui contenuti della riforma costituzionale e della nuova legge elettorale da proporre al Parlamento. Nel febbraio 2014 Renzi diventa Presidente del Consiglio e presenta in aprile un disegno di legge costituzionale di iniziativa governativa che ottiene il via libera definitivo in aprile 2016.

Le ragioni del SI e del NO alla riforma costituzionale sono diverse, alcune ben argomentate e altre meno. Il punto di vista di esperti internazionalisti è interessante e vale la pena approfondirlo per trarne considerazioni a favore e contro la riforma. Una delle obiezioni è che la riforma comporti un eccessiva concentrazione di potere nelle mani del Capo di Governo. Vero. Vero come vi è un’esigenza europea e mondiale che lo richiede. Come scrive Gianni Bonvicini su Affari Internazionali: “I capi di stato dell’Ue decidono ormai su tutto. La nascita e il sempre maggiore ruolo assunto dai Consigli europei all’interno del sistema decisionale dell’Ue impone una presenza continua e attenta dei primi ministri. Quindi accentrare i poteri nella Presidenza del Consiglio è un’esigenza dettata dall’evoluzione istituzionale dell’Ue e da un diffuso “verticismo” multipolare nelle relazioni internazionali. Quella di gestire in prima persona i dossier internazionali è una caratteristica di tutte le principali democrazie europee, dal Cancelliere in Germania al Primo ministro in Inghilterra.”

Ancora Bonvicini sull’inefficienza del bicameralismo perfetto: “Nessuno sembra mettere in dubbio i guasti prodotti dal bicameralismo perfetto, ma molti si attaccano nuovamente allo sbilancio degli equilibri di potere verso il Presidente del Consiglio con la sopravvivenza di una sola camera. Vale forse la pena valutare come questo farraginoso e ormai antistorico sistema di poteri perfettamente coincidenti di Camera e Senato abbia generato numerose deficienze anche rispetto ai nostri obblighi nei confronti dell’Ue. Basti pensare ai ritardi cumulati nell’adozione delle direttive comunitarie o alle numerose condanne che quei ritardi hanno fatto subire al nostro Paese, sempre nella lista dei paesi reprobi dell’Ue. Non si confonda quindi democrazia con inefficienza: quest’ultima semmai è all’origine proprio delle disuguaglianze e del diverso trattamento che i nostri cittadini hanno vissuto rispetto a quelli di altri paesi dell’Ue”.

Permangono tuttavia dubbi su molti aspetti della riforma: dal presunto taglio alle spese al superamento del “ping pong”, dalla miglioria in termini di semplificazione burocratica alle modalità con le quali è stato messo appunto lo stesso quesito referendario, per molti ingannevole.

E lunedì 26 settembre sarà un giorno importante perchè il Consiglio dei ministri fisserà la data del referendum costituzionale. Secondo le ultime indiscrezioni, gli italiani dovrebbero essere chiamati ad esprimersi sulla riforma Boschi domenica 27 novembre o la domenica successiva, 4 dicembre.

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