Amarcord: Angelo Pagotto, da fenomeno a emarginato

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In quella serata di fine primavera ha mandato in visibilio tutta l’Italia, ha esaltato anche un freddo come Cesare Maldini, ha incantato l’Europa con i suoi voli da gatto. Poteva e doveva essere il trampolino di lancio verso la gloria definitiva, è stato invece l’ultimo acuto di un talento sfortunato e mai sbocciato fino in fondo; nella triste storia di Angelo Pagotto ci sono errori, consigli sbagliati e la dimostrazione che nello sport la testa ed il carattere contano più delle qualità.

Angelo Pagotto nasce a Verbania il 21 novembre 1973, fin da piccolino tutti ne esaltano le enormi doti come portiere: alto, longilineo, riflessi perfetti, talento smisurato. Per Pagotto le porte del grande calcio si spalancano a Pistoia in serie C1 nella stagione 1994-95: il portiere piemontese ha appena 21 anni ed è titolare della squadra toscana allenata dall’esperto Roberto Clagluna e che nell’estate del 1994 ha allestito per problemi finanziari una squadra con tanti giovani per puntare ad una tranquilla salvezza. L’annata della Pistoiese va invece molto al di sopra delle attese e i ragazzi in maglia arancione arrivano sino alla finale playoff dove a Bologna sfidano il Fiorenzuola, altra rivelazione dell’anno. La gara è tesa, il Fiorenzuola sembra più forte e meglio messo fisicamente, in più resta anche in superiorità numerica durante i tempi supplementari ed inizia ad attaccare con ferocia mettendo alle corde la Pistoiese: Bottazzi, talentuoso centrocampista degli emiliani, coglie due legni, il resto lo fa un super Pagotto che para tutto e porta la Pistoiese ai calci di rigore. Dal dischetto i toscani sbagliano una volta, il Fiorenzuola due: prima Pagotto ipnotizza l’attaccante Clementi, capocannoniere del girone A della C1 quell’anno, poi induce Bottazzi all’errore decisivo che fa cogliere l’incrocio dei pali al numero 10 del Fiorenzuola e regala la serie B agli arancioni. Il giovane portiere della Pistoiese viene portato in trionfo da una città intera, ma soprattutto molti osservatori di squadre di serie A si accorgono di lui: la spunta la Sampdoria che acquista Pagotto e lo affianca a Walter Zenga; quale miglior occasione per un talento emergente far coppia col più grande portiere italiano degli ultimi dieci anni?

La stagione 1995-96 è ricca di soddisfazioni per Pagotto che gioca ben 24 delle 34 partite di campionato e si impone come una delle migliori promesse del calcio italiano, certamente il portiere più talentuoso della sua generazione, tanto che Cesare Maldini ne fa il titolare fisso della nazionale under 21 che a maggio del 1996 giocherà il campionato europeo di categoria in Spagna. Nel frattempo in serie A fa il suo esordio a 17 anni Gianluigi Buffon, considerato un altro fenomeno tra i pali, che debutta ad ottobre del 1995 durante Parma-Milan e non lascia più la porta degli emiliani, a tal punto da essere anche lui convocato da Maldini per gli europei. Ma il commissario tecnico degli azzurrini è chiaro nelle sue gerarchie: il titolare resta Pagotto, un portiere di cui si fida e che ha talento e personalità per imporsi. L’Italia Under 21 di quel periodo è eccezionale: Nesta, Totti, Cannavaro, fenomeni che avrebbero potuto tranquillamente già giocare con la nazionale maggiore e che raggiungono la finale degli europei dove sfideranno i padroni di casa della Spagna, altro gruppo di futuri campioni: De La Pena, Morientes, Raùl, non gli ultimi dei fessi, insomma. E’ il 31 maggio del 1996 quando Spagna ed Italia si sfidano ai calci di rigore per conquistare il campionato europeo Under 21; per Angelo Pagotto è, a distanza di un anno, una riedizione in grande dello spareggio fra Pistoiese e Fiorenzula: certo, l’ambiente e la categoria sono diversi, ma in fondo un rigore è sempre un rigore. Il portiere della Sampdoria è l’indiscusso protagonista dei tiri dagli undici metri: para sia su De La Pena che su Raùl, l’Italia vince la manifestazione e Pagotto è di nuovo portato in trionfo. Si prospetta per lui una carriera scintillante, sarà invece quello l’inizio della sua caduta inarrestabile.

In estate il Milan, che non si fida più di Sebastiano Rossi a causa dei suoi eccessi caratteriali, fa di tutto per acquistare Pagotto e convince anche la Sampdoria; ad essere meno certo del passaggio ai campioni d’Italia in carica è proprio il calciatore stesso che tentenna, non sa se stia per fare il passo più lungo della gamba, forse, pensa, sarebbe meglio restare un altro anno a Genova, in una piazza al momento più adatta e meno esigente di un club come il Milan che vuole vincere scudetto e Coppa dei Campioni. Nessuno sa consigliare Pagotto che alla fine, troppo lusingato dal corteggiamento di Berlusconi e Galliani, accetta il trasferimento a Milanello. Non è un’annata facile per un Milan orfano di Fabio Capello ed affidato alla guida dell’uruguaiano Tabarez che fin da subito trova un ambiente dimesso e rilassato dopo i successi dell’allenatore friulano; il tecnico sudamericano, inoltre, non riesce a scegliere un titolare fisso in porta: talvolta gioca Pagotto, talvolta Rossi. Al termine di Piacenza-Milan 3-2 del 1 dicembre 1996, Berlusconi licenzia Tabarez e richiama in panchina Arrigo Sacchi per salvare una stagione che lentamente sta allontanando i rossoneri dalle zone alte della classifica; come se non bastasse, Sebastiano Rossi sta collezionando errori su errori, compreso quello che causa al Milan, tre giorni dopo l’arrivo di Sacchi, l’eliminazione dalla Coppa dei Campioni per mano dei modesti norvegesi del Rosenborg. L’ex commissario tecnico della nazionale, allora, inizia a meditare un cambio fra i pali, anche perchè Rossi è pesantemente contestato dal pubblico di San Siro. Nella settimana che precede Milan-Sampdoria, Sacchi non ha ancora deciso quale portiere mandare in campo contro i doriani; alla sera del sabato decide di optare per Pagotto che sfiderà dunque i suoi ex compagni blucerchiati. Non è una vigilia facile per il portiere milanista, l’incertezza di giocare o meno, la pressione di San Siro, la gara contro la sua ex squadra, l’andamento pessimo del Milan contro la Sampdoria di Eriksson che è invece lanciata all’inseguimento della Juventus capolista. Un insieme di fattori che distraggono Pagotto, autore dopo nemmeno un minuto di gioco di un errore fantozziano: il portiere rossonero sbaglia lo stop dopo un retropassaggio di Coco, sulla palla si avventa Vincenzo Montella, Pagotto prova a buttarlo giù salvando il salvabile, ma favorisce la ribattuta in rete di Roberto Mancini. Sampdoria in vantaggio dopo pochi secondi e sonore bordate di fischi sul Milan e sul giovane portiere, protagonista di una nefandezza clamorosa da cui faticherà  a riprendersi. Ma le sventure, in quel 2 febbraio 1997 da incubo, non sono finite per l’estremo difensore rossonero che si fa beffare nel scondo tempo da una maligna ma non imprendibile punizione di Mihajlovic, poi subisce anche la rete di Carparelli che regala la vittoria ad una Sampdoria abilissima a sfruttare gli errori del Milan. Pagotto finisce sul banco degli imputati, diventa il capro espiatorio di un Milan penoso ed avviato ad un undicesimo posto finale in classifica che è il peggior piazzamento milanista dell’era Berlusconi.

Pagotto passa così all’Empoli dove gioca solamente 4 partite e viene silurato dopo un altro pasticcio, ancora col Milan di mezzo, quando cioè alla quinta giornata del campionato 1997-98 il 5 ottobre 1997, esce a farfalle su un innocuo traversone dalla sinistra, perde il pallone e lo regala ad Andreas Andersson, centravanti svedese del Milan che troverà quel giorno ad Empoli il suo primo ed unico acuto in rossonero; Empoli-Milan termina 0-1, l’errore di Pagotto è decisivo, i toscani gli revocano la fiducia e a gennaio il portiere scende in serie B, al Perugia, dove torna titolare ed è protagonista dello spareggio degli umbri contro il Torino a Reggio Emilia, un’altra epica sfida ai calci di rigore che il Perugia vince guadagnando la promozione in serie A. Angelo Pagotto è di nuovo protagonista ed il tecnico perugino Castagner punta su di lui anche nella massima serie; ma le cose, è destino, per il portiere piemontese hanno preso una piega negativa: già alla prima giornata del campionato 1998-99, Pagotto è messo sulla graticola dopo un paio di pasticci durante la gara d’esordio contro la Juventus, persa dal Perugia in casa per 4-3. Il presidente Gaucci punta il dito contro l’ex portiere del Milan e contro l’attaccante Sandro Tovalieri, rei, a suo dire, di essersi venduti la partita; il tecnico Castagner asseconda il raptus del patron e toglie ad entrambi il posto in squadra. Pagotto fa un’altra volta la valigia e per la seconda parte della stagione torna in serie B dove gioca da titolare con la maglia della Reggiana, disputando 12 partite che non evitano però ai granata la retrocessione in C1. Tornato al Perugia, Pagotto è chiuso da Mazzantini che ha la fiducia di Carlo Mazzone; pronto a giocarsi il posto da titolare col compagno, l’ex milanista lavora sodo in allenamento, ma alla vigilia del suo compleanno numero 26, il 20 novembre 1999, si sottopone all’abituale controllo antidoping dopo la gara Fiorentina-Perugia. A gennaio arriva il responso delle analisi: positività alla cocaina. Pagotto nega, giura e spergiura di essere innocente, mette in mezzo avvocati che presentano ricorsi e contestazioni, ma la magistratura del pallone è inflessibile: squalifica di due anni, una mazzata alle ambizioni di un atleta ancora nel pieno delle forze. Angelo Pagotto si dirà sempre non colpevole, anni dopo verrà contestata la provetta (ormai però distrutta) di quell’analisi, il sospetto di uno scambio con il giapponese Nakata si farà sempre più vivo anche se, ovviamente, ormai non più dimostrabile.

Nell’estate del 2000 l’Italia Under 21, ora guidata da Marco Tardelli, vince un altro europeo di categoria, ma a Pagotto non interessa, non gli tornano neanche per un attimo in mente le trionfali immagini del successo con Cesare Maldini nel 1996. Il portiere è chiuso nella sua casa in preda alla disperazione e alla depressione, si allena da solo e ripensa con rabbia e tristezza ad una vicenda poco limpida: lui e Nakata sorteggiati insieme per il controllo antidoping, lui trovato positivo alla cocaina (a suo dire mai assunta), il giapponese venduto quindici giorni dopo alla Roma per 50 miliardi di lire, il Perugia che rescinde a Pagotto pure il contratto, per giusta causa. Il CONI abbona a Pagotto quattro mesi di squalifica e il portiere torna in campo nel 2001 accettando l’offerta della Triestina in serie C1. Con gli alabardati, l’ex fenomeno dell’Under 21 gioca fino al maggio del 2003 conquistando una promozione in serie B e sfiorandone un’altra nella stagione 2002-2003 quando la Triestina rimane in testa al campionato fino quasi in primavera, prima di calare notevolmente e mancare la serie A. Anche qui, però, il presidente della società, un altro personaggio particolare come Amilcare Berti, ha qualcosa da ridire su Pagotto e lo accusa, neanche velatamente, di combinare e far perdere alla Triestina le partite. “Eravamo primi in classifica e lanciati verso la serie A – affermerà con rabbia Berti a fine campionato – ma poi Pagotto ha cominciato a vendersi le partite e ci ha fregati. E’ un portiere tecnicamente eccezionale, ma ha il vizio di truccare le gare”. Pagotto si offende e si infuria, chiede la rescissione del contratto e va a giocare in serie C1 nell’Arezzo dove ottiene un’altra promozione e dove arriva grazie ad uno dei pochi amici che ha nel mondo del calcio, l’ex direttore sportivo della Triestina, Fioretti. Fra il 2005 ed il 2007, Pagotto è prima al Torino (dove non gioca neanche un minuto in gare ufficiali), quindi al Grosseto in C1. Infine, nella stagione 2006-2007, passa al Crotone in serie B dove commette il più grave errore della sua vita.

Il 28 aprile 2007, infatti, al termine di Crotone-Spezia, Pagotto risulta ancora positivo alla cocaina. Stavolta non c’è nessuna macchinazione ai suoi danni, stavolta è lui stesso a riconoscere lo sbaglio e lo dice chiaramente e senza paura davanti alle telecamere: “Ho fatto una cazzata – dice con poca ma decisa voce – una cazzata bella grossa ed ora sono pronto a pagarne le conseguenze, anche se ribadisco la mia più totale estraneità alla positività di sette anni fa”. Per la giustizia pallonara, però, contano le sentenze, Pagotto risulta recidivo ed il 14 settembre 2007 viene condannato ad 8 anni di squalifica, praticamente una condanna a vita per la carriera di un calciatore di 34 anni; Pagotto evita la radiazione, ma per modo di dire: la sua squalifica terminerà a giugno 2015 quando lui di anni ne avrà 42 e non potrà certo pretendere un ingaggio professionistico a 40 anni suonati e dopo 8 di inattività. Pagotto senza pallone non ci sa però stare, nel 2011, ancora sotto squalifica, viene pizzicato ad allenare i portieri della Sanremese, compagine di serie C2, e la pena gli viene inasprita ed aumentata di altri sei mesi.

Da lì le porte del calcio si chiudono definitivamente per Angelo Pagotto, la cui squalifica scade il 15 dicembre 2015 nell’indifferenza generale di un mondo che troppo presto ha scaricato e dimenticato un talento vittima del suo carrattere ma anche di un vortice che miete tante e troppe vittime in un sistema regolato dal denaro e dalla mancanza di etica. Nessuno potrà mai dimostrare se quella provetta sia stata effettivamente manipolata o meno in quell’inverno del 2000; la carriera di Angelo Pagotto è finita lì, anche se, come da lui stesso ammesso, si era già compromessa a Milano dove doveva arrivare un anno dopo senza lasciarsi prendere dall’enfasi. Una stella del pallone caduta dal cielo troppo in fretta.

di Marco Milan

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