Morto Provenzano. Sonia Alfano: “Voleva collaborare. Si porta segreti nella tomba”

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All’indomani della morte del boss mafioso Provenzano, molte sono le questioni che gettano ombre sulla cattura e la detenzione del “ragioniere” corleonese.

 

Il 13 luglio scorso è morto Bernardo Provenzano, il boss corleonese arrestato nel 2006 dopo una latitanza di 43 anni. Proprio a dieci anni dall’arresto, Provenzano è deceduto presso l’ospedale San Paolo di Milano, nel quale era detenuto al regime di 41 bis in condizioni di salute precarie. “Grave stato di decadimento cognitivo, lunghi periodi di sonno, rare parole di senso compiuto, eloquio assolutamente incomprensibile, quadro neurologico in progressivo, anche se lento, peggioramento”: questo il quadro clinico emerso dall’ultima diagnosi dei medici, i quali avevano dichiarato l’incompatibilità del paziente con il regime carcerario. Proprio in virtù di tali condizioni Rosalba Di Gregorio, avvocato del boss, aveva chiesto più volte per il suo assistito la revoca del carcere duro e la sospensione dell’esecuzione della pena. Richieste sempre negate che, all’indomani del decesso di Provenzano, rappresentano uno dei nodi della polemica che, inevitabilmente, ha accompagnato la morte di uno dei più feroci boss di cosa nostra.

Le mani di Provenzano si sono ripetutamente macchiate di sangue. Il suo nome, insieme a quello di tanti altri (Liggio, Riina, Bagarella, solo per citarne alcuni) ha contribuito a disonorare una terra splendida, quale è la Sicilia, e ancor più la città di Corleone. Le vicissitudini intercorse durante la sua lunga esistenza lo hanno fatto passare negli annali della mafia come il boss dei record; un appellativo derivato da una latitanza di 43 anni che, insieme al secondo soprannome di “ragioniere”, ha contribuito a delineare l’immagine di un mafioso soltanto all’apparenza di basso profilo. Provenzano, pur restando un passo indietro rispetto al “compare” Riina, ha sempre lavorato per tessere le fila di una mafia infiltrata negli appalti pubblici, protagonista negli affari commerciali, rafforzata da accordi con politici, imprenditori e boss di altre cosche. E’ lui lo stratega della Trattativa Stato-mafia.

La sua morte, dunque, non passa certamente inosservata e, all’annuncio della notizia, molte sono le riflessioni e le polemiche legate tanto ad aspetti pratici quanto a questioni ideologiche che ruotano attorno alla fine del boss corleonese. Tra le questioni pratiche, la celebrazione delle esequie e la sepoltura della salma hanno costituito una fonte di dibattito degli ultimi giorni. Ad accendere i toni è stata la decisione del procuratore di Palermo Guido Longo di vietare i funerali del boss: “La mia decisione di vietare i funerali a Bernardo Provenzano è legata alla ‘pubblicizzazione’ dell’evento, non certo al sacramento”. Provvedimento totalmente condiviso dal sindaco di Corleone Lea Savona che, in un intervento a Radio24 ha affermato: “Provenzano non è degno di avere dei funerali aperti al pubblico”.

Parole che hanno suscitato la reazione dei legali del boss: “Il sindaco di Corleone pensi a risolvere i problemi del suo paese…” ha affermato l’avvocato Di Gregorio e, in merito al malcontento del primo cittadino per la sepoltura nel paese natio del “ragioniere”, ha affermato all’ Adnkronos: “Visto che il sindaco non ha il potere di vietare che Provenzano venga sepolto nel cimitero se ne farà una ragione”.La famiglia del boss, tuttavia, ha messo da parte ogni polemica e, ottenuta dal giudice l’autorizzazione dopo l’accertamento della morte per cause naturali da parte dell’autopsia, ha assistito alla cremazione della salma e ha riportato le ceneri da Milano a Corleone.

Sono delicati, tuttavia, i molti interrogativi che restano. Alcuni di questi riguardano i cambiamenti che interverranno all’interno dell’organizzazione di cosa nostra, all’indomani della morte di uno dei protagonisti indiscussi della mafia siciliana. Su questo argomento, il professore Salvatore Lupo, uno dei massimi esperti di mafia, fornisce la sua versione in un’intervista al Corriere della Sera e alla domanda se esiste (o è mai esistito) davvero un “capo dei capi” e se sia possibile immaginare che vi sia qualcuno capace di accogliere l’eredità di Provenzano, risponde: “Non c’è nessuna ragione per cui dovrebbe esserci un capo. La mafia è composta ormai da bande che fanno affari, hanno relazioni fra loro. Non ci sono clamorose azioni violente. E non ci sono squadre di killer che devono rispondere a qualcuno. Insomma, non c’è bisogno di pensare che debba esistere un dittatore”.

Questo perchè  la mafia  ha cambiato volto nel corso degli anni. Come afferma Daniele Biacchessi nella sua analisi: “ Cosa nostra si è evoluta, ha cambiato volto, non gli servono più i pizzini per comunicare indicazioni. Oggi fa patti con altri gruppi come la ‘ndrangheta, per anni sua avversaria, e attraverso di essa con le mafie più pericolose del mondo, narcos messicani e colombiani in primis. E’ su questo sacro sodalizio criminale che gli investigatori più seri e competenti concentrano la loro azione del futuro”.

Restano, infine, tutti i dubbi relativi alla presunta volontà di Provenzano di intraprendere un cammino di collaborazione con la giustizia. E’ Sonia Alfano, eurodeputata eletta nelle liste di Italia dei Valori e presidente della Commissione parlamentare antimafia del Parlamento Europeo, ad esprimere parole dure sull’argomento: “Provenzano voleva collaborare e me lo disse in almeno due occasioni. E dopo questa ammissione cominciò a precipitare il suo quadro clinico con cadute molto misteriose. Oggi lui si porta nella tomba tanti segreti e qualcuno può continuare a dormire sonni tranquilli. La missione è stata portata a termine con successo”.

Fonte immagine: www.cdt.ch

(di Giulia Cara)

 

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