Clinton VS Trump: programmi a confronto

Nella sfida per conquistare un elettore in più dell’avversario, Hillary Clinton e Donald Trump mettono sul piatto della bilancia tutte le loro idee in materia di economia, politica estera e diritti

Era quanto mai prevedile e i pronostici non sono stati disattesi. La signora Hillary Diane Rodham Clinton, ex Segretario di Stato, ex senatrice dello stato di New York, ex First Lady, nonna, madre, moglie e avvocato di lungo corso, sfiderà il supermultimega miliardario, pluridivorziato e ultra chiacchierato, Donald John Trump, nella corsa alla Casa Bianca. Due nomi altisonanti, noti al grande pubblico, non solo per le loro storie professionali, ma anche per alcune vicende personali che hanno riempito i giornali di gossip alcuni anni fa.

Hillary Clinton non necessita certo di presentazioni. Lei è stata senza dubbio una delle First Lady americane più controverse di tutti i tempi. Madre perfetta, moglie di ferro e donna considerata spesso e volentieri algida, per non dire di peggio, è passata alla storia per aver superato senza battere ciglio le scappatelle del marito Bill, quarantaduesimo presidente degli Stati Uniti d’America, che pur avendola trascinata sotto i riflettori del pettegolezzo più bieco, sembrano non averla scalfita minimamente. Certo, qualcuno potrebbe pensare che la sfavillante carriera politica della signora Clinton rappresenti la sua rivalsa nei confronti di un’America che l’ha sbeffeggiata e derisa per mesi, mentre altri potrebbero vedere in questa sua ascesa il conto, salatissimo, presentato al marito alla fine degli otto anni di mandato, ma la verità è che la cara Hillary era già un presidente in potenza durante gli anni passati a “governare” la Casa Bianca.

Dunque non può meravigliare che ora, con un curriculum politico che farebbe invidia ai più navigati capi di stato del globo, la cara Hillary abbia deciso di togliersi lo sfizio di diventare il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, nonché il primo presidente donna nella storia degli States. Il programma della candidata democratica è una specie di credo che va ormai recitando in ogni dove: da regole più stringenti per la finanza, a salari minimi più alti, passando per una maggiore uguaglianza tra uomini e donne in materia di retribuzioni. Sempre in ambito economico, il programma elettorale dell’ex senatrice prevede un ampliamento dei crediti d’imposta per le famiglie più povere, un alleggerimento della pressione fiscale per le imprese intenzionate a investire negli Stati Uniti e una netta distinzione fra banche di credito e banche di investimento. Sul piano commerciale, la Clinton non si è ancora espressa sulla questione Trans-Pacific Partnership, tema tanto osteggiato dalla parte più liberal del suo elettorato, ma assai caro al Presidente Obama. La politica estera è invece la vera croce e delizia dell’ex First Lady. Nonostante la sua appartenenza democratica, l’ex Segretario di Stato è un’interventista, convinta che non si debbano lasciare vuoti che possano essere colmati dal terrorismo islamico o da fazioni estremiste. È questo il caso della Siria, un tema assai scottante, che vede un totale disaccordo fra il Presidente Obama e la candidata Clinton. Al contrario, le visioni di Barack e Hillary convergono per ciò che concerne le questioni climatico-ambientali e la materia dei diritti civili, sulla quale Hillary Clinton sembra puntare molto nell’ultimo periodo.

E poi c’è il caro vecchio Donald Trump. Alla fine è stato lui a spuntarla su tutti i giovani galli del pollaio repubblicano. Non il brillante Ted Cruz, non la stella di Mark Rubio e nemmeno il rassicurante John Kasich, ma l’outsider Trump, che in pochi volevano, ma che nessuno è riuscito ad arginare. Il magnate americano è un candidato che si è fatto da solo, che ha conquistato sul campo la candidatura a suon di gaffe, esternazioni al limite dello sconcertante e una verve da “one man show”. Il fatto è che Donald Trump piace alla gente, piace alla pancia dell’America, a quella provincia americana che, nonostante le ville, le mogli, le auto, gli aerei e il patrimonio a dieci cifre, lo vede come il suo salvatore e come suo rappresentante perfetto.

Sul piano programmatico Trump è un fiume in piena. Una significativa crescita del PIL e dei posti di lavoro per riportare gli Stati Uniti agli antichi fasti economici. Questa in sintesi la politica economica del miliardario newyorkese che promette una consistente riduzione delle tasse a carico della classe media americana e delle imprese. Non meno sfrontate sembrano essere le sue idee in materia di politica estera. Da un lato, Trump crede fermamente nella necessità di trovare dei punti di convergenza con Russia e Cina su tematiche di interesse comune, dall’altro minaccia gli alleati NATO di far venir meno l’appoggio americano se questi non dovessero incrementare le spese per la difesa. Inoltre, pur sottolineando la sua contrarietà a mandare truppe all’estero se non in casi eccezionali e di estrema necessità, il magnate si dichiara convinto dell’impellenza di sconfiggere l’ISIS. Sul piano ambientale e sulle questioni riguardanti l’immigrazione e la cittadinanza, Trump non hai mai nascosto le sue sue posizioni estremiste. Ritenendo una bufala il riscaldamento globale, il buon vecchio Donald scommette sui combustibili fossili per il rilancio dell’economia a stelle e strisce, puntando a raggiungere la piena sicurezza energetica per il Paese. In merito all’immigrazione e ai diritti delle minoranze, mai politico fu più accorato di Donald Trump nel sostenere la totale appartenenza degli Stati Uniti agli statunitensi. Pertanto, sì alla costruzione di un muro che chiuda in modo definitivo il confine fra gli States e il Messico e fine del diritto di cittadinanza per nascita. In pratica un vero e proprio terremoto sociale ed anche ideologico per un Paese che per secoli è stata la terra promessa per coloro che fuggivano da storie di miseria, guerra e schiavitù.

Chi vincerà a novembre? Chi sarà il nuovo inquilino dello Studio Ovale? Al momento è difficile dirlo, ma quel che è certo è che tutto dipenderà da chi andrà a votare. La provincia americana probabilmente voterà per il suo paladino Trump mentre le grandi città, simbolo di un’America più scolarizzata e raffinata, punteranno sulla Clinton, quale rappresentante più o meno perfetto per i loro interessi. Quel che è certo è che, l’8 novembre, staremo tutti incollati di fronte al televisore, probabilmente sintonizzati sull’immancabile maratona televisiva di La7, per sapere chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca, nonché per capire in che direzione andrà il mondo nei prossimi quattro anni.

(di Christopher Rovetti)

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