Archeologi contro Franceschini: “Ci ascolti su soprintendenze”

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Le proteste nel mondo dell’archeologia per la riforma dei Beni Culturali voluta dal ministro Franceschini si moltiplicano, ma sui media nazionali stentano a trovare spazio

Accorpare, snellire, accelerare le pratiche, superare vincoli, insomma per dirla con parole care al presidente Renzi: sbloccare l’Italia. Questo è l’impegno pressante dell’attuale compagine di governo. Una linea dettata sistematicamente dal Presidente del Consiglio e a cui ordinatamente si sono allineati tutti i Ministri.

E così sotto la mannaia dei rottamatori questa volta sono finite le soprintendenze archeologiche. Cancellate, con un colpo di spugna e senza alcuna discussione con le parti. L’attacco arriva da più fronti: da un lato la riforma Franceschini, che accorpa in un’unica struttura le competenze archeologiche, storico-artistiche e paesaggistiche.  Trasformando il tutto in quelle che Paolo Liverani, docente di Archeologia a Firenze, definisce una sorta di “bad company”. Sull’altro fronte l’attacco arriva dal Ministro Madia e dalla sua riforma della Pubblica Amministrazione che inquadra sotto le Prefetture le soprintendenze, aumentando il controllo politico su di esse. I soprintendenti, dunque, potrebbero dover sottostare alle decisioni dei prefetti, perdendo indipendenza e autonomia di giudizio che derivano da competenze tecniche specifiche e che costituiscono una garanzia per la difesa del patrimonio sancita dalla Costituzione. Un documento pubblicato sul sito del Fai (Fondo Ambiente Italiano) spiega bene quali conseguenze potrebbero derivare da questo accorpamento: se il Governo volesse fare un’autostrada in un centro storico, dovrebbe chiedere l’autorizzazione ad un Soprintendente, che la dovrebbe chiedere al Prefetto, il quale però è emanazione locale del Governo: ciò significa, in estrema sintesi, che il Governo finirebbe per chiedere l’autorizzazione a sé stesso.

Basta? No. Nella bozza di riforma del Codice degli Appalti sembrano scomparsi gli articoli che finora hanno normato la cosiddetta archeologia preventiva. Un settore della ricerca archeologica, nata a Londra nel secondo dopoguerra durante l’allargamento della linea metropolitana, che concilia la tutela del patrimonio con le esigenze operative di interventi edilizi, estrattivi o relativi a grandi opere infrastrutturali, che comportano lavori di scavo. Un pratica che ha portato a risultati importantissimi e che fu celebrata proprio durante l’Expo fortemente sostenuta da Renzi, in occasione di un incontro organizzato da Italferr (società del gruppo Ferrovie dello Stato). Dai dati diffusi durante quell’evento, emerge che l’archeologia preventiva ha consentito una riduzione del 50% dei costi rispetto a quanto accaduto nella realizzazione delle prime tratte Alta Velocità, con relativa riduzione del 40% dei tempi di esecuzione delle indagini archeologiche e una riduzione del 90% del rischio di rinvenimento di reperti in corso d’opera.

Non è un caso, infatti, se i più allarmati dalla riforma di Franceschini sono proprio gli archeologi, che lo scorso 22 marzo si sono riuniti a Roma in una partecipatissima assemblea, preoccupati in particolare dalla scelta di separare le soprintendenze archeologiche dai musei di riferimento. Il caso simbolo è quello di Taranto, capitale della Magna Grecia e capoluogo che ospita uno dei musei più importanti del Mediterraneo con una vasta collezione di arte greca, romana e apula.

Per difendere la soprintendenza archeologica tarantina, istituita nel 1908, sono scese in piazza ben 147 associazioni ma non c’è stato niente da fare. Oggi, dopo ben 108 anni, si rompe l’importante legame tra la soprintendenza e il museo della città. Eppure le sedi della soprintendenza anziché ridursi, come vorrebbe lo spirito del provvedimento, si moltiplicano e in Puglia ce ne saranno ben tre: a Bari, a Foggia e a Lecce. Una scelta perlomeno discutibile.

E proprio questo eminenti esponenti dell’archeologia italiana rimproverano al Ministro Franceschini: il mancato dialogo con gli addetti ai lavori. Nel vuoto, infatti, sono caduti gli appelli del Comitato per la Bellezza, dei membri dei Lincei, della Consulta Archeologica, del Fai, dei bibliotecari e degli archivisti. Un fronte numeroso, compatto e autorevole che se in passato si fosse schierato contro una proposta del governo Berlusconi avrebbe avuto ospitalità su tutti i principali media nazionali. E invece, nonostante gli appelli firmati da studiosi del calibro di Salvatore Settis, Carlo Ginzburg, Alberto Asor Rosa, Francesco Erbani, Antonio Paolucci, Fausto Zevi e tanti altri, trovare traccia di questa protesta nei tg o sui quotidiani è davvero difficile.

Tra le personalità fortemente contrarie alla cancellazione delle soprintendenze c’è Antonio Paolucci, già ministro per i Beni Culturali e attualmente direttore dei Musei Vaticani, il più grande complesso museale presente nel nostro Paese. Paolucci è convinto che dietro la riforma di Franceschini si celi una vendetta di Renzi contro le soprintendenze. Paolucci ricorda, infatti, i numerosi e rumorosi scontri tra l’allora primo cittadino di Firenze e la soprintendenza del capoluogo toscano. Nel luglio del 2011, ad esempio, Renzi intende installare una facciata sulla Basilica di San Lorenzo, chiesa che storicamente ne è priva, ma la soprintendenza lo blocca. Pochi mesi dopo lo scontro si ripete, questa volta Renzi vuole ricercare la perduta Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci sotto i muri del Salone dei Cinquecento. L’impresa è ardua e con scarse probabilità di riuscita e dopo alcuni primi interventi viene bloccata dalla soprintendenza. Renzi allora rimpiange l’epoca di Dante e scrive: Allora si potevano buttar giù piazze e distruggere mura, oggi si devono rispettare emerite schifezze protette – non si sa bene perché – da un nobile vincolo.

Noi ci auguriamo che Paolucci si sbagli, ci auguriamo che dietro la riforma Franceschini ci sia molto di più che una vendetta del Presidente del Consiglio. Ma con altrettanta forza ci auguriamo che questa riforma si possa discutere sui mezzi di informazione e nelle stanze del Governo, ci auguriamo che si possa aprire il dialogo con le tante associazioni e personalità che in questi mesi hanno espresso perplessità sulla riforma. Associazioni che il prossimo 7 maggio scenderanno in piazza a Roma per chiedere di essere ascoltate.

(di Pierfrancesco Demilito)

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