Amarcord: Italo Alaimo, il calciatore ucciso dalle visite mediche

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Italo AlaimoNovara è una città che da sempre ama il calcio, che segue con affetto la locale squadra azzurra e che non l’ha mai abbandonata, dalle gesta di Silvio Piola (a cui è intitolato lo stadio cittadino) fino agli anni bui della Serie C e al ritorno per una stagione in serie A nel 2011. Tutti nel capoluogo di provincia piemontese conoscono calciatori ed aneddoti e raccontano con enfasi qualsiasi evento riguardi il Novara, ma se viene citato Italo Alaimo ecco che tutti si irrigidiscono, perchè saranno passati pure quasi cinquant’anni ma quella storia mette ancora i brividi.

Italo Alaimo è un buon calciatore di serie B, anzi ottimo, fa l’ala e viene considerato un bel talento. E’ nato a Roma il 9 agosto del 1938, ha giocato per due stagioni al Chieti in serie C dove è eletto miglior calciatore della categoria mettendo a segno 9 reti in un anno e mezzo, oltre a fornire numerosi assist; lo ingaggia così la Reggina che vuole salire in serie B: nella prima stagione in Calabria (1963-64) Alaimo segna 5 reti, nella seconda 3 contribuendo alla promozione della formazione amaranto e venendo confermato. Fa il suo esordio in serie B nel settembre del 1965 e il primo campionato è ottimo poichè l’ala nata a Roma non avverte affatto il salto di categoria e continua a giocare come sa, mette a segno pure 3 reti e la gente di Reggio Calabria, oltre al suo allenatore, inizia ad affezionarsi a lui. Un altro anno in riva allo Stretto con una rete all’attivo ed ecco che alla porta della Reggina bussa il Novara, altra compagine cadetta, che mette sul piatto per il cartellino di Alaimo ben 35 milioni di lire che nel 1967 sono un’enormità; i piemontesi non vogliono badare a spese per assicurarsi uno dei migliori calciatori della serie B e la Reggina, dal canto suo, non può rifiutare un’offerta così grande e dopo qualche giorno di trattativa, Italo Alaimo firma il contratto che lo lega al Novara, oltre a firmare, ma questo non può saperlo, anche la sua condanna a morte. Il 17 luglio del 1967, a venti giorni dal suo 29.mo compleanno, Alaimo sbarca a Novara e viene presentato ai suoi nuovi tifosi che lo accolgono con entusiasmo perchè conoscono il calcio e sanno che un esterno d’attacco come lui potrà essere molto utile alla causa azzurra; dopo l’incontro con la gente di Novara, il calciatore viene condotto all’Ospedale Maggiore, struttura dove solitamente i nuovi giocatori del Novara si sottopongono alle consuete visite mediche che altro non sono che una verifica generale e minuziosa dello stato di salute degli atleti e che non durano più di un paio d’ore. Salito sul cicloergometro, una bicicletta meccanica che pone resistenza alla pedalata acuendo lo sforzo cardiaco e permettendo così di valutare i battiti e la frequenza del cuore sotto sforzo, Alaimo esegue correttamente il test e al segnale del medico fa per scendere dallo strumento: il calciatore si asciuga il sudore dalla fronte, poi mette un piede a terra appoggiandosi ai manubri ed improvvisamente, folgorato dai contatti del cicloergometro, lancia un urlo di morte così acuto che viene udito dall’intero piano dell’ospedale. Gli attimi che seguono sono drammatici e frenetici, perchè Alaimo cerca di staccarsi dalla macchina infernale che lo ha folgorato, i medici, in preda al panico, disinnescano i fili, abbassano il contatore elettrico, si gettano sul ragazzo tentando massaggi cardiaci e mosse della disperazione, ma nulla serve a salvare la vita del calciatore che muore in pochi minuti senza dire una parola, non rendendosi nemmeno conto di cosa lo stesse ammazzando. La città di Novara rimane sgomenta quando si sparge la notizia della morte di Alaimo, così come quella di Reggio Calabria; sgomenta ma anche infuriata è la famiglia del giocatore che si affida ad un legale e fa partire un’inchiesta che possa far emergere cause e responsabilità di una morte così assurda. La magistratura apre un processo che si conclude con una sentenza che scagiona pienamente lo staff medico e determina i motivi che hanno portato al decesso di Alaimo: “La morte di Italo Alaimo – recita il giudice – è dovuta a folgorazione da corrente elettrica, determinatasi tra due prese a terra, entrambe in quel momento sotto tensione per effetto di una perdita di energia proveniente da un altro apparecchio elettrico collegato, attraverso l’impianto di riscaldamento, ad uno dei neutri facenti funzione di presa a terra”. L’inchiesta, in sostanza, rivela che il cicloergometro era collegato tramite presa di terra ad un termosifone a cui arrivava corrente elettrica dalla cucina tramite i tubi dell’impianto di riscaldamento, prosciogliendo tutti gli imputati dal reato di omicidio colposo e rinviando a giudizio solamente tre dipendenti dell’ospedale (un elettricista, un geometra ed un perito industriale) che però non arrivano mai al processo poichè i loro avvocati si appellano a vizi di forma burocratica che nel 1972 determina la fine dell’istruttoria e l’inizio della prescrizione.

Oggi di Italo Alaimo resta un ricordo, qualche foto in bianco e nero ormai rovinata dal tempo, resta il ricordo di un calciatore bravo e sfortunato, ucciso da una visita medica a cui si sottopongono ogni anno migliaia di atleti da quasi cento anni e rimanendo l’unico caso al mondo di decesso in una comunissima e anche banale pratica ospedaliera. Resta l’urlo straziante che Alaimo lanciò pochi istanti prima di morire, un suono che nessuno dei presenti dimenticherà mai nella vita, restano i perchè e resta l’indignazione per un’inchiesta chiusa forse con superficialità, una storia che all’epoca scosse moltissimo l’opinione pubblica ma che non ebbe alcun seguito finendo in un faldone della procura oramai divorato da polvere e tarli.

di Marco Milan

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