Generazione EasyJet. Più occupati e meno opportunità

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lavoroGli indicatori statistici segnalano una flessione positiva dell’occupazione in Italia. Secondo l’Istat, a luglio, il tasso di occupazione è cresciuto dello 0,2% (+44 mila). Rispetto al luglio 2014 lavorano 235mila persone in più, cosa che porta a 22.779.000 il totale degli italiani che hanno un posto. Un segnale molto positivo che viene attribuito sia ad un primo accenno di ripresa economica, Pil a +0,3%, in crescita consecutiva da due trimestri, sia al neo entrato in vigore Jobs Act che promette di rivoluzionare il mercato del lavoro. In attesa degli ultimi decreti attuativi, che dovrebbero arrivare entro dicembre, ci si chiede se questo aumento del numero degli occupati sia frutto di una tendenza di lungo periodo o se si tratti invece di un dato congiunturale, da attribuirsi al combinato disposto dell’aumento di produttività e del temporaneo calo dei costi salariali.

Come tutti sappiamo, il Jobs Act ha provato a mettere ordine nella sconfinata distesa delle più originali forme di contratto – dalla collaborazione a progetto, agli stagionali fino alla somministrazione – che popolavano la duale Italia dei troppo tutelati e dei figli di nessuno. Onore al merito di una legge che ha nelle sue precipue intenzioni quella di ricondurre la foresta delle fittizie e irregolari collaborazioni ad un contratto indeterminato che dovrebbe in teoria garantire maggiore stabilità. In sostanza, tuttavia, il nuovo contratto a tutele crescenti altro non è che ciò che prima era definito contratto determinato, agevolato però dagli sgravi fiscali in modo da garantire al lavoratore il pagamento dei contributi senza appesantire i bilanci delle imprese. Un regalo alle aziende? Una nuova forma di sfruttamento di manodopera a costo ribassato? Non solo. Sebbene sia caduto il tabù dell’articolo 18, il Job Acts non ha toccato le tutele previste in caso di maternità e malattia, anzi ampliando la platea degli indennizzi di disoccupazione, ora ottenibile da tutti coloro che abbiano almeno 13 settimane di contribuzione nei 4 anni precedenti  il periodo di disoccupazione e almeno 30 giornate di lavoro effettivo. Spazio dunque a chi ha avuto solo lavori discontinui e intermittenti.

Ma non è per nulla scontato che la stretta sulle collaborazioni porti a creare occupazione aggiuntiva e che questa possa realmente offrire nuove opportunità. Il numero di inattivi tra i 15 e i 64 anni è cresciuto a luglio  dello 0,7% (+99 mila persone inattive, prevalentemente donne), portando il tasso di inattività al 35,9%. D’altronde il contratto subordinato non riflette quasi più, almeno nel resto d’Europa, un mercato del lavoro che si focalizza sul progetto, funzionale alla realizzazione di singoli obiettivi tramite la collaborazione con consulenti specializzati e rispetto al quale l’Italia è rimasta indietro. Il recente Rapporto Giovani sul tema “mobilità per studio e lavoro”, elaborato su un panel di 1.000 giovani tra i 18 e i 32 anni dall’Istituto Giuseppe Toniolo, segnala che il 90 per cento dei giovani italiani è convinto che andar via dall’Italia sia divenuta una vera e propria necessità per trovare adeguate opportunità di lavoro. Una presa d’atto legata al fatto che oggi il nostro Paese offre alle nuove generazioni opportunità sensibilmente inferiori a quelle degli altri paesi sviluppati e difficilmente il divario verrà colmato nei prossimi tre anni. Un giovane su 6 si dichiara disponibile a cercare lavoro all’estero e di questi, oltre uno su tre sta concretamente valutando la possibilità di farlo entro il 2016, alla volta di Australia, Regno Unito e USA.

Analizzando le Comunicazioni obbligatorie del Ministero del Lavoro per il primo trimestre 2015, si legge per giunta che gli under 24 non sembrano beneficiare particolarmente del contratto a tutele crescenti e la fascia che più si vede stipulare tale contratto è quella tra i 25 e i 44 anni. Sebbene i dati in questo caso possano riferirsi al solo mese di marzo, che alla data attuale potrebbe quasi essere definito un’era geologica fa, emerge una generale tendenza a trasformare in indeterminati a tutele crescenti, dei contratti che già erano a tempo determinato da un tempo piuttosto lungo. Quindi, più che creazione di nuova occupazione, ci si trova di fronte a una sorta di condono per le irregolarità passate. D’altronde gli incentivi a pioggia di norma favoriscono l’ingresso in ruolo di quanti hanno già esperienza in quella mansione piuttosto che aprire nuovi sbocchi a chi quell’esperienza non ce l’ha. Il tasso di disoccupazione resta ancora molto elevato, dato che si fa ancora più preoccupante se scorporato per genere, regione e fascie d’età. Secondo Paolo Mameli dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo, “quello di luglio è sicuramente un dato positivo: sarebbe però sbagliato enfatizzare soltanto il deciso calo del tasso di disoccupazione, la cui discesa va in realtà imputata più alla contrazione della forza lavoro che all’aumento degli occupati”.

E qui intervengono le nuove norme sull’apprendistato, per le quali non è ancora disponibile un testo definitivo. Il governo punta a rilanciare l’apprendistato scolastico e universitario, riducendo del 65% i costi per le imprese,  e scorporando dalla retribuzione gran parte delle ore di formazione. D’altro verso appesantisce la norma con passaggi procedurali che appaiono come l’ennesimo fardello burocratico. Si è inoltre discusso sull’estensione di questo istituto agli over 29, con un suo possibile snaturamento da forma contrattuale di ingresso nel mondo del lavoro a parcheggio palliativo per i giovani disoccupati, un pò com’è successo a suo tempo con l’innalzamento dell’età per il servizio civile. Peraltro il legislatore ha dell’apprendistato un’idea assai diversa rispetto a quella comune, intendendolo quale strumento di acquisizione di conoscenza spendibile sul mercato del lavoro a fronte di una società che lo vede come fase di inserimento concreto di manodopera qualificata. “Siamo pronti a partire con 5mila nuovi apprendisti e 10mila studenti in alternanza scuola – lavoro” sostiene Luigi Bobba, sottosegretario al Lavoro, “rilanciando la via italiana al sistema duale”. Eppure la sempre maggiore discrasia tra la percezione comune e il dato reale, porta i giovani italiani ad abbandonare gli studi dopo il diploma per timore di intraprendere una strada di inutili sacrifici mentre i numeri dimostrano che il tasso di occupabilità cresce con il crescere del titolo di studio. Ma qui apriremmo un dibattito che questo articolo non si pone di trattare.

Resta il fatto che il Jobs Act interviene sui nuovi contratti ma non su quelli esistenti inasprendo quello che, già nei fatti, è un mercato molto segmentato. Fallisce peraltro l’obiettivo di considerare il tema del lavoro nel suo più ampio complesso così che il sistema finisce paradossalmente per essere più rigido di quanto già non fosse.

(di Emiliana De Santis)

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