Stato-mafia: il procuratore Di Matteo e le sue preoccupazioni

di-matteo-nino“Cosa Nostra più delle altre mafie, ha sempre avuto nel dna la ricerca esasperata del dialogo con le istituzioni (…) un dialogo finalizzato al raggiungimento di uno scopo semplice, definito e micidiale per la libertà e la democrazia del nostro Paese: la creazione di un potere che pretende di essere non scalfito, parallelo rispetto a quello istituzionale e che di fatto a esse vuole sostituirsi”. Queste le parole con le quali si esprime nel suo libro Nino Di Matteo, procuratore distrettuale antimafia di Caltanisetta prima, e di Palermo dopo, impegnato da vent’anni in indagini e processi contro la mafia.

Il pm Di Matteo, titolare dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia e in prima fila nella lotta contro Cosa Nostra, ha espresso il suo grido di denuncia verso l’indifferenza che ha avvolto le istituzioni, la politica e parte della magistratura. Un grido destinato a rimanere soffocato, forse, ma che trova spazio proprio nel libro scritto con la collaborazione del giornalista Salvo Palazzolo, “Collusi. Perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano a trattare con la mafia”, edito da Bur e in vendita nelle librerie da giovedì scorso.

Per Di Matteo sono proprio gli “inquilini” del Palazzo i “complici” che hanno garantito un solido appoggio al potere mafioso; affermazioni dure e delicate allo stesso tempo, ma che fanno riflettere: “il germe dell’indifferenza ha camminato, si è diffuso, si è insinuato anche nei tessuti che sembravano più resistenti. Poco alla volta ha provocato, persino in un a parte della magistratura e delle forze dell’ordine, una sorta di stanchezza e di fastidio nei confronti di quelle indagini che miravano a scoprire in che modo la mafia sia ancora ben presente dentro le stanze del potere”.

Tra le pagine del libro si celano le paure e le preoccupazioni di Di Matteo anche per le minacce di morte ricevute dal potente boss Salvatore Riina, stesse preoccupazioni che aveva provato appena un mese fa quando il Csm lo aveva bocciato nella corsa per la Procura Nazionale Antimafia. Decisione per la quale Di Matteo ha presentato ricorso al Tar.

E proprio lo scorso giovedì, il pentito Vito Galatolo depone al processo per la trattativa Stato-mafia, aprendo così nuovi scenari sui progetti di attentato ai danni del sostituto procuratore Di Matteo. “Quando sapemmo che l’artificiere che doveva partecipare all’attentato al pm Di Matteo non era di Cosa Nostra, capimmo che dietro al piano c’erano soggetti estranei alla mafia, apparati dello Stato, come nelle stragi del ’92. Matteo Messina Denaro ci rassicurò scrivendoci che comunque avevamo le giuste coperture”.
Un dialogo che sembra non essere stato mai interrotto, dunque, quello tra la mafia e lo Stato; una storia che sembra ripetersi fatta di momenti in cui l’illusione che Cosa Nostra sia allo stremo, sono immediatamente seguiti  dalla reale consapevolezza che la mafia c’è, ha solo cambiato volto. Una strategia efficace quanto sottile che punta al disinteresse e all’isolamento, come per  il caso del giornalista di servizio pubblico Sandro Ruotolo, al quale in seguito alle minacce del capo clan dei Casalesi,  è stata affidata una scorta.

“La drammatica consapevolezza che ho maturato”- scrive ancora il sostituto procuratore- “è che per sconfiggere veramente Cosa Nostra dobbiamo guardare anche dentro lo Stato. Perché l’organizzazione mafiosa ha continuato a trattare a tanti livelli, con uomini e pezzi delle istituzione. Ma (…) con la mafia non si tratta, in nessun momento e per nessuna circostanza o contingenza

Parole, quelle di Di Matteo che dopo tutto lasciano trasparire un barlume di speranza: “Per sconfiggere la mafia che vuole ritagliarsi un ruolo dentro le istituzioni, dentro il potere, lo Stato deve avere la forza di guardare per davvero in se stesso. Ha le energie e le capacità per farlo”.

(Anna Piscopo)

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