NoExpo, autocritica e contenuti per far ripartire il Movimento

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noexpoL’inaugurazione dell’Expo2015 il primo maggio a Milano è stata, come promesso, un grande evento. Nella gigantesca area espositiva di Rho-Pero i vertici della politica e dell’imprenditoria italiana hanno sfilato tra selfie e bandiere, dando il via a sei mesi di Esposizione Universale e portando a termine un’operazione d’immagine solo appannata da ritardi, inchieste per corruzione e vendite di biglietti inferiori alle mirabolanti aspettative.

Nelle stesse ore 50 000 persone – espressione di comitati territoriali, sindacati di base, centri sociali – hanno manifestato contro l’Expo nel centro della città: è stato un corteo variegato, che nonostante tutto è arrivato al termine del percorso restando compatto e comunicando le proprie ragioni con interventi e azioni simboliche.

Ma, com’era prevedibile, sono stati gli scontri a fine corteo la vera notizia della giornata. Una notizia attesa, alimentata da settimane di annunci allarmistici a reti unificate, che ha immediatamente  scavalcato qualunque altro contenuto nell’esposizione mediatica. Nel giro di pochi minuti, nel tardo pomeriggio di venerdì (mentre il corteo ancora avanzava verso Pagano), le immagini di auto e vetrine rotte si sono riversate in rete scatenando un dibattito vertiginoso, scollinato velocemente dal legittimo rifiuto di quelle azioni al delirio forcaiolo di chi ha invocato arresti di massa e “trattamenti Diaz” per i manifestanti. Fumogeni da un lato, gas e idranti dall’altro hanno letteralmente abbassato una cortina nera sulla Mayday e su tutto ciò che voleva rappresentare.

Sembra di leggere un copione già visto, con poche domande e molte facili risposte. Le ore successive al corteo sono state una battaglia a colpi di hashtag, comunicati, editoriali e dichiarazioni al vetriolo che in quasi nessun caso hanno provato a interrogarsi sulle ragioni del dissenso né tantomeno della rabbia informe in cui è degenerata una sua componente, che pure esiste e ha un peso specifico notevole: nella piazza, ma soprattutto – come si è visto – nella sua rappresentazione. Invece è scattata subito la rimozione: con l’iniziativa #nessunotocchiMilano, convocata dal Comune di Pisapia, ieri moltissime persone sono scese in piazza per ripulire i muri dalle scritte e manifestare contro la violenza. A un’attivista NoExpo, che cercava di ricordare i motivi della protesta del giorno precedente, è stato gridato di “prendere una spugna e andare a lavorare”.

Ora che il fumo si è dissipato, andrebbe ricordato che la NoExpoMayDay era soltanto un passaggio. Voleva essere snodo, non conclusione, di un percorso che da anni tenta di costruire consenso intorno alla critica ad Expo, questionando la logica di un evento sulla nutrizione sponsorizzato da multinazionali e colossi finanziari, che produce debito e cemento offrendo in cambio cibo griffato a caro prezzo e lavoro precario (gratuito) per i giovani. Nel comunicato diffuso ieri, la rete Attitudine NoExpo dichiara che “ripartirà dai contenuti”, rilanciando sei mesi di iniziative #AlterExpo e ricordando che “sette anni di storia della Rete non possono essere ridotti alla strumentalizzazione mediatica e politica di alcuni momenti del corteo, che ne hanno sovradeterminato l’impostazione collettiva”.

L’Expo2015 è iniziata e proseguirà, forse deludendo o forse accontentando le aspettative; perché non resti una voce unica, il movimento che la contesta dovrà fare lo stesso. Oltre la dicotomia violenza/non violenza, la malizia mediatica e l’inevitabile autocritica sull’organizzazione della piazza di venerdì scorso, a partire da quella giornata i NoExpo dovranno faticosamente riportare al centro la progettualità condivisa, riconquistando spazio per proporre un’alternativa – lunga molto più di sei mesi – al modello di sviluppo diseguale che Expo rappresenta, e che nel Primo Maggio milanese ha visto esplodere molte delle sue contraddizioni.

(di Irene Salvi)

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